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Napoleone Bonaparte. L’imperatore borghese che sognava l’Europa moderna

di Luigi Sanlorenzo5 Maggio 2021
di Luigi Sanlorenzo5 Maggio 2021
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[“Napoleone valica le Alpi” dipinto di Jacques-Louis David (1801) Rueil-Malmaison, Castello della Malmaison]

Nonostante il giudizio controverso sull’uomo, sul condottiero e sullo statista, l’Europa di oggi ha un forte debito con Napoleone Bonaparte il cui sogno di un’Europa non più feudale ma animata dai valori della rivoluzione francese, pur se portati dalle baionette delle sue truppe scelte, cambiò il destino del Vecchio Continente.

Ludwig Van Beethoven gli dedicò la Terza Sinfonia  in mi bemolle maggiore op. 55 “Eroica” composta tra il 1802 e il 1804, originariamente intitolata “Sinfonia a Bonaparte”, in omaggio al  console francese che aveva iniziato a riformare radicalmente l’Europa dopo aver condotto campagne militari in tutto il continente. Nel 1804 Napoleone si incoronò imperatore, una mossa che deluse molto il compositore tedesco.

La storia narra che strappò il frontespizio e in seguito ribattezzò la sinfonia con il nome “Eroica”, perché si rifiutò di dedicare uno dei suoi pezzi all’uomo che ora considerava un “tiranno”. Tuttavia, permise comunque che sul manoscritto pubblicato ci fosse l’iscrizione “composta per celebrare il ricordo di un grande “uomo”, nonostante poi abbia dedicato il lavoro a Lobkowitz, uno dei suoi mecenati. Ciò ha portato sin da allora storici e biografi a speculare sui sentimenti di Beethoven verso Napoleone. L’Eroica rimane una delle pietre miliari principali nello sviluppo del sinfonismo di Beethoven.

Napoleone Bonaparte ha avuto la sorte, non molto usuale per i protagonisti della storia, di trovare nel più grande filosofo del tempo, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, l’autorevolissimo interprete, a livello ideologico, della sua azione pratica.

Fin dai tempi di Francoforte, Napoleone è stato il punto di riferimento costante del filosofo.

Lo Stato borghese, rivoluzionario e napoleonico, nella sua essenza e nella sua evoluzione, resterà, fino alla fine, un modello per Hegel. Come ha notato il sociologo e politologo ungherese György Lukàcs, “il punto di vista di Hegel è che dopo la grande crisi mondiale della Rivoluzione francese è in via di sorgere, col regime napoleonico, una nuova età del mondo; e la sua filosofia si propone di esserne l’espressione teoretica. Hegel, concepisce la sua filosofia come la forma teoretica di una figura appena nata della storia universale”.

Il 13 ottobre 1806, giorno della vittoria di Napoleone a Jena, il filosofo tedesco scriverà al Niethammer: “Ho visto l’imperatore – quest’anima del mondo – uscire dalla città per andare in ricognizione; è davvero una sensazione meravigliosa vedere un uomo siffatto, che, concentrato qui su un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi (Hegel si riferisce alla nuova situazione creatasi in Germania con la disfatta delle truppe prussiane a Jena) sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.

La figura di Napoleone è al centro della prima grande opera di Hegel, “Fenomenologia dello spirito” che la leggenda vuole sia stata completata dal filosofo proprio la notte della battaglia di Jena. Il capitolo centrale di quest’opera fondamentale, che tanta influenza ebbe sul giovane Marx, è centrato appunto sul superamento del vecchio ordine da parte della Rivoluzione francese e sul superamento-realizzazione della Rivoluzione da parte del nuovo ordine napoleonico. Attraverso il Terrore rivoluzionario, l’uomo, che era scisso dai tempi dell’antichità classica, raggiunge finalmente la Sintesi finale che lo appaga definitivamente.

“E’ nel Terrore che nasce lo Stato nel quale l’uomo trova questa soddisfazione”. Questo Stato è l’impero napoleonico, e lo stesso Napoleone è l’uomo integralmente soddisfatto che, nella e per mezzo della sua soddisfazione definitiva, chiude il corso storico dell’umanità.

Napoleone è l’individuo umano nel vero e proprio senso del termine, perché è per mezzo suo, di quest’uomo particolare, che si realizza la “causa comune” veramente universale. A Napoleone manca solo – secondo il filosofo – la piena coscienza di essere il termine ultimo della storia universale.

