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Pinocchio, Mangiafuoco, il gatto e la volpe

di Luigi Sanlorenzo
Immagine dal sito wsimag.com

Quanto è attuale la storia del burattino più famoso del mondo!

Il racconto uscì a puntate ne “Il Giornale dei Bambini” diretto da Ferdinando Martini tra il 1881 e il 1883 e la prima apparizione di Pinocchio fu il 7 luglio; tra pochi mesi saranno centoquaranta anni.

Il periodo storico è il medesimo in cui Edmondo De Amicis ambienterà, nel 1886 le vicende narrate nel libro Cuore, diario immaginario dell’anno scolastico 1881/1882, di cui ho scritto su queste pagine:

I contesti sociali descritti sono opposti: in Cuore,  la Torino borghese ed operosa, i primi immigrati dal Sud, l’unificazione culturale del Paese attraverso la scuola pubblica,  i ricordi ancora recenti del Risorgimento e delle Guerre per l’indipendenza, non disgiunti dall’inevitabile retorica; in Pinocchio la campagna e i borghi poveri dell’Italia Centrale con le tensioni sociali innescate da un’esosa fiscalità e dalla nascita del Partito Socialista Rivoluzionario d’Italia fondato a Forlì nel 1884 da Andrea Costa e Filippo Turati.

Sulla lettura di entrambi i testi si sono formate intere generazioni di bambini, salvo poi a dimenticarne sovente la lezione ed i moniti, una volta diventati adulti.

L’accoglienza riservata a Pinocchio non fu immediatamente cordiale: l’allora imperante perbenismo, rappresentato dalla moderata critica letteraria  abituata a testi più borghesi, ne sconsigliò, addirittura, la lettura ai ragazzi “di buona famiglia” : Qualcuno ammonì che poteva trattarsi di una perniciosa potenziale fonte d’ispirazione. Su tutt’altro versante, le istituzioni rabbrividirono nel vedere, per la prima volta, dei carabinieri coinvolti in un’opera di fantasia, e reagirono ricercando eventuali motivazioni per il sequestro del libro, scoprendo però che non ve ne era alcuna. Va inoltre ricordato quanto in quegli anni la minaccia di attentati da parte del movimento anarchico fosse reale come si sarebbe palesato nel 1901 con il regicidio di Umberto I a Monza ad opera di Gaetano Bresci.

Nonostante ciò, il libro incontrò invece un successo popolare travolgente.

Collodi, al secolo Carlo Lorenzini, scrisse le prime quatto cartelle di Pinocchio, che lui stesso definì una bambinata, con il solo fine di pagarsi i debiti di gioco; la pubblicazione continuò con numerose interruzioni, a seconda delle condizioni economiche dell’autore, e si compì in 30 capitoli apparsi in 26 numeri del giornale, terminando il 25 Gennaio del 1883.

Immediatamente il libraio-editore Felice Paggi, che felicemente intuì la possibilità di un fortunato lancio del romanzo, diede alle stampe l’edizione originale in un volume oggi irreperibile. Da allora si sarebbero susseguite numerose edizioni, tradotte in tutte le lingue del mondo ed una sterminata produzione di disegni, film, sceneggiati e fumetti.

La vicenda è talmente nota da non richiedere qui un inutile riassunto, ma non sempre dietro l’intreccio favolistico si colgono i molti intenti anagogici che sono presenti nel testo.

Pinocchio è la raffigurazione dell’Umanità che evolve dallo stato grezzo della materia alla consapevolezza della coscienza, attraverso una serie di riti di passaggio, di tentativi ed errori, di avanzamenti e di ritirate sul fronte del discernimento tra il bene e il male, di metamorfosi attinte da autori classici quali Omero, Ovidio, Apuleio, Petronio Arbitro e alla letteratura del tempo, Franz Kafka, Edgar Allan Poe, Oscar Wilde, Robert Louis Stevenson.

Collocato nella dimensione temporale della crescita umana, sin dal tempo di Ulisse intesa come viaggio di formazione, il racconto narra degli incontri del protagonista con personaggi dai molteplici intenti che contribuiscono alla definizione della sua personalità, fino al traguardo definitivo della completa umanizzazione.

