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Figurine, figure e figuracce. Quando le vite famose diventano collezioni

di Luigi Sanlorenzo22 Aprile 2021
di Luigi Sanlorenzo22 Aprile 2021
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[Foto: Lo scatto originale di Corrado Bianchi, il 15 gennaio 1950 durante Fiorentina–Juventus. La famosa rovesciata di Carlo Parola, difensore della Juventus, divenuta simbolo del calcio e delle figurine Panini]

Sessant’anni fa nasceva a Modena la casa editrice “Panini” specializzata nella pubblicazione di figurine e fumetti. I quattro fratelli,  Giuseppe, Benito, Umberto, Franco, già titolari nel 1945 di un chiosco nel corso Duomo di Modena e nel 1954 dell’omonima Agenzia di distribuzione di giornali, decisero di commercializzare la prima collezione “Calciatori Panini”: sulla copertina il milanista Nils Liedholm. Fino al 1988, l’azienda fu gestita dalla famiglia ampliandosi di anno in anno sino a raggiungere fatturati nell’ordine dei 100 miliardi di lire. La storia dell’azienda e dei successivi passaggi proprietari è stata raccontata nel settembre scorso da Leo Turrini  in “Panini. Storia di una famiglia e di tante figurine”.  Nel mese di marzo del 2021il valore di mercato della societàè stato stimato in circa due miliardi di euro. La “Panini” è stata la prima casa editrice conosciuta dalle generazioni deibaby boomerssenza alcuna differenza di ceto, disponibilità economiche e livello culturale; un’iniziazione che per la maggior parte si sarebbe fermata lì, dal momento che in Italia solo il 37% degli italiani tra i 55 e i 64 anni legge. E solo il 23% di chi ha tra i 65 e il 74 anni. Gioventù bruciata!

L’iniziativa imprenditoriale dei fratelli Panini traeva origine dalla tradizione italiana. Già intorno al 1865 la Società Romana dei Tramway aveva pubblicato biglietti da 15 centesimi raffiguranti panorami romani; in generale, il fenomeno in Italia rimase abbastanza circoscritto e limitato ai bambini fino al 1934, quando EIAR promosse la prima grande raccolta nazionale di figurine, abbinata al programma radiofonico ”I Quattro Moschettieri”: il programma, offerto dall’azienda Buitoni-Perugina, costituì il primo caso di sponsorizzazione in Italia; tra le iniziative abbinate alla trasmissione, di particolare successo nelle edizioni del 1936 e del 1937 fu il concorso a premi basato sulla raccolta di figurine, rarissima quella del feroce Saladino,  disegnate da Angelo Bioletto, contenute nelle confezioni dei prodotti dello sponsor.

[Le figurine Buitoni]

Umberto Eco ne ha arricchito con fedeli riproduzioni il romanzo illustrato “La misteriosa fiamma della regina Loana” pubblicato nel 2004 e meno noto tra le numerose prove di successo narrativo delmaestro che tanto ci manca. In una bella sequenza di “Nuovo Cinema Paradiso” del 1988, accompagnata dalla musica di Ennio Morricone, Peppuccio Tornatore propone in chiave autobiografica una tenera variante in cui il piccolo Totò scambia ritagli di pellicole del tempo con un compagno di scuola tra le macerie post belliche che a lungo rimasero in molte zone del centro storico di Palermo. La nascita di un amore destinato a crescere nel tempo.

Nel 1936 la ditta veronese Prodotti Dolciari V.A.V. (“Venturini Antonio Verona”) iniziò a pubblicare figurine di “caricature” come raccolta premio abbinata ai prodotti. Successivamente pubblicherà un paio di albi di immagini patriottiche durante la seconda guerra mondiale, un albo dedicato agli alleati dopo la guerra e, fino alla metà degli anni sessanta, raccolte dedicate al calcio, al ciclismo e al mondo dello spettacolo. A partire dal 1953 abbinerà alle figurine anche albi in cui raccoglierle, che in maniera simile agli album per le fotografie, avevano linguelle in cui inserire i tanto ricercati esemplari le cui bustine padri amorevoli avevano il compito di acquistare nelle edicole insieme ai quotidiani preferiti.

