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La Sicilia nel Mediterraneo del dopo pandemia, nuovi orizzonti o luoghi comuni?

di Luigi Sanlorenzo

Carta geografica della Sicilia [Musei Vaticani]

“Tutto va ricatturato e riposizionato nella struttura generale della storia, cosicché, malgrado le difficoltà, i fondamentali paradossi e le contraddizioni, potremo rispettare l’unità della storia che è anche l’unità della vita”
Fernand Braudel

Emergono periodicamente indistinte pulsioni a collocare la Sicilia al centro del Mediterraneo con ruoli di sintesi culturale e di cerniera tra l’Europa, il vicino Oriente e l’Africa settentrionale a motivo delle emergenze culturali che, giunte da tali zone del mondo, vi sono rappresentate e hanno contribuito in modo determinante a definirne l’identità e il destino sino alla fine del XV secolo. Da allora in poi il Mediterraneo si è trasformato da lago della mediazione e dell’incontro a luogo delle contraddizioni e dei contrasti.

L’espulsione di ingegni musulmani ed ebrei a partire dal 1492, l’inizio con la sconfitta di Lepanto nel 1571 della lenta dissoluzione dell’impero ottomano, l’apertura delle rotte atlantiche prima e del Pacifico alla fine del XX secolo, lo spostamento dell’asse geopolitico dall’Europa alle Americhe e alla Cina, hanno decretato la progressiva marginalizzazione di un Mediterraneo dove spesso, come annota Predrag Matvejevic, “il Rinascimento non è riuscito dappertutto a superare il Medioevo.

In quel “non dappertutto” non è difficile includere la Sicilia, la Sardegna, l’Italia meridionale, il nord Africa, la Grecia, Cipro, la Turchia dove la modernità illuminista ha dovuto attendere la stagione dei risorgimenti nazionali per introdurre una visione del mondo orientata verso il progresso sociale e la petizione di diritti umani, ancora oggi non disponibili per milioni di persone.

L’evento mediterraneo più significativo del XIX secolo, l’apertura del Canale di Suez nel 1869, non contribuì a restituire un ruolo da protagonista al bacino, piuttosto, accelerò la penetrazione prima commerciale e poi coloniale delle potenze europee verso i Paesi Arabi e l’Africa Occidentale, ritardandone sia l’emancipazione che l’evoluzione dal tribalismo alla nascita di una coscienza nazionale.

Il post colonialismo avrebbe fatto il resto, trasformando il continente nel più grande fornitore “a costo zero” di materie prime strategiche e, più recentemente, nel cantiere di manodopera a basso costo ormai egemonizzato dalla Cina, come ha notato recentemente Marco Massoni nella sezione dedicata all’Africa dall’Osservatorio Strategico del Centro Alti Studi per la Difesa.

Le rivoluzioni arabe degli ultimi anni in Egitto, Tunisia, Libia ed Algeria sembrano non aver ancora superato la fase del conflitto e danno la sensazione che sia ancora lontana la stagione di evoluzione democratica, costantemente minacciata dall’integralismo islamico.

Sul versante del vicino Oriente, la questione palestinese, il genocidio siriano, l’irrisolta questione cipriota e la drammatica crisi economica e sociale della Grecia, configurano un’ulteriore distanza tra un passato che ritorna ed un futuro che fatica ad intravedersi. Paradossalmente, l’unica democrazia in grado di colloquiare con l’Occidente e di interloquire sul piano dell’innovazione tecnologica è Israele, di cui non casualmente si è in più occasioni ipotizzato l’ingresso nell’Unione Europea.

Dieci anni fa l’area del Mediterraneo ha perso la più importante occasione che l’Europa le aveva riservato, seppur in una sorta di regime risarcitorio della ben più convinta espansione verso l’Est. La netta contrarietà della Francia ha impedito, com’è noto, che si avviasse la libera circolazione di persone e di merci in tutto il bacino, prevista dal processo di Barcellona del 1995 e volta ad incrementare le politiche di prossimità. Per circa un decennio si sono riposte in tale prospettive speranze e programmi nonché spesi milioni di parole, luoghi comuni e fiumi d’inchiostro e che, lentamente, si sono insabbiati inesorabilmente sino a diventare uadi aridi e dimenticati.

Chi scrive, volle essere a Tunisi il primo gennaio del 2010, quasi a mantenere almeno con se stesso un impegno su cui in tanti avevamo pensato, lavorato, sperato. Esattamente un anno dopo ebbe inizio proprio con la cacciata di Ben Alì, la stagione delle rivoluzioni nord africane le cui energie vitali, forse, si sarebbero potute incanalare in un progetto mediterraneo più vasto e più moderno, se solo ne fosse esistito uno.

