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Nel mondo la democrazia è pericolosamente in calo

SPECIALE N°3

di C. Alessandro Mauceri 15 Luglio 2023
di C. Alessandro Mauceri 15 Luglio 2023
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Nei giorni scorsi, in paesi lontani del pianeta, si sono verificati due eventi che avrebbero meritato un’attenta riflessione da parte di tutti. Ma che, invece, sono passati inosservati. Secondo fonti giornalistiche, la polizia per la sicurezza nazionale di Hong Kong avrebbe messo una taglia su otto attivisti del movimento pro-democrazia. Questi “ricercati” sarebbero i responsabili delle proteste che hanno infiammato la città nel 2019 e che hanno portato all’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale. Quelle dure proteste (i manifestanti arrivarono quasi ad occupare il Parlamento locale) ebbero come oggetto il potere e l’influenza del Partito comunista cinese sulla gestione della “città stato” di Hong Kong uscita dal controllo britannico e tornata alla gestione della Cina. A chiedere più democrazia erano i più giovani, organizzati in una protesta orizzontale, senza leader né troppa organizzazione. Ora, a distanza di anni, otto persone sono state dichiarate responsabili di atti di secessione, sedizione e sovversione e in base alla legge sulla sicurezza nazionale per loro è stato previsto l’ergastolo. Per questo motivo, per trovarli e imprigionarli, le autorità locali hanno messo una taglia sulla loro testa.

Anche in un altro paese, in Iran, si è parlato di “democrazia”. A farlo è stato Ali Khamenei, guida spirituale del paese, che ha criticato la democrazia liberale occidentale sostenendo che sarebbe fondata su atteggiamenti ingannevoli nell’affrontare le questioni politiche ed economiche del mondo e che coloro che sostengono di essere democratici e liberali in realtà non lo sono. Il “fronte globale dell’inganno”, secondo Ali Khamnei, sarebbe “camuffato da democrazia liberale” (come riportato da Irna). Ancora una volta il tema è la democrazia. Ma qual’è la diffusione della democrazia nel mondo? E soprattutto cos’è democrazia? Ebbene, sorprendentemente quella democrazia che molti paesi occidentali danno per scontata, secondi i dati, sarebbe in crisi. Nel 2016, erano c’erano 97 democrazie in tutto il mondo (sia in termini liberali che elettorali). Nel 2021, il loro numero è sceso a 89. Ovvero meno di metà degli stati. Ma non basta, secondo molti studi, negli ultimi anni la democrazia sarebbe in declino e diversi indicatori sembrano suggerire che il progresso democratico è seriamente a rischio. Il numero di persone che vivono in una democrazia è crollato da 3,9 miliardi nel 2017 a 2,3 miliardi nel 2021. questo significa che oggi circa il 70% della popolazione mondiale vive sotto un regime autocratico o peggio.

La democrazia appare essere ai minimi storici da quando sono iniziati gli studi de Statista Research Department, nel 2005. Anche il bilancio tra paesi che diventano democratici e paesi che non lo sono più è negativo. Nel 2022, 34 paesi hanno visto miglioramenti nei diritti politici e nelle libertà civili. Ma contemporaneamente 35 hanno visto un netto declino. Tra i paesi dove si sono registrati i miglioramenti più significativi Colombia e Lesotho. Al contrario in Burkina Faso e in Perù sarebbe stato registrato un netto peggioramento.

Che fine ha fatto la democrazia? Cosa resta della forma di governo per la quale i padri dei nostri padri si sono battuti per secoli? E che alcuni paesi hanno sbandierato come scusa per combattere guerre negli ultimi decenni? Per comprendere meglio il fenomeno (in verità abbastanza complesso), sarebbe corretto analizzare non solo i luoghi e gli ambiti della decisione, ma gli spazi di partecipazione e dissenso, i diritti delle minoranze e le differenze d’opinione e non solo. Anche in paesi apparentemente democratici spesso la libertà di partecipazione alle decisioni, sono sospese o fortemente sorvegliate e imbrigliate o negate. Persino in Italia e in molti paesi occidentali, sulla carta “istituzionalmente” democratici, la crescita dell’astensionismo è un sintomo di calo della democrazia. La dimostrazione che la gente non ha più fiducia nel fatto che il proprio parere possa avere un qualche peso nella gestione della “cosa comune”, della res pubblica.

