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Silenzio, canta il solista: le pagelle di Carlo De Benedetti

di Luigi Sanlorenzo

[Immagine dal film ”L’Ottava nota” di François Girard (2014). Fonte: cinematographe.it]

In un celebre film del 2014 “L’ottava nota” (Boychoir) diretto da François Girard e interpretato da Dustin Hoffman e Kathy Bates è presente una sequenza durante la quale il giovanissimo Stet, l’attore americano Garret Wareing, è chiamato senza preavviso a sostituire il corista più bravo della National Boychoir Academy di Fairfield nel Connecticut , un’accademia di musica d’élite specializzata in voci bianche, durante il più importante saggio della stagione che vede competere le scuole più blasonate.

Durante l’esecuzione del Messiah, l’oratorio in lingua inglese composto nel 1741 da Georg Friedrich Händel, al momento dell’ “Hallelujah” e nel silenzio più assoluto,  Stet raggiunge con una straordinaria intensità “l’ottava nota” lasciando sbigottiti gli altri coristi e sbalorditi gli spettatori del teatro. Di colpo tutto intorno a lui perde ogni importanza: esiste unicamente il suo “assolo” in cui si esprime il culmine dell’armonia che un essere umano possa produrre con la sola voce.

Un evento simile è accaduto poche ore fa durante la trasmissione “Otto e mezzo” condotta su La 7 da Lilli Gruber con ospite in studio l’ingegner Carlo De Benedetti, l’ultimo grande imprenditore italiano della sua generazione e la cui fede di sinistra e  antifascista non è stata mai seconda alla capacità di guidare grandi gruppi industriali (FIAT, Olivetti, CIR,SME, Omnitel, Repubblica, L’Espresso  e tanto altro)  e di portare in tribunale Silvio Berlusconi, suo opposto in ogni senso, dopo la nota vicenda del lodo Mondadori, una complessa competizione che vedeva in palio la proprietà del Gruppo Mondadori di cui FININVEST era pronta ad acquisire il controllo. Quanti volessero approfondire la biografia di De Benedetti potranno farlo leggendo, tra i molti, il libro di Giuseppe Turani, “L’Ingegnere” Sperling & Kupfer Editori, 1988.

Da sempre ispiratore del Partito Democratico e kingmaker di personalità come Rutelli e Veltroni ne è stato sempre il riferimento finanziario, come Eugenio Scalfari ne è stato e in larga parte ancora ne è il “padre nobile”. La sua ultima creazione in campo editoriale è stata la nascita del quotidiano “Domani” pubblicato dalla Società Editoriale Domani SpA e diffuso dal gruppo RCS MediaGroup. Direttore, dal 15 settembre 2020, è Stefano Feltri che non è in alcun modo parente degli altri Feltri (Vittorio, direttore di “Libero” fino al 2020 e oggi esponente di Fratelli d’Italia e il figlio Mattia, direttore di HuffingtonPost).

Bene. Nella trasmissione andata in onda il 3 novembre, la voce di De Benedetti di è levata in uno spettacolare “assolo” in cui, sollecitato non più di tanto dalla Gruber, ha dato le pagelle ai principali esponenti della politica italiana di ieri e di oggi.

Con la nettezza di giudizio che gli è propria, ha dichiarato che, ove per avventura prendesse corpo la candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale, che ha definito fantasiosa “si recherebbe dal Ministro degli Interni per consegnare definitivamente il passaporto italiano”.

Ha liquidato in poche parole Matteo Renzi predicendo un ulteriore ridimensionamento di Italia Viva e definendone quel leader “una persona poco seria” che, secondo il suo parere, “è già a destra”.

Di Enrico Letta ha denunciato chiaramente l’assenza di quel “quid” che deve connotare un leader, un’espressione entrata nella storia politica italiana quando Berlusconi lo riferì ad Angelino Alfano; del recente successo del Partito Democratico alle amministrative ha riconosciuto il merito a ponderate scelte dei candidati locali piuttosto che all’influenza del neo segretario. Insomma un nuovo monito che ancora una volta suona come il mitico “Enrico stati sereno!” di altre stagioni politiche e ne ha escluso in ogni caso ogni possibilità di essere un giorno nuovamente Presidente del Consiglio.