Hegel diventa questa coscienza di sé di Napoleone. Come ha notato il filosofo Alexandre Kojeve: “l’Uomo perfetto, pienamente soddisfatto da ciò che è, non può essere che un Uomo che sa quel che è, che è pienamente cosciente di sé, è l’esistenza di Napoleone in quanto rivelata a tutti nella e per mezzo della Fenomenologia dello spirito che è l’ideale realizzato dell’esistenza umana”.

Su questo tema del filosofo come coscienza dei grandi uomini storici, Hegel tornerà nel paragrafo 148 dei Lineamenti di filosofia del diritto scritti nel 1821, lo stesso anno della morte di Napoleone che è un vero e proprio elogio funebre dell’imperatore:

“Al culmine di tutte le azioni, quindi anche di quelle della storia del mondo, stanno gli individui, in quanto soggettività che realizzano il sostanziale. In quanto sono la vita del fatto sostanziale dello Spirito universale, e così immediatamente identici a quello, tale sommità è nascosta ad essi stessi e non ne è oggetto e fine; essi hanno anche l’onore di quello e la riconoscenza non nei loro contemporanei, né nell’opinione pubblica dei posteri; ma, in quanto soggettività formali, hanno soltanto in questa opinione la loro parte, in quanto gloria immortale”.

Che, spogliato del linguaggio speculativo del filosofo, significa che gli animatori della storia, i grandi individui storici sono attori che rappresentano la volontà incosciente del loro popolo. Con la loro attività reale, questi individui sono le incarnazioni di un popolo. Sono loro che effettuano i grandi rivolgimenti storici e i passaggi da un’epoca all’altra della storia universale senza averne, tuttavia, piena coscienza. Solo la filosofia lo sa, ma a posteriori. Perciò i grandi uomini non possono sperate nell’omaggio dei loro contemporanei e nella riconoscenza della posterità volgare. Li si accetta e li si riconosce come persone “famose”, suscitano cioè interesse, ma solo la filosofia può stabilire la loro importanza effettiva per la storia del mondo.

Prima di scrivere “Il cinque maggio” Alessandro Manzoni non aveva espresso opinioni su Napoleone, anche se di certo, per le proprie idee liberali, non approvava che l’imperatore avesse esercitato su gran parte dell’Europa un potere quasi dittatoriale.

La morte di questo personaggio complesso, capace di suscitare sentimenti contrapposti d’invidia e di pietà, di odio e di amore (d’inestinguibil odio/ e d’indomato amor) colpisce profondamente il poeta, che partecipa allo sbigottimento del mondo intero di fronte alla notizia (Ei fu…/ così percossa, attonita/la terra al nunzio sta) e, mentre riflette sulle vicende di Napoleone, s’interroga sul significato della vita umana. La gloria, la ricchezza, il potere, a cui tutti aspirano, sono fragili e incerte (Fu vera gloria?); solo la fede immortale e vittoriosa (ai trionfi avvezza) può dare significato e senso all’esistenza. Questo vale per l’imperatore dei francesi, che visse ogni genere di esperienza (tutto ei provò) e conobbe più volte la grandezza e la rovina (due volte nella polvere/due volte sull’altar) come per qualsiasi altro uomo: non a caso, forse, Manzoni nomina Napoleone attraverso pronomi (ei, lui, in lui, a lui) o espressioni (uom fatale, quel securo, cor indocile, spirto anelo) e mai direttamente.

La vicenda di Napoleone è uno straordinario esempio della caducità delle cose umane e della misericordia divina: il Dio potente che può abbattere (atterra) e innalzare (suscita), mettere alla prova e consolare (che affanna e che consola) è l’unica presenza vicina a questo uom fatale che sembrava avere in pugno i destini del mondo, ed è l’unico a sedersi (posò), come un padre o un amico, accanto al solitario letto di morte dell’imperatore (deserta coltrice).