Quanto è avvenuto durante il periodo della pandemia è stato solo l’ultimo passaggio di un modo di fare iniziato molto tempo prima. In tutto il mondo, la democrazia e la partecipazione dei cittadini al governo della cosa comune hanno perso terreno. Anche in paesi sulla carta democratici, a governare spesso sono pochi scelti (non eletti) mole volte con consensi assolutamente minoritari. A confermare questo stato di cose i rapporti mensili del Global State of Democracy (GSoD). Un’iniziativa che da anni fornisce analisi e dati sullo stato e sulla qualità della democrazia in 173 paesi in tutto il mondo. I principali elaborati realizzati sono il Democracy Tracker, gli indici Global State of Democracy (GSoD) e i Rapporti sullo Stato globale della democrazia. Il Democracy Tracker, ad esempio, fornisce dati qualitativi mensili su eventi chiave analizzando al contempo il potenziale impatto sulla democrazia e sul rispetto dei diritti umani in 173 paesi.

Ebbene, basta dare un’occhiata a questi dati per comprendere che si sta andando verso un progressivo peggioramento. A rendere ancora più pesanti questi dati il fatto che molti dei paesi dove sono stati riscontrati dei peggioramenti (o “non miglioramenti”) il numero degli abitanti è elevatissimo. Ogni evento analizzato mostra come abbia avuto peso su aspetti specifici della democrazia o meno. Ogni rapporto indica uno sviluppo positivo, stabile o negativo per quanto riguarda la democrazia. Tutto questo viene analizzato sia singolarmente che riunito in un contesto globale. Ebbene, gli ultimi dati degli indici GSoD mostrano che la democrazia è in declino, aggravando un decennio segnato da più deterioramento che democratizzazione. Il numero di paesi che si sono mossi verso l’autoritarismo è stato più del doppio del numero che si è spostato verso la democrazia. 27 paesi hanno subito un declassamento nella classificazione del regime. Solo 13 sono migliorati. Nel 2021, ad esempio, il mondo avrebbe “perso” due democrazie: Myanmar e Tunisia. Ma secondo i ricercatori, sono ben 52 le democrazie che si stanno “erodendo”. Ovvero che stanno sperimentando un declino statisticamente significativo rispetto a un decennio fa. Dei sette paesi in retromarcia, Brasile, El Salvador, Ungheria e Polonia stanno subendo un grave peggioramento. India, Mauritius e Stati Uniti d’America stanno arretrando ma più lentamente.

Da notare che i dati rilevati confermano quanto che è diventato comune, per i leader eletti, adoperare il proprio potere per indebolire le istituzioni democratiche dall’interno del sistema. Un fattore che è sintomo della fragilità della democrazia e della necessità di sostenere le istituzioni in modo che possano non essere soggette a tali pressioni, specialmente in tempi di crisi. Quasi la metà (49,3%) dei regimi autoritari è in declino in almeno un sotto-attributo. Afghanistan, Bielorussia, Cambogia, Comore e Nicaragua hanno registrato un calo in più indici GSoD. Ma la democrazia non sembra evolversi in modo da riflettere esigenze e priorità. Anche nelle democrazie che stanno migliorando i trend sono bassi. Il risultato è che i punteggi globali per i governi rappresentativi, i diritti fondamentali e i controlli sul governo sono complessivamente agli stessi livelli del 2001. Pandemia di Covid-19 e guerra in Ucraina non hanno fatto altro che confermare la netta disuguaglianza tra e all’interno dei paesi. Anche nei paesi che avevano punteggi elevati, le democrazie non sono cresciute come ci si aspettava. Nonostante le tante promesse, i problemi maggiori si registrano in Asia e in Africa.  In Africa Gambia, Niger e Zambia continuano a migliorare la propria democrazia. Ma per la maggior parte dei paesi non è così. La situazione appare stazionaria. E le pressioni delle multinazionali per avere dittatori e governi poco democratici ma facili da manipolare non stanno facilitando il processo di democratizzazione del continente. Anzi. I colpi di stato e trasferimenti di potere incostituzionali hanno segnato la performance di Burkina Faso, Ciad, Guinea e Mali. Sono le nuove frontiere dell’instabilità. Ma anche gli esempi più eclatanti del declino dei regimi in un certo numero di paesi dell’Africa sub-sahariana.