La diffusione della televisione nelle case degli italiani, le prime dirette sportive animate da mitici telecronisti ed i successi di grandi squadre fecero il resto e convinsero i fratelli Panini a scommettere sui propri album di calciatori a cui si sarebbero aggiunte raccolte di diverso genere, non prive di valore didattico.  Anche la lingua corrente fu influenzata, attraverso l’introduzione di due nuove locuzioni sincopate: “celò” e “manca” all’insegna delle quali si svolgevano animati mercati davanti alle scuole e durante interminabili estati negli assolati cortili degli oratori di cui cantava Adriano Celentano.

Un balzo indietro nella memoria di quei frammenti di “cultura visuale” – di cui con profondità accademica ha scritto il germanista Michele Cometa nell’omonimo libro pubblicato da Raffaello Cortina nell’ottobre del 2020 e cheMichele Guerra ha recensito– viene ora favorito dal romanzo dello scrittore britannico Julen Barnes “L’uomo con la vestaglia rossa” pubblicato da Einaudi nel novembre scorso e del quale non sottrarrò a quanti non l’avessero ancora letto il piacere di farlo.

[Dr Pozzi at Home, dipinto di John Singer Sargiant, 1881, Hammer Museum, Los Angeles]

Il prolifico scrittore,  oggi settantacinquenne ed esponente del postmodernismo in letteratura, ha vinto il Man Booker Prize per “Il senso di una fine” nel 2011, mentre fu finalista del medesimo premio altre tre volte: nel 1984 per “Il pappagallo di Flaubert” nel 1998 per “England, England” e nel 2005 per “Arthur e George”. Per intessere ed illustrare  le vicende dei più famosi dandy della fine del XIX secolo – da Oscar Wilde a André Gide, dal ginecologo ebreo di fama mondiale  ed  esteta Samuel  Pozzi al conte di Montesquiou, dallo scrittore Jean Lorrain  all’attrice Sarah Bernhardt  allo stesso Marcel Proust –  l’autore si serve delle Collezioni Potin la cui galleria ripercorre  con iconica precisione uno straordinario viaggio nella Bella Epoque e l’imminente tragico esito verso cui essa  procedeva,  più o meno inconsapevolmente,  mentre infuriava sull’Europa, come un’infausta premonizione, l’affaireDreyfus di cui Roman Polanski ha restituito l’atmosfera nell’omonimo film del 2019 con Louis Gardel, Emmanuelle Seigner e Luca Barbareschi.

[La collezione Potin]

La casa Félix Potin lanciò, tra il 1898 e il 1922, tre collezioni di ritratti fotografici di personaggi di spicco dell’epoca, sotto forma di carte (8 cm x 4 cm). L’obiettivo era indurre a collezionare fotografie inserite nelle tavolette di cioccolato a marchio Félix Potin, in album appositamente editati per l’occasione.  I ritratti furono firmati da Nadar , Reutlinger , Meurisse e da altri rinomati fotografi. Questa tecnica pubblicitaria si inseriva tra gli album con immagini pubblicitarie in formato francobollo dei negozi Bon Marché e Printemps (introdotto nel 1867) e i ritratti litografati degli album Mariani , che erano più lussuosi. Da un punto di vista del marketing, queste collezioni rafforzavano la fidelizzazione del cliente e trasformavano, ieri come oggi, il bambino goloso del cioccolato in un prescrittore dell’azione di acquisto. Le raccolte erano apprezzate dalle famiglie, in particolare per la loro natura educativa: le fotografie venivano accompagnate da brevi biografie e gli album erano vere e proprie enciclopedie di personaggi famosi.