Infiniti sono gli accostamenti che la psicoanalisi ha operato sul personaggio di Pinocchio dal momento che sia Sigmund Freud e Carl Gustav Jung ne hanno tratto archetipi ancora oggi pienamente riconosciuti. Il primo indaga l’incidenza dell’ endiadi colpa-castigo, vita- morte, dell’endriade vita-piacere- morte, individua la presenza di tratti edipici del rapporto con la Fata turchina, descrive il rapporto con il potere e la norma rappresentati dal Grillo Parlante, dalla scuola e dalle altre istituzioni; il secondo approfondisce il tema dell’ombra come involucro da cui liberare lo spirito, la dinamica della doppia nascita di cui il rozzo ciocco di legno è il primo e il ventre della balena è biblicamente il secondo nonchè dei riti ancestrali che le accompagnano. Per entrambi l’ingenua prevedibilità e la ripetitività storica delle reazioni umane sono raffigurate da quel naso la cui allusione fallica è di tutta evidenza.

Ma è nella galleria dei personaggi incontrati da Pinocchio  che si manifesta il potenziale educativo della vicenda: un trans-umanare, direbbe Dante, tra la cosa, la bestia ed infine l’uomo che tuttavia non esclude il rischio di essere percorso all’indietro in una regressione che spesso le paure ancestrali e il sonno della ragione possono indurre, favorendo l’emersione di quegli istinti che nessuna civilizzazione ha finora potuto comprimere e che rimane, non possiamo saper ancora fino a quando, vista l’incombente prospettiva dell’ibridazione uomo-macchina di cui ho scritto già alcuni fa,  altrove.

Chi è più pericoloso per Pinocchio? Il falso amico Lucignolo che lo tenta con le lusinghe di un piacere senza limiti, confini e sanzioni? Il terribile Mangiafuoco che lo acquista come ciuco azzoppatosi nel Paese dei Balocchi, lo annega per farne un tamburo con la pelle e che vistolo tornare burattino di legno ne intende alimentare il proprio fuoco? Forse nessuno dei due poiché il primo è uno sventurato che paga presto con la vita la propria illusione di una vita senza impegno né valori e il secondo rivela un’inimmaginabile pietà che lo induce a graziare Pinocchio, donandogli persino i cinque zecchini con cui iniziare una nuova vita il cui ingresso è la scuola, cioè la porta verso la conoscenza che salva.

Molto più letali sono il Gatto e la Volpe che compaiono, sotto mutate spoglie, in più momenti del racconto e perfino quando il burattino è diventato un essere umano, tentano di estorcergli almeno la pietà verso le misere condizioni in cui si entrambi si sono ridotti dopo una vita di inganni perpetrati ai danni di decine di ingenue e sprovvedute vittime.

Stavolta Pinocchio è cresciuto e li congeda senza astio ma con scherno, ulteriore segnale di un’umanità finalmente conquistata che si esprime, commutando la vendetta tipica dello stato ferino primigenio nell’ironia dell’essere razionale capace di ridere di ciò che ha sconfitto.

Sul palcoscenico precario di queste ore la favola di Pinocchio è messa in scena con attori improvvisati man non meno efficaci. Tutti sono presenti : il burattino in cerca di identità, pronto a tutto pur di ottenerne una qualsiasi, il grillo parlante che, costretto sul muro dove è abbarbicato,  cerca di lanciare messaggi che vengono equivocati quando addirittura ignorati, Lucignolo che svia da ogni razionalità evocando mondi in cui alla complessità della realtà oppone lusinghiere soluzioni semplificate, Mangiafuoco che genera antipatia forse perché si teme che possa diventare ulteriormente ingombrante per i piccoli e mediocri traffici di altri burattini che sullo sfondo popolano la corte del potere; una finta fata dai capelli turchini agita la propria bacchetta magica illudendo di potere evocare magie tragiche del passato e infine loro, il gatto e la volpe, che offrono i propri servigi per salvare la vita del povero Pinocchio, assicurandogli ulteriore fama e popolarità diventando di fatto i “responsabili” di nuovi limiti e pochezze, ponendosi come un determinante ago della bilancia e facendo rivivere così anni che sembravano seppelliti dal tempo. Dietro di essi, in agguato sui bassi fondali, la bocca spalancata della Balena Bianca che mai ha cessato di aggirarsi in cerca di nuove e appetitose prede da attirare con l’esca della promessa di un’impossibile ed assoluta stabilità, condizione assicurata sempre dalle soluzioni autoritarie e mai dalle democrazie che sono sempre sostenute da passioni, tensioni, aspirazioni, dibattito a volte feroce, ricerca continua di un riconoscimento reciproco pur tra oppositori.  