In Medio Oriente, oltre un decennio di rivolte motivate dai fallimenti dei governi monocratici non sono bastati a cambiare la situazione. In un contesto dove i giovani sono una percentuale rilevante della popolazione, è significativo che sino proprio loro i più disillusi ed esclusi. Non è un caso se proprio loro si sono mobilitati e hanno chiesto di poter avere un maggior potere decisionale. Ma senza aver ottenuto risultati concreti. Ancora una volta a spostare l’ago della bilancia non è stata a democrazia ma i soldi: alcuni regimi autoritari sono sopravvissuti distribuendo a pioggia i benefici economici delle vendite di idrocarburi.

Medio Oriente e Nord Africa restano la regione più autoritaria e meno democratica del mondo con solo tre democrazie (Iraq, Israele e Libano). Cinque paesi sono regimi ibridi (Giordania, Kuwait, Libia, Marocco e Tunisia). 12 (ovvero il 60%) sono regimi autoritari. Nel 2021, solo l’11% della popolazione del Nord Africa e dell’Asia occidentale viveva in una democrazia e il 14% viveva in un regime ibrido; la stragrande maggioranza delle persone nella regione (75%) viveva in un regime autoritario.

Critica la situazione in Iran. Le proteste del 2022 legate ai diritti delle donne, si sono presto estese ad altri settori. Questo ha dimostrato che esiste un certo fermento. Ma anche che la realtà era e rimane autoritaristica. Le proteste guidate dai giovani che chiedevano le dimissioni del governo, secondo loro poco rappresentativo, non sono bastate. La fiducia nel sistema politico del paese, tra le più basse della regione, non è stata in grado di ottenere nuove elezioni.

In Qatar, il “caso Qatar” ha dimostrato che certe situazioni sono tollerate (se non addirittura gradite) anche a livello internazionale: lo scandalo riguardante le mazzette per l’assegnazione dei mondiali non ha prodotto alcun risultato concreto. E meno che meno a migliorare la condizione dei lavoratori e a far valere il loro diritti. In Asia e nel Pacifico, la democrazia sta peggiorando. E l’autoritarismo si rafforza. Solo il 54% delle persone nella regione vive in una democrazia. E quasi l’85% di queste vive in una democrazia debole o arretrata. Anche le democrazie storicamente più forti, come l’Australia, il Giappone e Taiwan, mostrano quella che gli autori del rapporto chiamano una “erosione democratica”. Tra gli elementi responsabili di questo fenomeno l’aumento dell’etno-nazionalismo, l’intervento militare nei processi politici, la politica clientelare e l’esaltazione esecutiva. A questo si aggiunge che nel continente asiatico permangono forme di governo lontane dalla democrazia: sistemi ibridi (come in Cina, in Vietnam o in Thailandia) o peggio. I problemi della democrazia non riguarderebbero solo paesi lontani.  In Europa, due paesi hanno mostrato un peggioramento: Polonia e Ungheria. Altri sei paesi: Austria, Germania, Slovenia, Bosnia Erzegovina e Cipro (ai quali si aggiunge l’Azerbaijan) hanno mostrato cali sensibili dell’integrità dei media (aspetto fondamentale in un contesto democratico). Anche l’Italia, sotto questo punto di vista, non sembra messa bene: nel Word Press Freedom Index 2023, il Bel Paese occupa la 41esima posizione su 180 paesi. Meglio rispetto all’anno precedente (quando era 58esima), ma non sotto il profilo del punteggio: lo score del 2023 è solo quattro punti sopra quello dello scorso anno. Colpa principalmente dell’indice politico, di quello sociale e di quello legislativo…tutti dati strettamente connessi con la democrazia. Classement | RSF