Durissima poi la definizione lapidaria di Giuseppe Conte, definito senza mezzi termini “un vuoto a rendere” senza avvertire la necessità di aggiungere altro, ad eccezione del colpo di mannaia sul reddito di cittadinanza di cui ogni giorno si scoprono fruitori truffaldini quando non già noti pregiudicati, per milioni di euro in ogni zona del Paese.

Di Giorgia Meloni ha riconosciuto con molta franchezza che è “l’unica leader di partito dotata di carisma seppur all’interno del suo mondo” che “l’ingegnere” ha invitato a definire ormai di destra senza alcuna appendice di centro.  Un endorsement che giungendo da un uomo al di sopra di ogni sospetto in merito a simpatie non dico nere ma nemmeno lontanamente grigie, suona come un vaticino favorevole sull’ulteriore successo di quel partito destinato a ridimensionare Matteo Salvini già in profonda crisi dopo la batosta recente e sempre più vicino alla successione ad opera dell’ala più schiettamente governativa guidata da Giancarlo Giorgetti, attuale  ministro dello sviluppo economico nella compagine guidata da Mario Draghi; né va sottovalutato il crescente disagio di Luca Zaia in Veneto, Cirio in Piemonte  e di altri presidenti di regione quali Fugatti (Provincia Autonoma di Trento) Fedriga (Friuli Venezia Giulia)  e persino Fontana (Lombardia).

Non è un caso che le prime pagine dei giornali già in linea a quest’ora del mattino (le 4.30 del 4 novembre)  ad esito del Consiglio Federale  titolino quasi tutti “Separati in casa” anticipati da ANSA del 3 novembre, “La forte esortazione di Giancarlo Giorgetti a rompere con i sovranisti europei e a cambiare linea politica, viene respinta al mittente, dallo stesso segretario che in videoconferenza con Viktor Orban e il premier polacco Mateusz Morawiecki, torna al lavoro per riunire in un unico gruppo le destre Ue. Uno schiaffo del “Capitano” alla vigilia di un Consiglio Federale, convocato il due in gran fretta, che si annuncia ad altissima tensione, dopo gli attacchi del ministro dello Sviluppo che hanno scatenato l’ira di molti. Una rabbia montante che viene da diverse anime del partito contro chi, a più riprese, prima e dopo la scoppola elettorale alle amministrative, viene accusato di aver bombardato e indebolito la leadership di Via Bellerio.”

Infine le questioni più spinose trattate dall’”ingegnere”. Una chiarissima indicazione a tornare alla vocazione maggioritaria del Partito Democratico, preludio di una nuova legge elettorale che superi l’attuale Mattarellum e la quota di “nominati” nella quota proporzionale e ciò anche in vista dell’ ormai ridotto numero dei parlamentari che già è per se stesso un vulnus alla rappresentanza. Una bella botta per chi spera, moltiplicando i partitini soprattutto di “centro” di salvare qualche seggio attraverso l’attuale sistema. Elemento che potrebbe far comprendere anche le iniziative personali/professionali di Matteo Renzi che, sveglio com’è, si prepara ad approdare ad altri lidi abroad, mentre autorizza in Sicilia un esperimento che sa molto di laboratorio sì, come al solito, ma del dottor Frankenstein.

Quirinale; andando controcorrente,  De Benedetti ha dichiarato che un secondo mandato al Colle di Sergio Mattarella sarebbe auspicabile, al fine di rafforzare l’esperienza del governo Draghi anche oltre le elezioni del 2023 che, a suo avviso, non vedranno il dilagare della destra e dei propri accoliti minori, nonostante l’affermazione indubbia ed ulteriore di Giorgia Meloni soprattutto nel Mezzogiorno, dove con le imminenti modifiche del reddito di cittadinanza previsti dalla Finanziaria 2022, spariranno i residui consensi al Movimento 5 Stelle.

