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L’educazione digitale nelle scuole

di Francesco Pira

Bisogna invertire la tendenza. Fare formazione in classe per i ragazzi e per i docenti.

Manca la guida, l’autorevolezza di accompagnare la crescita delle nuove generazioni e capire quale impatto hanno le tecnologie sulle vite dei nostri figli

[foto dal sito puntofamiglia.net]

In questi giorni ho letto un interessante articolo della giornalista, e scrittrice di libri per ragazzi, Alessia Cruciani che affronta un argomento davvero importante: l’educazione digitale rivolta ai ragazzi nelle scuole.

L’articolo mette in evidenza come la disinformazione rappresenti un problema sempre più grave e come i continui dibattiti sulle vaccinazioni facilitino la diffusione di fake news. Purtroppo, non è semplice tutelare i ragazzi che leggono le notizie in rete e sui social, considerandole vere e indiscutibili.

La giornalista riporta le parole della Professoressa Paola Severino, ex Ministro della Giustizia, Vicepresidente della Luiss e direttore del master in “Cybersecurity: Regulation And Policy – Politiche e Regolazione”: “L’abitudine a relazionarsi attraverso il digitale rimarrà e sarà ancora più estesa e diffusa di quanto non fosse in passato”.

E ancora: “I nativi digitali hanno sempre avuto a che fare con il mondo virtuale, lo considerano un amico. Bisogna insegnargli che può essere anche un nemico”.

La Severino, proprio per questo motivo, crede sia necessario creare nei giovani la cultura delle fake news, dell’hackeraggio e della protezione dei propri dati personali. Infatti, ha dichiarato: “È fondamentale educare al senso della prudenza nell’uso dei mezzi di comunicazione, che offrono potenzialità enormi in senso positivo ma possono provocare danni gravi alla sicurezza nazionale. Alla Luiss già lo facciamo attraverso l’esempio degli studenti universitari che insegnano ad altri ragazzi come proteggersi. Basta portare pochi esempi di quanto già accaduto e che deve essere ben rappresentato ai nostri giovani nelle scuole. Solo così possiamo cautelare noi stessi e lo Stato”.

Io sono d’accordo con quanto dichiarato dalla Professoressa Severino, perché da anni conduco una battaglia contro le fake news e mi occupo del rapporto tra i giovani e le nuove tecnologie.

Nel volume Giornalismi, scritto con il collega Andrea Altinier,  abbiamo tracciato un modello, che abbiamo definito esagono delle fake news, per identificare quelle caratteristiche che fanno delle fake news un’ “arma di disinformazione di massa”. Di fatto le false notizie, la disinformazione, intesa come l’uso strumentale e manipolatorio delle informazioni per definire una specifica narrazione e visione del mondo, e la disinformazione, intesa come informazione senza alcuna attinenza al reale ma non con intento manipolatorio, sfruttano le dinamiche di circolazione dei flussi informativi sulla Rete per penetrare nei diversi nodi e si servono dell’effetto a cascata che le piattaforme social favoriscono.

Il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha sottolineato la gravità del fenomeno. Tanto che il presidente dell’organismo ha dichiarato proprio che la pandemia di coronavirus: “è stata al centro di una diffusa attività di disinformazione online, nella quale si sono inseriti attori statuali, attori strutturati, che intendono manipolare il dibattito politico interno, influenzare gli equilibri geopolitici internazionali, incitare al sovvertimento dell’ordine sociale e destabilizzare l’opinione pubblica in merito alla diffusione del contagio e alle misure di prevenzione e cura”.

Non a caso il Word Economic Forum da tempo ha inserito la diffusione della disinformazione tra i principali rischi globali.

Assistiamo, purtroppo, ogni giorno a una vera e propria invasione di questa tipologia di notizie. E sono i numeri a sottolinearlo: a quasi il 60% degli italiani è capitato di considerare vera una notizia letta su Internet che poi si è rivelata falsa, mentre il 23% ha condiviso in rete contenuti per scoprire successivamente che erano infondati.

Questo ha comportato una trasformazione profonda della società e il progressivo indebolimento delle istituzioni.

La pandemia da Covid 19 ha mostrato il fenomeno in tutta la sua gravità, in un altalenante ciclo di informazioni spesso contraddittorie che hanno pesato enormemente nell’opinione pubblica, generando una pericolosa situazione di infodemia, con una quantità eccessiva di informazioni circolanti che hanno reso difficile alle persone comprendere ciò che stava accadendo e individuare fonti affidabili. Dalla infodemia siamo passati alla psicodemia, con le persone che hanno cominciato ad avere paura, attacchi di panico.

Io stesso mi sono occupato di analizzare tantissime fake news che si sono diffuse durante la pandemia e riporto solo alcuni esempi: “Un gruppo finanziato da Bill Gates ha brevettato il virus del Covid-19” ,“Il virus del Covid-19 è un’arma biologica creata dall’uomo”, “L’aglio può curare il Covid-19” “Il vaccino del Coronavirus modifica il DNA”. Potrei aggiungere ancora tantissime altre bufale che hanno fatto il giro del web.

Oggi, perdura un clima d’incertezza che il sistema dell’informazione fatica ad interpretare. Come se non bastasse le fake news hanno travolto la campagna di vaccinazione, basti pensare alle tante polemiche sui lotti AstraZeneca.

Diventa improcrastinabile il superamento della crisi del giornalismo. Il giornalista deve riacquistare il suo ruolo di “Cane da guardia della democrazia” proprio mettendo in campo un’opera costante di smentita delle fake news. In questa battaglia “diventa fondamentale il fact checking, il controllo delle fonti un tempo rigorosa regola dei media tradizionali”.

La disinformazione è un terribile nemico e va spesa ogni energia per contrastarla. Le fake news rappresentano il grande problema della credibilità dei media e il motore della post verità e non si tratta di un fenomeno a carattere casuale o episodico.

Il dato più preoccupante riguarda la velocità e la crossmedialità, ossia la capacità di passare da un media ad un altro, fanno si che le fake news, immesse nel vortice della nuova comunicazione, hanno un peso, una capacità di produrre danni enormemente più grande che in qualunque altro momento storico. Infatti, le bufale circolano sui social, o sulle piattaforme dedicate alla messaggistica istantanea, e i giovani leggono tutto ciò che viene riportato da questi siti e spesso non distinguono la notizia vera da quella falsa e viceversa.

Le mie ricerche recenti hanno messo in luce come, molto spesso, manchino alle nuove generazioni gli strumenti per comprendere le implicazioni del proprio agire social e attuare un percorso che li porti ad acquisire una piena autonomia individuale.

Bisogna invertire la tendenza. Fare formazione a scuola per i ragazzi e per i docenti. Manca la guida, l’autorevolezza di accompagnare la crescita delle nuove generazioni e capire quale impatto hanno le tecnologie sulle vite dei nostri figli. Purtroppo, troppo spesso, anche negli incontri che svolgo con insegnanti e genitori, rilevo come siano all’oscuro dell’universo in cui si muove la Generazione Z.

Ragion per cui la formazione digitale è importante e credo non si debba smettere di educare tutte quelle figure che devono guidare nel loro percorso di crescita le nuove generazioni.

Educazione ai sentimenti e al rispetto del proprio corpo e di quello degli altri. E poi una scuola per genitori per far comprendere fino in fondo le potenzialità e i rischi delle nuove tecnologie. Questa è l’unica strada per rinascere. Un’alleanza educativa per una grande emergenza educativa. Ma tutti dobbiamo essere convinti che è una battaglia da fare.

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