A farla da padroni, in Europa, sotto il profilo della mancanza di democrazia sono paesi come la Bielorussia e l’Azerbaigian. Ai quali quest’anno (ma non sorprende nessuno) si è unita la Russia. In generale, il quadro che emerge dai dati è di una democrazia che arranca. Che si sforza di rimanere il modello politico di riferimento globale, ma senza riuscirci. Anzi, che sta perdendo colpi. A confermarlo anche il rapporto di Freedom House, organizzazione no-profit con sede a Washington DC, USA, che da anni conduce ricerche e difesa della democrazia, della libertà politica e dei diritti umani. Secondo il suo rapporto, la democrazia è in declino in tutto il mondo per il 16esimo anno consecutivo. The Global Expansion of Authoritarian Rule | Freedom House  Alcuni dei 195 paesi esaminati sono andati leggermente meglio, ma molti altri sono peggiorati. Complessivamente, i paesi che hanno visto un declino nelle loro democrazie hanno superato il numero di paesi che hanno visto miglioramenti. I ricercatori hanno valutato lo stato di libertà in 195 paesi e 15 territori, assegnando a ciascuno un punteggio compreso tra zero e 4 su 25 diversi indicatori relativi ai diritti politici e alle libertà civili. Ebbene, negli ultimi 16 anni, il numero di persone che vivono in società considerate libere è diminuito del 25,7% a causa del venir meno delle libertà politiche. Otto persone su 10 vivono in una società che Freedom House ha definito parzialmente libera o non libera. E la situazione peggiora sempre più velocemente. “La natura del declino è cambiata nel tempo”. “Abbiamo iniziato all’inizio vedendo peggiorare i paesi cattivi e questo è continuato, ma negli ultimi anni abbiamo anche visto le democrazie peggiorare”, ha dichiarato Amy Slipowitz, una delle autrici del rapporto. Anche paesi apparentemente democratici mostrano criticità preoccupanti. Gli Stati Uniti d’America, ad esempio, hanno ricevuto un punteggio basso (2 su 4) nella categoria della parità di trattamento dei gruppi minoritari alla luce delle recenti politiche sui richiedenti asilo. Un problema comune anche ad alcuni paesi europei: si pensi al Regno Unito e alla decisione di inviare i richiedenti asilo in Africa in Ruanda per l’esattezza, incurante degli accordi internazionali sottoscritti e ratificati (prassi bloccata balla magistratura). Solo 25 paesi avrebbero mostrato un miglioramento del proprio punteggio complessivo (il numero più basso che Freedom House ha rilevato negli ultimi 16 anni).

La crisi della democratia non è un problema nuovo: a parlarne fu addirittura Sallustio nel suo De Catilina Cojuratione, che risale al 63 a.C. Nel suo lavoro Sallustio racconta con grande dettaglio la gestione della res pubblica da parte di una nobiltà corrotta e la brama della plebe di partecipare alla vita politica. Una volontà profondamente osteggiata dai nobili che temevano potesse essere a rischio il proprio potere, la propria aristocratia sconfitta dalla democratia. E i propri giri d’affari sporchi. Sallustio era un fedele sostenitore di Cesare, della sua politica di sradicare il potere dalle mani dei pochi aristocratici. Come sia andata lo sappiamo tutti. Oggi, dopo duemila anni, la realtà non è molto diversa. In molti paesi (e sempre di più), i gruppi al potere (sempre più sotto pressione da parte delle multinazionali e della finanza) fanno di tutto per privare la popolazione di potere decisionale.

Anche nelle Nazioni Unite, la democrazia è a rischio. Aver consentito a tutti gli stati di avere pari rappresentanza e pari diritto di voto all’interno dell’Assemblea Generale non ha impedito ad alcuni governi di decidere in modo indipendente e di andare contro le decisioni della maggioranza (senza subire serie conseguenze). Si pensi alla decisione del governo Biden di regalare armi di distruzione di massa le cluster bombs o bombe a grappolo ad un paese in guerra, fregandosene della direttiva approvata dall’Assemblea Generale delle NU che le ha messe al bando. O la decisione di non rispettare la decisione della maggioranza democratica dei membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite che hanno deciso (in più occasioni) di mettere al bando le armi nucleari.