Nei recenti 25 anni, un quarto di secolo, il ruolo della Sicilia nel Mediterraneo è stato inesistente per incapacità politica, inadeguatezza imprenditoriale e impotenza internazionale collegata anche al basso profilo dei rappresentanti isolani al Parlamento Europeo, come ancora oggi accade, considerati momentaneamente posteggiati a Strasburgo in attesa di ben più allettanti incarichi domestici e, sovente, assolutamente impreparati ad affrontare problematiche internazionali sia comunitarie che, immagini il lettore, extracomunitarie e mondiali.

Nonostante costose missioni dei Governi Cuffaro, Lombardo e Crocetta – che ha trasferito  prudentemente residenza e trattamento pensionistico in Tunisia  – nulla di concreto è stato costruito sul piano istituzionale per andare oltre il semplice e spesso ambiguo dialogo con i governi nord africani ed è piuttosto continuata l’eterna” guerra del pesce”, con le costanti registrazioni di sequestri, spesso duri e drammatici ad opera di mezzi militari  libici e tunisini, poi risolti quasi sempre in danno dei pescatori siciliani. In tale deserto di iniziative va dato merito all’azione svolta dal Distretto Produttivo della Pesca, animato dal compianto Giovanni Tumbiolo, che, nella fase più acuta della crisi tunisina, fu l’unico esponente siciliano a svolgere mediazioni private, spesso clandestine e a proprio rischio personale, per impedire che andassero distrutti decenni di faticoso dialogo. Fino alla vigilia del disastro sanitario mondiale, il Distretto ha aperto nuovi canali con l’Africa sub sahariana ed i paesi dell’Africa Occidentale atlantica. Un’altra sconfitta per l’idea di uno sviluppo mediterraneo.

Di iniziative del governo guidato da Nello Musumeci nessuna notizia, missing in action si direbbe se almeno le missioni ci fossero state; ma sarebbe pretendere un po’ troppo da chi ha già il proprio daffare per lanciare la rivoluzione siciliana in salsa leghista e che non può certo preoccuparsi di osservare che esiste qualcosa oltre la fiera equina di Ambelia.

Per la Sicilia oggi il Mediterraneo è solo un grande, tragico spot da mandare in onda ogni sera con la drammatica contabilità di migranti salvati dagli operatori delle ONG e dai tanti meno noti esponenti della marineria siciliana che rischiano di essere persino incriminati per questo.  Uno spot che ha finora dato come risultato la conoscenza sui media del mondo di località come Lampedusa, Pozzallo, Licata, periferie del mondo e pesi sulla coscienza di un’Unione Europea lontana dove sembrano ormai prevalere istanze e soggetti politici xenofobi e razzisti cui forse non sarebbe sgradito un Olocausto 2.0 con sede in una terra di nessuno,  come sembra essere diventato quello che la tradizione omerica chiamò onoj pÒntoj ,il mare color del vino,  quale sintesi culturale tra il vino, il mare, la navigazione ed il simposio ossia  l’incontro, l’ospitalità, l’amicizia.

Suggestioni di un tempo lontano in cui il greco era la lingua della prima globalizzazione dell’Umanità e non una lingua morta di cui si sollecita l’abolizione, insieme alla capacità di pensare criticamente.

E’ancora possibile un futuro per la Sicilia nel Mediterraneo? L’esperienza storica e le tante occasioni perdute ci dicono di no, il cuore vorrebbe suggerirci il si, ma non sarà il sentimento a guidare, se ancora ne è rimasto il tempo, un processo di modernizzazione che non può che guardare a quei paesi le cui classi dirigenti   hanno compreso come l’ossessione paralizzante di un grande passato può essere una condanna senza appello se non è  vinta dalla consapevolezza della necessità di costruire, con fatica, rigore e razionalità, un grande futuro.

Immaginare il Mediterraneo nel futuro che aspiriamo a costruire dopo la pandemia, vuol dire pensare a una regione parte di un vasto coordinamento con le civiltà eurasiatica e panafricana, con rispetto di identità nazionali e culturali, una zona economica di scambi e relazioni pacifiche. Ciò significa passare dal Mare Nostrum al “lago” della cooperazione e dello sviluppo intercontinentali, un perno del dialogo e del rispetto reciproco nella diversità, nei centri plurali della comunità mondiale, una vasta area di punti d’incontro per un’umanità con identità passate e future. Un assetto geopolitico moderno che, archiviato il tempo di due o tre potenze egemoni, possa diventare un mondo multi polare e interconnesso e, per ciò stesso, generativo di nuove concezioni della cultura e della società.

 

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