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Come sarà l’Europa…nel 2025

di Luigi Sanlorenzo
Map Illustration by Peter Arkle for The Wall Street Journal.

In un articolo pubblicato sul Wall Street Journal del 19 novembre 2011, lo storico Niall Ferguson immaginò come sarebbe stata l’Europa nel 2021.  Lo commentai immediatamente con una mia appendice personale sulla Sicilia che seguiva la stessa logica predittiva, appresa in anni lontani dall’amico e maestro, il sociologo Mimmo De Masi ideatore del metodo Delphi, da troppi anni venerato ma inascoltato in Italia. Oggi in prossimità di quell’anno ed a quasi due lustri di distanza da quelle previsioni è possibile fare il bilancio, quasi un fact checking, di ciò che si è effettivamente realizzato e proiettare l’analisi al 2025.

Ferguson, oggi quasi sessantenne, è uno storico di origini scozzesi che insegna dal 2004 ad Harvard. Si è occupato soprattutto di storia economica (la sua opera accademica principale sono due volumi sulla famiglia dei banchieri Rothschild) e ha scritto un libro molto discusso, pubblicato nel 1998, sulle cause della Prima Guerra Mondiale, tradotto in italiano con il titolo “La verità taciuta”. La sua fatica più recente è “La torre e la piazza. Le reti, le gerarchie e la lotta per il potere. Una storia globale” (The Square and the Tower: Networks, Hierarchies and the Struggle for Global Power, 2017) Collezione Le Scie, Milano, Mondadori, 2018. Ne consiglierei la lettura insieme al testo di Federico Rampini “I cantieri della storia. Ripartire, ricostruire, rinascere” pubblicato in questi giorni da Mondadori.

Lo studioso statunitense non era nuovo a esercizi di “storia alternativa”, dato che è uno dei pochi storici che incoraggiano l’utilizzo della “storia controfattuale” come metodo di ricerca: ovvero immaginare quali sarebbero state le conseguenze se alcuni eventi storici decisivi (la vittoria alleata nella Seconda Guerra Mondiale è uno dei classici) non si fossero verificati.

Dall’ austero campus dagli edifici ricoperti di edera e dove   i geni alla Beautiful Mind, scrivono le formule che cambiano il destino del mondo, il nostro visionario, ma non troppo, professore dell’Ivy League immaginava che nel 2021 la crisi finanziaria del 2010 – 2011 fosse stata superata, ma avrebbe causato pesanti conseguenze. Un fantasioso Trattato di Potsdam del 2014 si sarebbe lasciato alle spalle la logora Unione Europea ed avrebbe dato vita gli Stati Uniti d’Europa. Ne avrebbero fatto parte tutti i paesi dell’attuale Unione Europea attuali (ma nel Belgio, Fiandre e Vallonia si sono separate), più i restanti dell’est, alcuni dei quali hanno plaudito a Donald Trump a urne ancora chiuse e si riconoscono nel Gruppo di Visegrad, guardando oggi più a Vladimir Putin che ad Ursula Von der Leyen.

Due importanti previsioni si sono avverate pur con qualche lieve differenza temporale: nel 2011 Ferguson immaginava che la Gran Bretagna sarebbe uscita dall’Unione Europea, dopo che David Cameron, per arginare il successo di YKip del 2014, aveva accettato di indire un referendum sull’appartenenza all’Unione. Nel 2017 (è avvenuto invece nel 2016 e Cameron, rovinatosi con le proprie mani, si è dimesso nello stesso anno) i No hanno ottenuto una vittoria schiacciante, vicina al 60% dei voti, e gli elettori hanno confermato la maggioranza assoluta, oggi guidata da Boris Johnson, ai conservatori nel Parlamento inglese. Una catastrofe per l’Europa di cui il 31 gennaio 2021 vedremo l’epilogo.

Il Regno Unito è diventato, secondo Ferguson, la destinazione preferenziale degli investimenti stranieri cinesi, ottenendo un successo economico così grande, e così diverso dalla austerità che comunque continua a regnare sul continente, che perfino la Repubblica d’Irlanda ha messo da parte i rancori secolari per federarsi alla Gran Bretagna.