La prima delle quattro collezioni fu distribuita nel 1898, con la menzione “Chocolats Félix Potin” e intorno al 1900 le carte recano la dicitura “Collection Félix Potin”. Le immagini vennero distribuite fino al gennaio 1908 con numerose variazioni dei ritratti fotografici di oltre cinquecento personaggi. La quarta collezione, i cui diritti sono ancora riservati, è del 1952ma può essere consultata.Madeleinein formato tascabile in grado di evocare atmosfere, miti di ieri e di oggi, volti e vicende di un passato che ora si stempera in una generale e pervasiva ignoranza; a Marcel Proust, “protettore” degli scrittori notturni e di cui a luglio ricorderemo il centocinquantesimo anniversario della nascita, non dispiacerebbero e Roland Barthes li definirebbe ancora una volta “frammenti di un discorso amoroso” tra un’epoca, i propri protagonisti e coloro che sono venuti dopo. Immaginabile l’aspirazione dei personaggi più in vista di quei tempi ad essere ritratti per le collezioni Potin, sancendo così la propria immortalità in una sorta di pantheon fotografico affidato ai posteri. Memorie tangibili e non virtuali di vite spese in modi diversi anche quando non sempre commendevoli ma sempre sottoposte ad eventuali revisioni, riabilitazioni o, viceversa, adamnatio memoriaecome certe statue prese di mira recentemente da un’incontrollabile iconoclastia figlia di tempi talvolta tanto fugaci e dettata da mode passeggere quanto incomprensibile dal punto di vista storico. Ma di ciò ho già scritto altrove.

Figure e figurine del passato recente, dunque, mentre intorno a noi avanza ora un’epoca in cui a prevalere sono le figuracce che, a quanto pare, più sono clamorose e più ottengono quel nuovo consenso privo di criteri che oggi impera su certa stampa e sui social più seguiti.

“Oggi noi viviamo quasi esclusivamente nel mondo del racconto che i media senza sosta ci forniscono, e se tutto ciò può apparire come un ampliamento di libertà per il numero di notizie rese disponibili, non dobbiamo trascurare che ogni notizia, mettendoci in contatto esclusivamente con la nostra esperienza indiretta, pregiudica la nostra esperienza diretta, nel senso che ci dispone ad essa con un giudizio già pronunciato, e pronunciato non solo per noi, ma per tutti.” Così Umberto Galimberti in “Psiche e Techne” del 1999. Ed è qui che la galleria dei ritratti fotografici si trasforma in quei tunnel degli orrori che in ogni lunapark che si rispetti hanno sempre, tra le varie attrazioni, le code più numerose. Ne ricordo l’esperienza in una versione più gotica inserita nel percorso del Museo delle Cere di Madame Tussauds in Marylebone Road a Londra, alcuni anni fa, dove i figuranti, con i costumi dei più truci killer della storia del crimine, si impegnavano al massimo per suscitare le emozioni più forti, salvo arrendersi davanti a sonori insulti generalmente proferiti da estroversi turisti italiani come inevitabile sfogo della tensione provata.

La gara a far a tutti i costi la figura più brutta ricorda il dialogo nel film “Baaria” di Giuseppe Tornatore del 2009 tra il consigliere democristiano Giacomo Bartolotta e il giovane comunista Peppino Torrenuova protagonista della storia, interpretati rispettivamente da Nino Frassica e da Francesco Scianna.  In uno stabilimento balneare del tempo, ispirato al lido di Fondachello ancora esistente tra Bagheria e il paesino di Santa Flavia, l’anziano politicante in bassa fortuna elettorale implora l’ antagonista politico di organizzare una campagna di denuncia in proprio danno,  asserendo che soltanto ciò ne avrebbe potuto rilanciare l’immagine che si stava indebolendo a differenza di quella di coloro che erano invece costantemente attaccati a motivo delle proprie presunte malefatte ma, per ciò stesso, continuamente sulla bocca di tutti. Sembra proprio che tale gara affascini oggi in ogni settore e, massimamente, la politica, dove talune figuracce sembrano talmente perfette da immaginane accurate regie preparatorie in cui nulla è affidato al caso. Un pantano fangoso in cui prosperano, già dei tempi della “dolce vita” romana, paparazzi ed avvoltoi quasi sempre avvisati per tempo dell’imminente notizia su cui calare ad ali spiegate. Allora taluni episodi erano organizzati con la compiacenza degli stessi protagonisti, sovente esponenti deljet set, sempre in grado di recitare la parte degli indignati capaci di reagire anche con cinematografiche scazzottate. Quella modalità selvaggia sembra essere ora in declino dopo il tragico esito dell’inseguimento dell’autovettura con a bordo Lady Diana e “Dodi” Al Fayed in quell’agosto del 1997 nel tunnel sotto il Ponte de l’Alma. Un incidente terribile su cui ancora oggi si sostiene che non sia stata fatta piena luce.