Karl Marx, che era nato a Treviri nel 1818 proprio il 5 maggio, tre anni prima della morte di Napoleone e che quella coincidenza non cessò mai di influenzare, criticò il bonapartismo originale ma lo contrappose a quello del nipote Luigi Napoleone facendone l’oggetto de “Il 18 Brumaio di Luigi Napoleone Bonaparte, ove scrisse: “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Era solo una boutade del filosofo tedesco per polemizzare con chi, senza la visione dell’illustre antenato, intendeva restaurarne soltanto la dimensione del potere. Resta il fatto che il suo pensiero, variamente e non sempre fedelmente raccolto dall’elaborazione che ne fece successivamente Vladimir Il’ič Ul’janov – di Stalin non dirò essendosi trattato soltanto di un sanguinario dittatore caratterizzato dall’assenza di ogni genere di cultura e dal quale il medesimo Lenin, sul letto di morte, mise in guardia i propri collaboratori – ancora oggi divide il mondo e le coscienze.

Essendo impossibile in questo spazio esaurire l’ampiezza della figura di Napoleone nelle diverse manifestazioni di stratega, di console e di imperatore dei francesi, terrò fede al titolo dell’articolo limitandomi a analizzare il contributo che egli diede all’idea europea, rapportandolo alla realtà sociale e politica che trovò ed a ciò che oggi chiamiamo ricerca dell’“identità” della medesima.

L’Europa dell’ultimo ventennio del XVIII secolo era caratterizzata dall’assolutismo di natura “divina”, da un atavico antisemitismo, da un feudalesimo che dalle rive dell’Atlantico agli Urali e dal Mediterraneo ai paesi scandinavi sostanzialmente era rimasto immutato dal medio evo, dall’assenza di diritti di cittadinanza, dall’egemonia economica e sociale della nobiltà e da quella culturale del clero sovente affiancati nel contenere e reprimere ogni forma di emancipazione del popolo.  La cultura illuministica e la rivoluzione francese furono un trauma profondo per i regnanti del tempo che videro estendersi sulle proprie teste l’ombra funesta della ghigliottina. Un evento inconcepibile, ove si ricordi che l’unico sovrano giustiziato in tempi abbastanza recenti era stato Carlo I Stuart, decapitato nel 1649 durante la brevissima esperienza repubblicana guidata da Oliver Cromwell, una parentesi rapidamente rimossa nell’immaginario del popolo britannico, visto che già nel 1661 sul trono di Sant’Edoardo era già saldamente seduto Carlo II.

Probabilmente, su un analogo epilogo della Rivoluzione facevano affidamento i troni europei che si coalizzarono immediatamente contro la Francia, alimentando anche generosamente la controrivoluzione interna, finanziando regioni rimaste lealiste come la Vandea. E sarebbe finita così se Napoleone Bonaparte non si fosse affacciato sulla scena, riportando inaspettate vittorie militari in Italia culminate nel trionfo di Marengo il 14 giugno del 1800, stringendo nell’angolo l’impero austroungarico e più tardi la Prussia, fino ad occupare Mosca, sia pur per poco tempo, fino all’armistizio chiesto dallo Zar Alessandro I, come ha narrato Leone Tolstoj in “Guerra e Pace”.

Nel volgere di pochi anni, Spagna, Paesi Bassi e tutti i potentati italiani, compreso lo Stato Pontificio, furono sottomessi dalle armate napoleoniche e perfino sui mari la flotta francese riuscì talvolta a prevalere su quella britannica, la più potente del mondo. Nacquero la Repubblica Cisalpina e quella Cispadana e con il trattato di Campoformio del 1797 si pose fine all’ormai decadente e corrotta Serenissima, si abolirono i ghetti ebraici, da Venezia cui si doveva l’origine del nome (gheto) a tutti i territori europei controllati dalla Francia, si impose l’obbligo dei cimiteri pubblici che tanto dispiacque ad Ugo Foscolo.

Oltre Atlantico i contributi francesi  più cospicui alla giovane Federazione nata dalla Dichiarazione d’Indipendenza nel 1776 e quindi pochi anni prima della Rivoluzione Francese ma con i medesimi ideali dell’Illuminismo,  erano stati l’intervento della flotta nella liberazione di York Town nel 1781 e, successivamente,  in età napoleonica,   la vendita della Louisiana, un territorio allora francese esteso oltre due milioni e duecento chilometri quadrati sugli attuali oltre nove milioni e ottocentomila totali. Un rapporto inestinguibile che trova nella Statua realizzata nel 1876 da Frédéric Auguste Bartholdi sulla Liberty Island di fronte alla città New York e in quelle gemelle, ben sette, di Parigi – tra cui quella che dal 2012 è posta davanti al Musée d’Orsay realizzato dall’ italiana Gae Aulenti – segni tangibili. Forse non tutti sanno che il nome completo di tale simbolo è: “La Libertà che illumina il mondo”.