Senza i vincoli europei, la piena sovranità monetaria e l’ampio bacino del Commonwealth, probabilmente entro il 2025 saranno i primi a riaversi dalla crisi sanitaria ed economica.

L’altra grande novità, preconizzata da Ferguson, era l’uscita di Svezia, Danimarca e Finlandia dall’Unione: accettando la proposta della Norvegia di un’unione allargata all’Islanda, i cinque paesi hanno formato una Lega Scandinava, in cui il peso politico dei partiti xenofobi e populisti come i Veri Finlandesi è cresciuto sensibilmente. I segnali inviati nel 2020 dai cosiddetti “paesi frugali” all’Unione Europea e di cui ho scritto recentemente altrove sembrano andare in questa direzione.

Ferguson non poteva certo immaginare la pandemia, anche se dove si studiano i possibili scenari dei destini del mondo tale eventualità non è mai stata sottovalutata, ma fin qui alcune previsioni si sono avverate.

Cos’altro ci aspetta da qui al 2025? Proverò a seguirne la consequenziale logica ucronica.

Nel 2021 i “residui” Stati Uniti d’Europa immaginati da Ferguson sono ancora guidati e quasi dominati dalla Germania.  I tedeschi hanno punito soprattutto la decisione di sovvenzionare con soldi pubblici la Deutsche Bank, e hanno dato la vittoria elettorale del 2019 al partito socialdemocratico, la SPD. Da parte sua, la SPD al governo ha spinto decisamente verso un maggiore impegno delle istituzioni europee per risolvere la crisi: ha appoggiato la decisione di Mario Draghi di trasformare la BCE nella prestatrice di ultima istanza e di comprare massicciamente titoli di stato italiani e spagnoli, ponendo fine alla crisi finanziaria e ha anche spinto per una revisione dei trattati che ha creato una sorta di Ministero del Tesoro Europeo.

E’ accaduto in parte perché in realtà nel 2017 c’è stato un sostanziale pareggio tra CDU e SPD con l’avanzata dei Verdi ma anche con l’ipoteca neo nazista rappresentata da Alternative für Deutschland, piazzatasi al terzo posto con oltre il 12% dei voti.

Il previsto mandato di Draghi, effettivamente iniziato il primo novembre 2011 e conclusosi nell’ottobre del 2019, ha permesso alla BCE di salvare l’economia dei paesi più deboli.  Vedremo presto cosa accadrà nel 2021, dopo la definitiva uscita di scena di Angela Merkel annunciata già nel 2018 e considerato il fatto che l’Unione potrebbe effettivamente collassare sotto il peso delle conseguenze economiche della pandemia. Un rinnovato rapporto con gli Stati Uniti di Joe Biden, dopo la parentesi isolazionista e ostile di Donald Trump, potrebbe essere la chiave di volta per la sopravvivenza europea nei prossimi anni.

Nella mappa di Ferguson la sede dell’Unione è a Vienna dato che il centro politico dell’Unione Europea non è più Bruxelles ma la capitale austriaca e nel 2021 il nuovo presidente degli Stati Uniti d’Europa è Carlo d’Asburgo nato nel 1961 e discendente diretto dell’omonima dinastia imperiale.

La nuova entità è a guida germanica e i paesi mediterranei sono diventati una sorta di “villaggio vacanze” per i cittadini del nord. In Italia, Grecia, Portogallo e Spagna la popolazione è invecchiata e i tassi di disoccupazione sono altissimi, l’emigrazione senza precedenti ma la stabilità sociale è assicurata dal flusso turistico che arriva dagli USA, dai paesi settentrionali più ricchi e dall’Unione in forma progressivamente ridotta; gli abitanti sembrano essere contenti dello scambio, tanto più che “ci sono un sacco di euro da fare nell’economia ‘grigia”  lavorando come camerieri o giardinieri per i tedeschi, che ora hanno tutti la loro seconda casa nel sud soleggiato.”  Oggi sappiamo che in realtà però sarà una “partita di giro” tenuto conto che la proprietà delle più importanti catene alberghiere non sarà in mano italiana ma tedesca, inglese, araba e cinese, come pure quella delle principali compagnie aeree. In molti centri minori dell’Italia meridionale, e non solo, torneranno a far comodo le rimesse degli emigrati, come all’inizio del ‘900 e come accade oggi per i Paesi in via di sviluppo.

