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UE e le sanzioni all’Italia per il trattamento delle acque

di C. Alessandro Mauceri
[Dal sito ambientesicurezzaweb.it]

L’acqua è fonte di vita. Eppure molti sembrano non capirlo: negli ultimi anni l’aumentare degli abitanti, la riduzione delle risorse idriche di acqua dolce e potabile disponibili (a causa del surriscaldamento globale e conseguente scioglimento dei ghiacciai) e la cattiva gestione delle acque hanno destato non poche preoccupazioni.

Problemi che, però, non sembrano impensierire chi governa e che da anni si ostina a non rispettare le norme relative proprio al trattamento delle acque. Un comportamento che ha portato l’Italia ad essere accusata di violare la normativa comunitaria in materia del trattamento delle acque reflue. E successivamente multata. Con non uno ma ben quattro procedimenti di infrazione, il primo dei quali risalente addirittura al 2004. Quell’anno, la Commissione europea avviò la procedura 2004/2034 per il mancato rispetto da parte dell’Italia degli artt. 3 (reti fognarie per le acque reflue urbane) e 4 (trattamento depurativo dei reflui) per agglomerati maggiori di 15.000 abitanti che scaricano in aree non sensibili e dell’art. 10 (adeguatezza degli impianti). Nel 2012, la violazione venne convertita in sentenza di condanna da parte della Corte di Giustizia europea (causa 565/10). Accusati di aver violato le norme comunitarie gli agglomerati per la depurazione di diverse regioni: Abruzzo, Campania, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Puglia e Sicilia. In tutti questi anni, nessuno dei governi (e delle amministrazioni locali) che si sono succeduti, è stato capace di accogliere le richieste della Corte di Giustizia europea.

Ma non è questa l’unica infrazione: nel 2009 (anche questa trasformata nel 2014), con una sentenza della Corte di Giustizia europea (causa 85/13), l’Italia è stata sanzionata per il mancato rispetto degli artt. 3 e 4 e dell’art.10 ma questa volta per i comuni con più di 10.000 abitanti che scaricano in aree sensibili. Ancora una volta molte le regioni responsabili delle violazioni: Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta e Veneto.

Nel 2019, è stato avviato un nuovo ricorso alla Corte di Giustizia europea (causa 668/19) a causa di un’altra infrazione (2014/2059) per il mancato rispetto degli articoli 3, 4, 5 e 10 della direttiva questa volta riguardante impianti in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Puglia, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto. Lo stesso anno (2019) la Commissione ha inviato alle autorità italiane un “parere motivato” riguardante 237 agglomerati con oltre 2.000 abitanti, distribuiti in 13 regioni italiane: Abruzzo, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, che non disporrebbero di adeguati sistemi di raccolta e trattamento delle acque di scarico urbane. Alla fine la Corte ha condannato l’Italia al pagamento di una somma forfettaria pari a 25 milioni di Euro alla quale, però, si aggiunge una penalità giornaliera di 165.000 euro al giorno (pari a 30.112.500 per ciascun semestre) fino a quando non sarà rispettata la prima sentenza.

Una situazione estremamente grave non solo per il danno all’ambiente che continua ad essere compiuto (specie considerando che queste acque vengono scaricate nel Mar Mediterraneo che è un ecosistema quanto mai fragile. E nemmeno per le sanzioni salate (basti pensare che vengono calcolate per “giorno di ritardo”) che, come sempre, finiscono per gravare sulle tasche dei contribuenti (e senza che nessuno ne parli). Ma soprattutto perché dimostra una grave e prolungata incapacità di gestire un settore delicatissimo che ha un impatto su una risorsa ambientale fondamentale.

In alcune regioni la situazione appare particolarmente grave. In Sicilia, secondo dati dell’Arpa, non funzionerebbero correttamente 73 depuratori su 457 e l’80% del totale sarebbe privo di autorizzazioni valide. Carenze infrastrutturali ma anche procedure inspiegabilmente lunghe: in alcuni casi gli enti gestori o i Comuni avrebbero già richiesto il rinnovo dell’autorizzazione ma solo in pochi casi l’iter è stato completato (sono stati effettuati il 20% circa dei controlli minimi previsti sugli impianti presenti sul territorio regionale). A questo si aggiunge che, dopo i controlli, più volte sono emerse irregolarità che hanno dato vita a contestazioni.

La conseguenza è che molti impianti, dopo aver effettuato il pre-trattamento dei reflui, scaricherebbero tutto in mare con il rischio di causare ulteriori danni: le acque contaminate spesso obbligano i sindaci a inibire alla balneazione lunghi tratti di costa perdendo risorse economiche importanti e svalutando aree ad alta vocazione turistica.
Una situazione inspiegabile e ingiustificabile. Tanto più che, proprio per velocizzare le procedure, nel 2016, è stato nominato un commissario ad acta per gestire questo settore. Purtroppo, se, da un lato, è vero che sono astati avviati alcuni cantieri (15), che sono state lanciate decine di gare d’appalto (ben 87) e stipulati molti contratti (55), dall’altro le previsioni non sono certo rosee: se tutto andrà bene (cosa quasi mai avvenuta nel passato), la Sicilia non completerà i lavori prima del 2026. Nel frattempo, i cittadini dovranno fare buon viso a cattiva sorte e fingere di non sapere come viene gestito il problema “acque”.

Dai dati nazionali emerge che, con 428 litri per abitante ogni giorno, l’Italia è ai primi posti in Europa per consumo di acqua potabile. Ancora una volta, potrebbe non trattarsi solo di un problema di cattiva abitudine: la causa di questo consumo smodato sarebbe dovuta, in parte, alle “anomalie” (per usare un eufemismo) delle reti idriche. Ben il 48% dei 428 litri per persona per giorno non sono acque “consumate” ma “perse”. Uno spreco enorme del quale non si parla mai. Come se alla gente mancasse la consapevolezza non tanto del valore generale di questa risorsa, quanto dell’impatto che le quantità e le modalità del consumo hanno sul ciclo di vita dell’acqua.

A mancare del tutto (salvo poche, rarissime eccezioni) è la “cultura” dell’acqua, la consapevolezza della sua importanza e la voglia di ricorrere ad ogni mezzo per ridurne gli sprechi. E di fare il possibile per smettere di far pagare multe salatissime agli ignari contribuenti.

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