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La Brexit, l’accesso ai dati e il futuro della sicurezza occidentale

di Domenico Letizia

Numerose le novità in tema di sicurezza, cybersecurity e accesso ai big data con l’avvento della Brexit e dei nuovi scenari in Europa. Con l’accordo sulla Brexit tra Regno Unito e Unione Europea, confermato il primo gennaio, il Regno Unito perderà l’appartenenza a Europol, Eurojust, al mandato di arresto europeo e la condivisione di dati sensibili in tempo reale attraverso il Sistema di Informazione Schengen (SIS2).

Un dibattito che attira attenzione e preoccupazione sia per le istituzioni europee che all’interno del Regno Unito. Durante una recente audizione presso la Camera dei Lord, un responsabile britannico delle forze di sicurezza, ha dichiarato che tali meccanismi, in particolare il mancato accesso a SIS2, rappresenterà “un punto di svolta da non sottovalutare”. Con la disattivazione e il mancato accesso al sistema SIS2, risulterà essenziale per le istituzioni trovare un nuovo meccanismo per la garanzia della sicurezza nel breve termine.

La polizia britannica accede al database SIS2 quasi mezzo miliardo di volte all’anno e fin ad oggi il Regno Unito ha collaborato con le istituzioni europee per indagare su centinaia di casi per contrastare il terrorismo e avanzare nelle indagini penali transnazionali, tramite il meccanismo Europol. Tale meccanismo ha permesso, attraverso il mandato di arresto europeo, al Paese britannico di riuscire, nel corso degli anni, ad estradare più di 11.000 ricercati, se valutiamo l’arco temporale 2000 – 2009. In una recente nota stampa, Boris Johnson ha dichiarato che le potenzialità del nuovo accordo con le istituzioni europee “assicurano la capacità di catturare i criminali e condividere informazioni in tutto il continente europeo come abbiamo fatto per molti anni”.

Tuttavia, attualmente manca ancora un sistema innovativo di estradizione in sostituzione del mandato di arresto europeo. Una situazione che preoccupa anche le istituzioni europee che chiedono uno sforzo comune nel tentativo di colmare tali lacune nell’ambito della sicurezza collettiva. Inoltre, rispetto ai dati del DNA e delle impronte digitali rimane in vigore il Trattato di Prüm. Il trattato di Prüm è un accordo firmato a Prüm da alcuni paesi membri dell’Unione europea (Austria, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Spagna e Paesi Bassi) il 27 maggio 2005. La finalità del trattato è quella di aumentare le misure di coordinamento in materia di indagini giudiziarie e prevenzione dei reati. Il principale settore in cui l’accordo interviene è quello dello scambio dei dati relativi al DNA dei condannati per reati sul territorio dei paesi aderenti.

Questa norma, che non è prevista dal trattato di Schengen, amplia la quantità e la tipologia di informazioni che possono essere scambiate tra le forze di polizia. Tematiche che avevano attirato l’interesse anche di numerosi esperti e politici italiani.

Nel 2018, Giulio Terzi, già Ministro degli Esteri scriveva che “una valutazione su forme e moduli di collaborazione nel post-Brexit non può trascurare l’importanza di quanto è avvenuto con l’operazione del 14 aprile 2018 contro l’arsenale chimico siriano attraverso la missione congiunta Usa- GB- Francia, sulla quale sia l’Alleanza Atlantica, sia l’Unione Europea hanno espresso la loro approvazione. Neppure si devono sottovalutare le collaborazioni che legano tra loro, al di fuori almeno per ora del quadro PESCO, alcuni Paesi europei, gli Stati Uniti, e attori regionali in missioni autorizzate dal Consiglio della Sicurezza delle Nazioni Unite, ma che non sempre, almeno nella loro fase di avvio, sono rientrate nella tradizionale categoria del peacekeeping onusiano”. Tali vicende non dovrebbero essere trascurate nel valutare le intese tra Washington, Londra e Parigi e comprendere l’essenzialità di aggiornare il sistema di sicurezza europeo con la Brexit e all’interno della storica e vitale cooperazione con il mondo occidentale e statunitense.

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