Da qui al 2025 le conseguenze economico sociali della pandemia che si trascineranno per un decennio potrebbero rendere verosimile tale scenario in cui giocheranno attori oggi ancora sconosciuti. D’altronde se si pensa che dopo una crisi globale ma essenzialmente finanziaria, i paesi più deboli si erano appena ripresi nel 2018, non è difficile immaginare gli effetti di una devastante tragedia dell’economia reale, del mercato del lavoro, della struttura stessa della società civile e delle Istituzioni. Un lungo dopoguerra aspetta paesi quali il Portogallo l’Italia, la Grecia e la Spagna. In tempi di vacche grasse erano raggruppati dai più ricchi con l’acronimo non certo gentile di P.I.G.S. speriamo che l’esperienza comune europea dia origine per tutti ad una definizione più gentile e solidale.

Comunque vada, il futuro possibile verrà da fuori come ho scritto alcuni mesi fa su Lo Spessore:

E la Sicilia? Ovviamente Ferguson, che non credo l’abbia mai visitata, non la cita. Per chi vive all’ombra di quegli austeri edifici, la nostra isola narcisisticamente percepita da alcuni “leaders” locali come l’ombelico del mondo,  non è che un pezzo di nord Africa, finito per sbaglio in Europa ed agitato da fenomeni molto redditizi per l’editoria mondiale: l’ inesauribile miniera per film, libri e telenovelas in salsa italica quali la mafia e l’antimafia, nuova versione del Teatro dei Pupi di antica e venerata memoria di cui ho scritto alcuni giorni fa:

Per chi vive al di là dell’Atlantico l’Europa del Sud nel 2025, come già previsto da Ferguson nel 2011, è ormai un’unica spiaggia che si estende da Marbella a Mikonos e non saranno certo il Tempio della Concordia, le Metope di Selinunte o il Satiro Danzante a far cambiare loro idea. Peraltro sono state proprio le pressioni degli stati più influenti e delle grandi multinazionali del digitale – e non certo le ambigue posizioni dei politici locali o il peloso ambientalismo nostrano – a far ripulire le coste siciliane dagli scempi vetero – industriali perpetrati a Gela, a Milazzo, a Priolo.

A chi scrive resta l’amaro compiacimento di aver anticipato a suo tempo di pochi giorni il prof. Ferguson (Un giorno saremo la Florida…ma i siciliani faranno i camerieri, 10 novembre 2011) seppure all’ombra della Statua di Carlo V – l’austriaco reggitore. del Sacro Romano Impero su cui non tramontava mai il sole –   che, tra le alterne vicende dell’isola pedonale che la circonda in Piazza Bologni, continua a stendere la mano nel secolare e regale gesto che ora sembra dire «qui sotto dovete stare!». Mai come oggi vorrei avere torto e sbagliarmi sulle nuove e non certo incoraggianti prospettive che ho delineato ma è nell’eccessiva indulgenza verso noi stessi e nel fatalismo che ci avvince che dobbiamo rintracciare le radici dell’incolmabile ritardo con il resto dell’Europa.

Spiegheremo un giorno al prof. Ferguson, cui dall’alto di Monte Pellegrino mostreremo il più bel promontorio del mondo (primo esempio di marketing turistico della storia attraverso un testimonial internazionale) che anche la nostra classe dirigente immaginava che sarebbe andata a finire così, ma ha preferito non preoccuparsi più di tanto perché, si sa, annunci di questo genere “offuscano l’immagine della Sicilia e scoraggiano gli investimenti”. Ma non l’avevo già sentito dire?

Saluti dal futuro.

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