[Silvio Berlusconi al vertice dei ministri degli esteri europei, Caceres (ES) 8 febbraio 2002]

Il posto di attori e di celebrità sembra essere stato preso in Italia dai personaggio della politica di cui si spia ogni mossa sapendo che alcune, recitate ad arte in favore di telecamera, faranno presto il giro del mondo mentre altre, effettivamente frutto di gaffe o di clamorosi svarioni, raggiungeranno comunque migliaia di persone, incrementando la propria popolarità. In anni recenti le figuracce non sono mancate e l’elenco sarebbe troppo lungo tra dimostrazioni di palese ignoranza, tentativi patetici di parlare lingue straniere, esibizioni di partners volte a compiacere il proprio elettorato di ogni possibile genere o ancora a farsi cogliere in atteggiamenti rivelatori di costumi ed abitudini in pieno contrasto con quelle, più virtuose, declamate in occasioni pubbliche.

[Il celebre articolo de l’Aurore del 13 gennaio 1898 con cui Emile Zola difese Alfred Dreyfus]

L’eterna lotta tra innocentisti e colpevolisti che caratterizzò l’affaireDreyfus già citato, dividendo l’opinione pubblica europea di oltre un secolo fa, ha raggiunto l’acme in questi giorni con l’accorata difesa da parte del co-fondatore del Movimento Cinque Stelle ed attuale garante, Beppe Grillo, della condotta del figlio Ciro, denunciato in concorso con tre coetanei, per il presunto stupro di una ragazza, J.G.,  conosciuta insieme ad un’amica al Billionaire,  avvenuto, secondo la ragazza,   nel residence di Porto Cervo ed  a cui hanno fatto seguito le indagini della Procura di Tempio Pausania. Una brutta storia per i cui esiti giudiziari il Paese resterà nelle prossime settimane con il fiato sospeso. Qui rileva piuttosto cogliere la profonda contraddizione dei termini e dei toni utilizzati dal comico genovese che sul piano etico e politico disvelano la natura non certo progressista delle proprie concezioni in merito allavexata quaestiodella violenza sulle donne e dell’ atavica disinvoltura di molti comportamenti maschili; elementi che non possono trovare alcuna esimente né nella giovane età dei protagonisti né nelle circostanze dei fatti denunciati, nè, tanto meno, nell’invettiva rivolta dall’esponente di maggior spicco del partito di maggioranza relativa che ha espresso dal 2018 e fino a pochi mesi fa un presidente del consiglio e un ministro della giustizia,  circa la condotta degli inquirenti,  accusati platealmente di essersi mossi con “inspiegabile” ritardo rispetto alla denuncia presentata dalla presunta vittima.

In attesa della necessaria chiarezza che, in un modo o nell’altro avrà conseguenze sul destino degli interessati, sulla politica italiana e, forse, sulla tenuta del governo, due ricordi di cronaca: l’ 11 aprile 1953, giorno della vigilia di Pasqua, sulla spiaggia di Torvaianica, presso Roma, venne rinvenuto il corpo senza vita della ventunenne romana Wilma Montesi, scomparsa il 9 aprile precedente. Il 24 maggio del 1953 un articolo di Marco Cesarini Sforza, pubblicato sulla rivista comunista Vie Nuove, creò molto scalpore: uno dei personaggi apparsi nelle indagini su orge e consumo di stupefacenti venne identificato nella persona di Piero Piccioni, noto musicista jazz (conosciuto col nome d’arte Piero Morgan), fidanzato di Alida Valli e figlio di Attilio Piccioni, Vicepresidente del Consiglio, Ministro degli Esteri, fra i massimi esponenti della Democrazia Cristiana. Il caso ebbe un enorme clamore nell’Italia bacchettona del tempo, fu presto archiviato ma il 26 marzo 1954  fu ufficialmente riaperto dalla Corte d’Appello di Roma. Il 19 settembre lo scandalo era tale che Attilio Piccioni si dimise da Ministro degli Esteri e da tutte le cariche ufficiali. Due giorni dopo, Piero Piccioni e Ugo Montagna furono arrestati, rispettivamente con l’accusa di omicidio colposo e di uso di stupefacenti il primo e di favoreggiamento il secondo e inviati al carcere di Regina Coeli. Piero Piccioni otterrà la libertà provvisoria dopo tre mesi di carcere preventivo e successivamente sarà scagionato. La carriera politica del padre, Attilio Piccioni, però, ne fu gravemente compromessa. I fatti sono stati raccontati nel libro “Il caso Montesi. Sesso, potere e morte nell’Italia degli anni ’50” del giornalista de La Stampa, Francesco Grignetti, edito nel 2006 da Marsilio.