Quella libertà che in età napoleonica fu la premessa per la concezione laica e borghese dello Stato, con l’introduzione dell’omonimo Codice che nel Libro primo riguarda i diritti della persona e della famiglia, contiene norme sullo stato civile, istituisce il matrimonio civile, il divorzio, riduce lo strapotere della paternità, parifica i figli legittimi maschi e femmine e tutela in qualche maniera anche i figli naturali e la piena capacità d’agire al compimento del ventunesimo anno d’età.

Il secondo libro aboliva principalmente il feudo e i vincoli che esso comportava sulla proprietà, caratterizzata da assolutezza, pienezza ed esclusività. Oltre al diritto reale per eccellenza sono presi in esame gli altri diritti reali e con essi il possesso, che non è considerato come un diritto, ma come uno stato di fatto.

Infine,  nel Libro terzo confluiscono la materia successoria (nella quale si statuisce la completa equiparazione tra maschi e femmine, il rifiuto del fedecommesso e dei privilegi a favore di qualche figlio, nonché l’inviolabilità della volontà testamentaria), la materia delle obbligazioni (le convenzioni legalmente formate hanno forza di legge fra le parti), la materia contrattuale (con ampio riconoscimento della volontà contrattuale delle parti, di contratti atipici e di clausole non previste dal legislatore, fatte salve la causa lecita, la certezza dell’oggetto, la capacità contrattuale e l’accordo). Una pietra miliare del diritto civile, per secoli regolato pressoché esclusivamente dal Diritto Romano.

Alla grande idea della società borghese quale frutto maturo della Rivoluzione, non poteva mancare il necessario sostegno di un impianto formativo pubblico e Napoleone creò nel 1806 la Scuola pubblica gestita e controllata dallo Stato, glorificando ed esaltando in tal modo la sua intensa attività di riforma in ambito civico. Ispirandosi al proposito già espresso dall’Assemblea nazionale costituente di avviare il tentativo di creare ed organizzare una istruzione pubblica comune a tutti i cittadini, sottraendo dunque l’insegnamento all’iniziativa privata, Napoleone concepì una Scuola unitaria nella struttura e nello spirito, indirizzata alla formazione del cittadino devoto alla nazione e perciò liberato dallo spirito di parzialità.

A fianco di ciò volle il Museo del Louvre, affidandone la responsabilità a Dominique-Vivant Denon, dove conservare ed esporre i reperti della spedizione in Egitto che aveva ottenuto con facilità dal periclitante impero ottomano: inestimabili tesori archeologici probabilmente destinati ad andare dispersi. In quegli anni, forse non a torto, si pensava così e si operava di conseguenza come ricorda anche la vicenda dei Marmi del Partenone, acquistati dalla Sublime Porta   da Lord Thomas Elgin, conservati al British Museum ed oggetto di un secolare contenzioso dopo l’indipendenza della Grecia.

Con la legge del 10 maggio 1806, Napoleone annunciò la formazione del sistema pubblico dell’istruzione. Tutta la Scuola sarebbe stata organizzata e diretta dallo Stato, e articolata in tre ordini: elementare, secondario, superiore. Sarebbe stata gestita da un corpo insegnante retribuito direttamente dallo Stato, opportunamente scelto e preparato, che avrebbe uniformato la propria azione educativa ai principi nazionali. Gli istituti privati e le scuole dirette dall’autorità ecclesiastica avrebbero continuato ad esistere, ma sarebbero stati sottoposti al controllo della pubblica autorità.

Da quei semi di civiltà ritenuti sepolti per sempre dalla Restaurazione sotto le migliaia di cadaveri nella piana di Waterloo descritta da Victor Hugo ne “I Miserabili”, sarebbero germogliati i risorgimenti europei del 1848, ponendo fine all’epoca delle monarchie assolute.

Qual’era il sogno europeo di Napoleone Bonaparte? Un ritratto completo è contenuto nel librocultdi Joseph Hilaire Pierre René Belloc “Napoleone. Il sogno infranto di un’Europa unita” del 1932, mentreuna sterminata bibliografiaeuna consistente filmografiasono disponibili in rete.

