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Next Generation EU l’impatto sulla Pubblica Amministrazione italiana

di Vito Vacca

Come conciliare la necessità di tempi rapidi con un buon uso dei Fondi Europei

Atomium è uno dei simboli della Città di Bruxelles dove ha sede la Commissione Europea

L’affermarsi a partire dagli anni ottanta del paradigma neoliberista nei Paesi Occidentali, ha spinto all’applicazione di questa tipologia di politiche anche in Italia, il che ha portato soprattutto negli ultimi venti anni ad un forte ridimensionamento del personale nella Pubblica Amministrazione, ciò è avvenuto anche applicando il meccanismo del blocco del “turn-over” che ha portato ad elevare fortemente l’età media degli attuali occupati.

L’arrivo della pandemia ha mostrato chiaramente l’erroneità di queste politiche fatte di tagli lineari e contenimento forzato dei costi, senza avere una visione strategica della gestione del servizio nel suo complesso e della sua efficienza sistemica; a fronte di una serie di realtà di eccellenza nella sanità pubblica sono emerse anche le carenze strutturali causate dalle drastiche riduzioni delle risorse nei lustri precedenti, in particolare nella medicina territoriale ma anche in altri ambiti del settore sanitario.

Bisogna tenere presente che quanto è emerso riguardo alla sanità vale anche per gli altri comparti del Settore Pubblico, che sono stati drasticamente ridimensionati negli ultimi anni, non a caso nelle rilevazioni dell’OCSE risultiamo stabilmente negli ultimi posti per numero di addetti nella Pubblica Amministrazione in proporzione alla popolazione residente.

La PA non va considerata come un fattore negativo (come nel famoso proclama neoliberista: “affamare la bestia”), ma va anzi valorizzata e messa nelle condizioni di lavorare al meglio delle proprie possibilità; sono illuminanti in proposito gli studi dell’economista Mariana Mazzucato sul ruolo della PA, anche per un’attivare una positiva dinamica d’innovazione, come risulta chiaramente dalle ricerche contenute nel suo volume “Lo Stato Innovatore” (2013) dall’illuminante sottotitolo: “sfatare il mito del pubblico contro il privato”.

Queste ricerche hanno confermato quanto già emergeva dal libro (Harvard University Press) di AnnaLee Saxenian sulla nascita e sullo sviluppo della Silicon Valley, di cui ho curato l’edizione italiana (2002) per Franco Angeli: senza le ingenti risorse federali investite (in particolare) negli anni cinquanta e sessanta durante la guerra fredda e la corsa allo spazio (in realtà per diversi decenni) oggi non ci sarebbe l’area di maggior sviluppo tecnologico del pianeta nelle quattro contee a sud di San Francisco; successivamente dagli anni settanta avrebbe iniziato a giocare un ruolo importante il “venture capital” nella crescita delle start-up innovative.

La controprova della strategicità delle risorse pubbliche (quando sono ben utilizzate) è data dall’area di Cambridge in Inghilterra, che aveva gli stessi fattori della Silicon Valley per innescare una positiva dinamica di sviluppo territoriale legata all’innovazione, ma il governo britannico non aveva nel secondo dopoguerra le ingenti risorse pubbliche statunitensi da poter impiegare a sostegno delle imprese tecnologiche ed innovative della regione.

Gli stessi quattro fattori erano: 1) la presenza di un’università di livello mondiale (Stanford e Cambridge); 2) che formavano bene un gran numero di ingegneri, fisici ed informatici (lauree tecnico-specialistiche); 3) la presenza di un tessuto di piccole e medie imprese nell’area che potevano assumerli, valorizzarli e trarne beneficio; 4) la presenza di capitale di rischio (e non soltanto di capitale bancario classico) per finanziare la nascita di start-up innovative.

Questi fattori hanno giocato un ruolo positivo anche per l’area di Cambridge, non a caso Astra Zeneca (di cui si parla molto in questi giorni per uno dei primi vaccini anti-Covid) ha in quest’area il suo Centro di Ricerca e Sviluppo; ma quando si parla di paradigma dell’innovazione e di crescita esponenziale in tutto il mondo si parla di Silicon Valley e non di Cambridge in Inghilterra.