La differenza tra quello che avveniva ai tempi di Sallustio e quello che avviene oggi è descritta negli studi di Steven Levitsky e Daniel Zimblatt, due politologi di Harvard. Nel 2021, hanno pubblicato uno studio su come muoiono le democrazie. La tesi del loro libro è che, mentre in passato erano rivoluzioni o colpi di stato a interrompere il processo democratico, oggi la morte di una democrazia è spesso il risultato di azioni interne e processi lenti e poco visibili. Processi che i più faticano a vedere (lo dimostra la partecipazione di un numero sempre più ridotto di persone alla vita politica). La democrazia si basa sulla partecipazione delle persone alle discussioni che riguardano questioni di interesse collettivo, di dire la propria opinione. Oggi l’unica forma di democrazia diretta rimasta, il referendum, spesso è visto come una seccatura, un qualcosa di inutile e costose che è meglio evitare. Le opinioni sono inculcate a colpi di media e programmi televisivi raramente basati su dati concreti. E gli ideali alla base dei programmi elettorali e della democrazia rappresentativa (“io voto te e ti delego a dire come la penso sulla base di un programma” non esistono più. A decidere sono pochi. La massa è narcotizzata da talk show televisivi che non raggiungono mai una soluzione, una decisione. Spettacoli che costano poco alle televisioni ma che sono tatno utili a chi governa: ogni sera inscenano finti dibattiti dove gli invitati si insultano, alzano i toni, evitando ogni tipo di confronto sui contenuti. E senza mai giungere ad una soluzione.

Anche l’UE è un esempio di democrazia molto limitata. I poteri del Parlamento europeo o PE sono limitatissimi. Il PE ha sostanzialmente solo poteri di ratifica. A differenza di quanto avviene negli stati membri, a sottoporre al PE le proposte da votare non sono i parlamentari ma la Commissione Europea. Ma questa non è eletta direttamente dai cittadini europei: il presidente della Commissione europea e l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza sono scelti dal Consiglio europeo. Gli altri 25 commissari sono nominati dal Consiglio dell’Unione europea in accordo con il presidente nominato. Quindi non di può parlare di democrazia diretta. E anche il concetto di democrazia rappresentativa richiede una certa forzatura per essere accettabile. Quanto al Consiglio europeo (da non confondere con il Consiglio d’Europa), anche questo ha poteri molto limitati. Ma questo non deve sorprendere: l’“unione” di questi stati nasce con il MEC, come unione commerciale e non come accordo politico basato su ideali comuni. Non è un caso se ad avere un ruolo decisionale di primo piano è la Banca Europea. Ma questa, a sua volta, non è eletta o controllata dai cittadini, bensì dalle banche nazionali che, a loro volta, sono proprietà di banche private o soggetti privati (molti neanche con sede legale in un paese dell’UE)…. E pensare che qualcuno potrebbe essersi sentito offeso nel sentire definire l’occidente “camuffato da democrazia liberale”. Ma quello che è più preoccupante è che negli ultimi anni si sta perdendo il concetto di una cultura democratica. La prova? Il 17 maggio 2023, a Ginevra, in concomitanza con la sessione annuale principale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, si è svolto il 15esimo vertice sui Diritti Umani e la Democrazia. Sponsorizzato da una coalizione di 25 ONG per i diritti umani di tutto il mondo, durante i lavori si è parlato di “situazioni urgenti in materia di diritti umani che richiedono un’attenzione globale”, è stata fornita agli “eroi dei diritti umani, agli attivisti e agli ex prigionieri politici una piattaforma unica per testimoniare le loro lotte personali”, mentre costruiscono una comunità internazionale per affrontare le dittature. Chi siamo – Il vertice di Ginevra per i diritti umani e la democrazia (genevasummit.org)  All’evento hanno partecipato dissidenti, vittime, diplomatici, giornalisti, leader studenteschi e altri cittadini preoccupati.

Ma di democrazia si è parlato molto poco….

C. Alessandro Mauceri

Da decenni si occupa di problematiche legate all’ambiente, allo sviluppo sostenibile e all’internazionalizzazione, ma anche di fenomeni sociali e geopolitici che interessano principalmente i minori e in bambini. Tra i lavori più recenti “La condizione dei bambini dell’Africa sub-sahariana tra sfruttamento delle risorse naturali e degrado sociale” inserito in “Africa: scenari attuali e sfide future”, ed. ASRIE, “Guerra all’acqua” ed. Rosenberg & Sellier e “Lavoro minorile in Eurasia”, ed. ASRIE.

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