Qui ricorderò soltanto il delizioso film “N- Io e Napoleone” del 2006 diretto da Paolo Virzì,  con Daniel Auteuil, Elio Germano,  Valerio Mastandrea e Monica Bellucci, liberamente ispirato al romanzo  di Ernesto Ferrerovincitore del Premio Strega nel 2000, che ricostruisce i giorni del piccolo “principato”   nell’Isola d’Elba, concesso al “grande corso”  dopo la sconfitta di Lipsia del 1814: un  bibliotecario, toscano e  giacobino,  assegnato d’ufficio all’imperatore per raccoglierne le memorie,   è combattuto tra l’ammirazione per l’uomo e il desiderio di sopprimere il tiranno, approfittando di ogni utile occasione. Deciderà troppo tardi, solo poche ore prima della notte del 26 febbraio del 1815 in cui Napoleone, con un inganno degno di Ulisse, fuggirà per andare incontro alla definiva sconfitta di Waterloo e all’esilio nell’isola di Sant’Elena dove morirà, per cause ancora oggi non del tutto chiarite, il 5 maggio del 1821.

[Tomba di Napoleone in quarzite rossa di Finlandia,  Hôtel national des Invalides, Parigi]

Il corpo di Napoleone Bonaparte, preteso dalla Francia ed ottenuto nel 1840, riposa in un sarcofago di quarzite rossa di Finlandia aLes Invalides, a Parigi, ed è una delle mete obbligate per chi visita la capitale francese. L’indimenticato amico e maestro Guglielmo Zucconi ha ricordato nel 2016 che perfino Adolf Hitler, ormai padrone dell’odiata Francia nel giugno del 1940, sentì il dovere di togliersi il cappello e chi scrive ricorda ancora l’emozione provata nel lontano 1981 in una piovosa mattina di settembre e successivamente rinnovata nel 2006, non dissimile a quella che dovette provare Hegel a Jena, come ho raccontato qualche decina di righe fa.

Napoleone immaginava un’Europa unita, probabilmente senza Inghilterra come poi sarebbe accaduto, in grado di portare ricchezza e pace alle nazioni in cui l’egemonia culturale e politica della civiltà francese avrebbe contenuto l’aggressività degli imperi centrali e del loro tragico erede.  Oggi ci rendiamo conto che l’idea di Napoleone era valida e che, oltre che in battaglia, anche in politica internazionale sapeva guardare lontano. Esiste un’Europa unita, che ha ancora tanti problemi, in cui i particolarismi e i nazionalismi sono ancora forti ma che è solida nei principi di cooperazione e di mutua assistenza come sperimenteremo presto, se sapremo essere all’altezza, con ilRecovery Fund.  Tuttavia, l’unità politica dell’Europa è ancora al di là da venire e il sogno di Napoleone non si è ancora avverato e, forse, non si realizzerà mai del tutto.

Resta la meravigliosa intuizione di un uomo al di sopra dei propri contemporanei e della cui grande anima possiamo emettere, in quanto posteri “l’ardua sentenza” e, con buona pace di Alessandro Manzoni, affermare non più che “ei fu” ma che ancora egli è presente nel cuore profondo dell’Europa, più di molti odierni mediocri e transeunti leader di medio, piccolo o infimo calibro di cui, con preoccupante rapidità, dimentichiamo nel volgere di pochi mesi nomi ed azioni.

Luigi Sanlorenzo

Palermo 1956. Di formazione filosofica, economica e scout ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso istituti di credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 al Comune durante la Primavera di Palermo e sino al 2017, nell’Università degli Studi di Palermo, sino al 2015. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata, presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ISIDA e CERISDI di cui è stato consulente del presidente. In qualità di titolare di Studiofor Management Education ha progettato e diretto per oltre dieci anni altrettanti master professionalizzanti in Direzione del Personale. E’ stato presidente regionale Sicilia e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Formatori (AIF, MIlano) e presidente della Commissione RYLA del Distretto Rotary 2110 Sicilia e Malta. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche della formazione e del management e con quotidiani online. Tra i più noti esperti italiani di leadership, è presidente dell’associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l’Autonomia) fondata a Palermo nel 2001.Dal 2022 è Direttore della rivista Nuovi Approdi dove riporta anche i suoi articoli precedentemente pubblicati da LoSpessore.com

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22 Maggio 2024

La cronaca e l’attivismo di Giancarlo Siani

23 Settembre 2020

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