Cambiando il suo precedente approccio, ed avendo appresso dagli errori nella gestione della crisi greca dell’inizio dell’ultimo decennio, questa volta l’Unione Europea ha messo in campo una quantità di risorse mai viste (e neanche immaginate) in passato per far fronte alla crisi economica innescata dalla pandemia in corso; questo positivo dispiegamento di risorse è destinato ad avere un impatto enorme sulla Pubblica Amministrazione italiana, che come abbiamo visto sopra è ormai ridotta nei suoi ranghi.

Negli ultimi due anni è venuta maturando pienamente una consapevolezza sulla necessità di un piano complessivo di reclutamento per la PA, che la metta in condizione di poter essere comparata con quella dei principali Paesi europei con cui dobbiamo confrontarci; ma per le solite contraddizioni italiane, il grande lavoro sui concorsi pubblici svolto in questi anni dalla struttura RIPAM non viene supportato adeguatamente (ancora oggi) in termini di un maggior numero di personale, mezzi e risorse.

Per una serie di motivi (per cui ci vorrebbe una trattazione a parte) l’utilizzo e la gestione dei fondi europei non è mai stata semplice e facile (non soltanto per l’Italia) per cui è importante porsi immediatamente il problema della struttura, dell’organizzazione e delle persone necessarie in aggiunta a quelle dell’organico esistente nel settore pubblico.

Le risorse europee vanno utilizzate per progetti, questi richiedono capacità progettuale, capacità di effettuare le gare, capacità di gestione dell’implementazione e della rendicontazione dei fondi; il tutto per importi che supereranno i trecento miliardi di Euro soltanto per l’Italia, tra chiusura dell’attuale Programmazione entro il 2023, gestione del Next Generation EU, avvio della nuova Programmazione 2021 – 2027.

Recentemente, il caso dell’ultima riforma dei centri per l’impiego e del reclutamento dei “navigator” ha reso chiaro che, nonostante lo sforzo di velocizzare i concorsi pubblici (essendo questa una direzione corretta e necessaria nell’attuale situazione), i tempi di espletamento delle procedure concorsuali non sono compatibili con le scadenze europee del prossimo triennio (2021 – 2022 – 2023) per l’utilizzo di una mole ingente di risorge in tempi brevi.

Bisognerà pensare ad una seconda strada, alternativa e più rapida rispetto all’effettuazione dei concorsi pubblici (che assolutamente vanno portati avanti con sistematicità, non più in modo estemporaneo come in passato, ossia senza una vera programmazione), che prenda come modello di intervento il meccanismo dell’Assistenza Tecnica previsto dagli stessi fondi europei per il supporto alle Autorità che si occupano dei Programmi Operativi (nazionali e regionali), ma anche per supportare gli uffici dei ministeri, delle regioni, degli enti pubblici e dei comuni che saranno coinvolti nell’attuazione delle azioni, delle misure, dei progetti da realizzare concretamente.

Pertanto, la proposta di utilizzare trecento persone aggiuntive non è errata, piuttosto è fortemente sottostimata; molto più verosimilmente ci vorranno almeno tremila persone per affiancare e supportare la Pubblica Amministrazione italiana in questa sfida epocale sulle risorse europee.

Gli staff di supporto dovranno essere strutture focalizzate su efficacia ed efficienza; l’organizzazione dovrà privilegiare procedure lineari, e non ridondanti come spesso accade a causa della normativa nazionale, che sovraccarica le regole europee (è il fenomeno del “gold plating”); la selezione delle persone da utilizzare rapidamente dovrà avvenire sui “curricula”, parallelamente al percorso di svolgimento dei nuovi concorsi pubblici (per i quali come abbiamo visto sono necessari tempi tecnici più lunghi).

Per coloro che ritengono che i tempi rapidi, necessari nell’attuale situazione, possano portare ad un rischio di errori ed abusi, ricordo che in passato ci sono state procedure concorsuali che sono durate anni senza aver dato una maggiore garanzia di trasparenza e correttezza; è il momento di applicare il principio dell’analisi costi-benefici per poter ridurre al minimo errori ed abusi ed avere il massimo dell’efficacia nel rapido utilizzo degli strumenti di intervento per uscire dalla pesante crisi economica in corso; da ultimo (ma non per ultimo) ed in termini di garanzia, ricordo che i fondi europei hanno un collaudato sistema di controllo, di verifica e di audit delle risorse impiegate.

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