Pandemia: un plauso incondizionato senza se e senza ma all’operato del Commissario straordinario all’emergenza Covid, generale Francesco Paolo Figliuolo, che “l’ingegnere” non ha esitato a paragonare esplicitamente allo “stato confusionale” della saga del predecessore, Domenico Arcuri.

L’Europa: da convinto europeista ulteriormente soddisfatto del nuovo corso dell’Unione, De Benedetti ha riconosciuto che oggi anche il più radicale antieuropeismo si è dovuto arrendere davanti alla dimensione monumentale del Next Generation EU (oltre 700 miliardi di euro) di cui oltre duecento destinati all’Italia, purchè realizzi le riforme che ne condizionano l’erogazione. Una dinamica che, sempre secondo De Benedetti, trova garanzia esclusivamente nella guida di gentile fermezza di Mario Draghi, con cui condivide amicizia e stima pluridecennale e che ha definito “uno dei pochi italiani sinceramente interessati al bene della Repubblica”. Un chiaro riferimento, ad avviso di chi scrive, a grandi Servitori dello Stato quali De Gasperi, Pertini, Ciampi, Mattarella.

Il rischio di perdere il treno del PNRR è un allarme che dovrebbe suonare incessantemente a governi locali come quello della Regione Siciliana che si è visto respingere 31 progetti su 31 nel settore dell’agricoltura e vede in bilico oltre 75 milioni in altri settori in cui non ha saputo progettare la “transizione” come richiesto da Bruxelles.

Di Joe Biden, reduce dalla recente sconfitta dei democratici nello stato della Virginia, ad un anno dalle elezioni di metà mandata e con ancora incombente l’irriducibile Donald Trump, De Benedetti si è detto preoccupato avendolo trovato “provato”; uno stato fisico e d’animo che un presidente degli Stati Uniti eletto da poco non può certo permettersi.

In ultimo, prendendo atto del “fallimento” sia del G20 di Roma che del COP 26 di Glasgow sul tema dell’emergenza climatica planetaria, ha invitato a riflettere come nulla di significativo sia accaduto dopo gli accordi di Parigi del 2015 e come indicare date fantasiose come il 2050 o il 2070 sia di fatto una presa in giro, tenuto conto delle posizioni radicali di paesi immensi come l’India e la Cina con il proprio impero che si estende ormai anche in Africa,  che prima di tutto hanno a cuore il proprio sviluppo anche a costo di pagare il prezzo di periodiche catastrofi ambientali. Un argomento contro il quale il benessere generalmente diffuso in Europa e negli USA ha poco da controbattere, con buona pace di Greta Thunberg a cui pure va riconosciuto il merito di aver scosso l’opinione pubblica mondiale con una decisiva azione educativa nei confronti delle giovani generazioni, ma nulla di più.

Nel breve tempo di un’ora scarsa, la voce del solista Carlo De Benedetti si è levata alta e netta come un “acuto” sul balbettio di larga parte degli esponenti politici di quasi tutti gli schieramenti, sul chiacchiericcio di organi di stampa che ogni giorno si contraddicono e sul mondo dei social che nella visione dell’”ingegnere” “non hanno alcuna rilevanza seria” nell’orientare l’opinione generale del Paese, quando entrano in ballo le questioni veramente importanti.

Si potrà essere d’accordo o meno con le dichiarazioni di cui ho cercato di dare conto in questo articolo notturno, ma indubbiamente esse hanno un pregio che assai raramente connota la politica italiana: il coraggio di parlar chiaro, superando la tentazione delle analisi infinite, per evocare piuttosto ciò che è più necessario cominciare a fare e farlo.

Ma, forse, solo uomini come Carlo De Benedetti o Mario Draghi hanno il privilegio di poterselo permettere.

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