Nel 1980, il ministro democristiano Carlo Donat Cattin fu coinvolto dallo scandalo suscitato dall’adesione del figlio Marco all’organizzazione terroristica di estrema sinistra Prima Linea che venne condannato e incarcerato ma usufruì della legge sulla dissociazione e poi di quella sui collaboratori di giustizia, che concedeva consistenti sconti di pena. Marco Donat Cattin ottenne gli arresti domiciliari nell’ottobre del 1985, pochi giorni dopo l’assoluzione per insufficienza di prove dall’accusa di concorso morale nell’assassinio del criminologo Alfredo Paolella. Tornò libero il 24 dicembre 1987 ma morì in un tragico incidente stradale sei mesi dopo. Carlo Donat Cattin si dimise da ogni incarico nel 1980 e lasciò la politica dove tornò solo sei anni dopo ormai in un triste declino fino alla scomparsa avvenuta per un secondo infarto nel 1993.  Lo scandalo sfiorò anche Cossiga, al tempo presidente del consiglio, che fu accusato dal Partito Comunista di aver avvisato il proprio compagno di partito delle indagini relative al figlio. La messa in stato di accusa di Cossiga da parte del Parlamento in seduta comune con una procedura conclusasi nel 1980 registrò l’archiviazione con centouno voti di differenza. Del caso ha scritto Corrado Stajano in un libro intitolato “L’Italia nichilista: il caso di Marco Donat Cattin, la rivolta, il potere” per Mondadori, 1982.  In entrambi gli eventi ricordati, sia Attilio Piccioni che Carlo Donat Cattin furono estremamente parchi di dichiarazioni e mai misero in discussione l’operato degli inquirenti e dei magistrati, rinchiudendosi nello straziante dolore di padri.  Cosi usava in quei tempi che sembrano ora lontanissimi, quando figurine, figure e figuracce contavano ancora qualcosa.

Luigi Sanlorenzo

Palermo, classe 1956. Di formazione filosofica, economica e scout ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso istituti di credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 al Comune durante la Primavera di Palermo e sino al 2017, nell’Università degli Studi di Palermo, sino al 2015. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata, presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ISIDA e CERISDI di cui è stato consulente del presidente. In qualità di titolare di Studiofor Management Education ha progettato e diretto per oltre dieci anni altrettanti master professionalizzanti in Direzione del Personale. E’ stato presidente regionale Sicilia e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Formatori (AIF, MIlano) e presidente della Commissione RYLA del Distretto Rotary 2110 Sicilia e Malta. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche della formazione e del management e con quotidiani online. Tra i più noti esperti italiani di leadership, è presidente dell’associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l’Autonomia) fondata a Palermo nel 2001. Dal 2022 è Direttore della rivista Nuovi Approdi dove riporta anche i suoi articoli precedentemente pubblicati da LoSpessore.com. Domenica 19 Luglio 2026 Luigi Sanlorenzo ci ha lasciato dopo una lunga e sofferta malattia. Fine intellettuale dalla specchiata cultura, ha reso un prezioso punto di riferimento nei suoi articoli e nelle sue analisi culturali e sociali che oggi acquisiscono un ulteriore valore aggiunto che preserveremo il più possibile.

Luigi SanlorenzoStoria

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