Tutti presenti, dunque, nello spettacolo amaro di questi giorni tranne il pubblico che, costretto tra le mura domestiche, avvilito dalla paura della malattia e terrorizzato per il proprio futuro, aspira soltanto a che “tutto torni come prima” trascurando il fatto che certe metamorfosi sono spesso irreversibili e cambiano il mondo.

Per anni, due generazioni hanno cantato un testo imparato quasi a memoria che sembrava parlare di tempi andati verso il cui superamento nuovi venti di consapevolezza stavano soffiando. Sarebbe grave se quei versi di Edoardo Bennato oggi diventassero, magari con il sottofondo di una marcetta marziale, il manifesto di una nuova società:

“Presto vieni qui, ma su non fare così/Ma non li vedi quanti altri bambini?/Che sono tutti come te/ Che stanno in fila per tre/ Che sono bravi e che non piangono mai/E’ il primo giorno però domani ti abituerai/ E ti sembrerà una cosa normale/Fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarti da persona civile/Ehi!/ Vi insegnerò la morale e a recitar le preghiere/E ad amar la patria e la bandiera/ Noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori/E discendiamo dagli antichi romani/E questa stufa che c’è basta appena per me/Perciò smettetela di protestare E non fate rumore quando arriva il direttore/ Tutti in piedi e battete le mani/Ehi!

Sei già/abbastanza grande/Sei già abbastanza forte/Ora farò di te un vero uomo/Ti insegnerò a sparare, ti insegnerò l’onore/Ti insegnerò ad ammazzare i cattivi/E sempre in fila per tre marciate tutti con me/E ricordatevi i libri di storia/Noi siamo i buoni perciò abbiamo sempre ragione/E andiamo dritti verso la gloria/Ehi!/Ora sei un uomo e devi cooperare/Mettiti in fila senza protestare/E se fai il bravo ti faremo avere/Un posto fisso e la promozione/E poi ricordati che devi conservare/ L’integrità del nucleo famigliare/Firma il contratto, non farti pregare/Se vuoi far parte delle persone serie/Ehi!/Ehi!/Ehi!/Ora che sei padrone delle tue azioni/Ora che sai prendere le decisioni/Ora che sei in grado di fare le tue scelte/Ed hai davanti a te tutte le strade aperte/Prendi la strada giusta e non sgarrare/Se no poi te ne facciamo pentire/Mettiti in fila e non ti allarmare/Perché ognuno avrà la sua giusta razione

Ehi! A qualche cosa devi pur rinunciare/In cambio di tutta la libertà che ti abbiamo fatto avere/ Perciò adesso non recriminare/Mettiti in fila e torna a lavorare/E se proprio non trovi niente da fare/Non fare la vittima se ti devi sacrificare/Perché in nome del progresso della nazione/In fondo in fondo puoi sempre emigrare/Ehi! Ehi!/Ah! Avanti/Ehi! Avanti in fila per tre Ehi! Avanti, avanti in fila per tre/Ehi!/Avanti, in fila per tre”..

L’album che contiene il brano “In fila per tre” si intitola “I buoni e i cattivi”; l’anno era il 1974 e in copertina erano raffigurati due carabinieri, riprendendo precedenti disegni e immagini dell’epoca di Collodi in cui Pinocchio, simbolo in quegli anni dello “sfigato” per eccellenza incapace di scegliere tra i primi e i secondi, era spesso raffigurato. Preferirei restasse un motivetto da canticchiare durante la doccia, ricordando i diciotto anni e non invece il manifesto di un’Italia piccola piccola “normalizzata” da Uomini della Provvidenza ed a cui, quarantacinque anni dopo, non mi sentirei più di appartenere.

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