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L’accordo UE senza vincitori nè vinti in una convivenza sempre più difficile?

di C. Alessandro Mauceri

In primo piano Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, alle sue spalle la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen [Foto di Francisco Seco – Getty Images]

Una delle cose che sono emerse chiaramente durante la pandemia in atto (chi dice che è finita non ha visto i numeri negli USA e in Brasile e anche i nuovi focolai in Europa) è l’incapacità di trovare un accordo e delle misure “unite”. L’ennesima dimostrazione – se mai ce ne fosse ancora bisogno – che la famosa “Unione” è poco più che una scusa per avere un mercato unico e vendere a tutti gli stessi prodotti senza pagare dazi.

Anche l’ultima trattativa, quella per gli aiuti ai vari paesi membri dell’“Unione” ha richiesto tanto troppo tempo e alla fine, nonostante oggi tutti si stiano vantando dei propri successi, pare che siano più i fallimenti e le incertezze che altro.

Fallimenti che nell’ “Unione” sono iniziati a febbraio scorso, con il numero degli italiani infettati dal coronavirus che triplicava ogni 48 ore e il premier Conte che aveva chiesto aiuto agli altri Stati membri dell’UE. Ospedali sovraffollati, medici e infermieri rimasti senza dispositivi di protezione e spesso strutture carenti costrette a lottare col coltello tra i denti per salvare le vite dei malati in condizioni critiche per la mancanza di ventilatori. Conte lanciò non uno ma diversi appelli all’UE, che, però, rimase indifferente: i gridi d’aiuto dell’Italia vennero caricati nel sistema comune di comunicazione e informazione di emergenza dell’UE (CECIS) e nessuno ne tenne conto. “Nessuno Stato membro ha risposto alla richiesta dell’Italia e alla richiesta di aiuto della Commissione”, ha dichiarato Janez Lenarčič, commissario europeo responsabile della gestione delle crisi. “Il che significava che non solo l’Italia non è preparata … Nessuno è preparato … La mancanza di risposta alla richiesta italiana non è stata tanto una mancanza di solidarietà”.

Ora dopo qualche mese, quando i danni sono enormi in tutta Europa, i leader dell’ “Unione” si sono riuniti per discutere cosa fare dopo che il latte è stato versato. In realtà c’è poco da fare: sono circa 180.000 i cittadini europei, in tutta l’area economica europea e nel Regno Unito, che hanno perso la vita a causa del coronavirus e 1,6 milioni sono stati infettati da dicembre dello scorso anno. Senza contare che il numero reale dei morti potrebbe essere ancora maggiore (e il recente aumento delle infezioni in Serbia e nei Balcani è motivo di grande preoccupazione). Per loro gli aiuti di cui hanno discusso in questi giorni i leader europei, apparentemente amichevoli e sorridenti, non serviranno a nulla. E il continente viaggia a tutta velocità verso la peggiore recessione economica dalla Grande Depressione degli anni ’30. Molti funzionari ben informati a Bruxelles parlano di disastro imminente, di ministri della salute e dell’economia sempre più disperati, incapaci di trovare soluzioni valide per far fronte a ciò che avverrà. Anzi che sta già avvenendo.

Alla fine, i leader dell’UE esausti, dopo cinque giorni di aspri dibattiti, hanno raggiunto un mezzo accordo su un fondo da 750 miliardi di euro e su piani di spesa a lungo termine. E tutti sorridono.

La fine del tortuoso processo è stata annunciata dal presidente del consiglio europeo, Charles Michel, che aveva presieduto i lunghi dibattiti dei leader, con una sola parola su Twitter: “Affare!” Dal canto suo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha detto che i negoziati sono stati “degni di nota” e che nessuno potrà accusare l’UE di fare “troppo poco, troppo tardi” (forse con un chiaro riferimento all’Italia?). Il presidente francese Macron ha detto che oggi è un “giorno storico per l’Europa”. In realtà c’è poco da sorridere.

Parlando dell’accordo raggiunto a fatica, c’è stato chi ha parlato di ingenti sovvenzioni non rimborsabili nei paesi più colpiti dalla pandemia di coronavirus. Chi ha proposto di versare 390 miliardi di Euro in sovvenzioni e 360 miliardi in prestiti presi dal nuovo fondo per la ricostruzione economica. Altri hanno avanzato altre proposte. Inutile cercare di capire cosa prevede l’accordo raggiunto. Molto probabilmente non lo sanno con esattezza neanche i leader sorridenti seduti al tavolo delle contrattazioni: saranno le successive misure attuative a spiegare “cosa” fare e soprattutto “come”.

Un paio di cose però sono chiare: il risultato finale ottenuto dai leader europei dimostra che l’“Unione” europea tutto è meno che un’unione politica ed economica. E’ semplicemente un’accozzaglia di governi ognuno dei quali cerca di tirare acqua al proprio mulino e di mettere una pezza ai buchi dei propri bilanci. Buchi che la pandemia ha trasformato in voragini. I paesi dell’Europa settentrionale che accusano i paesi dell’Europa meridionale di non aver attuato le riforme necessarie per proteggere le loro economie da una crisi sono i primi a cercare di attirare le imprese dei paesi meridionali (a conferma di ciò la decisione di Mediaset di trasferire la propria sede in Olanda per le migliori condizioni fiscali). Italia e Spagna, dal canto loro, paesi tra i più colpiti dal coronavirus, hanno accusato quelli settentrionali di mettere a repentaglio il progetto UE e di essere stati solidali.

L’accordo appena sottoscritto è un insieme disordinato di compromessi che prevede aumenti significativi degli sconti che ricevono sui loro contributi di bilancio per i “frugals” (un ritorno al 1984 quando Margaret Thatcher ottenne sconti sui contributi di bilancio fuori misura del Regno Unito). Per il resto, ognuno cercherà di rubare ai propri vicini quanto più possibile.

Nessuno ha detto ai giornalisti che si affollavano per intervistare i capi di stato e i leader europei che, alla fine, a pagare questi miliardi (e con gli interessi) saranno sempre e comunque i cittadini europei: per chi non l’avesse capito, per finanziare il piano di risanamento di 750 miliardi di euro, la Commissione europea prenderà in prestito denaro sui mercati finanziari su una scala senza precedenti. E per rimborsarlo, gli stati membri dell’UE hanno già concordato di creare nuove tasse comuni (tra cui un prelievo sulla plastica che sarà introdotto nel 2021). E saranno i cittadini a pagare il conto finale. Non i leader sorridenti davanti alle telecamere né i capi dell’“Unione” europea mai così disunita come ora o della Commissione europea. Proprio quest’ultima avrà anche il compito di “proporre” un prelievo sulle importazioni inquinanti da paesi terzi, nonché una tassa “digitale”. L’ennesima dimostrazione che, nonostante tutti i sorrisi e le belle parole, non c’è ancora alcuna certezza su come l’UE rimborserà i debiti che gravano sulle spalle dei cittadini.

Ovviamente di questo i leader mondiali non hanno parlato. Hanno preferito glissare l’attenzione e parlare dei loro successi, della loro abilità, di miliardi di euro…

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