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Tassa unica per le multinazionali: ad essere contente saranno solo loro

di C. Alessandro Mauceri

Nei giorni scorsi, i media hanno parlato della tassazione sulle multinazionali. Una “novità” accolta da molti leader con grande gioia. Ma siamo sicuri che si è trattato di un successo? Per capirlo, come al solito, è bene “dare i numeri”.

Il primo è quello relativo alle possibili entrate che potrebbero derivare da questo accordo (sempre che diventi legge). Secondo uno studio dell’Osservatorio fiscale europeo, organismo indipendente appena creato proprio allo scopo di aiutare Commissione europea e gli stati che ne fanno parte a rendere più equa la tassazione nell’Unione (dove peraltro, in barba al nome “unione”, esistono enormi disparità), l’accordo sulla tassazione minima globale del 15% per le società, proposto dagli Stati Uniti ai paesi OCSE, potrebbe consentire ai paesi dell’Unione di incassare 50 miliardi di Euro l’anno di tasse. “Oggi a Londra abbiamo compiuto un grande passo verso un accordo globale senza precedenti sulla riforma della tassazione delle imprese” ha dichiarato il commissario Paolo Gentiloni al termine dell’incontro, “Le possibilità di un accordo globale sono notevolmente aumentate. Ora dobbiamo fare l’ultimo miglio per espandere questo consenso ai membri del G20 e a tutti i paesi coinvolti nel quadro inclusivo dell’OCSE.

La Commissione contribuirà attivamente a queste discussioni multilaterali in corso per garantire il raggiungimento di un accordo ambizioso a Luglio”, ha aggiunto. Sullo stesso tono il giudizio della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che su Twitter ha detto: “Accolgo con favore questa notizia positiva dal G7 sull’imposta minima sulle società. La Commissione europea spinge per la modernizzazione e una maggiore cooperazione internazionale sulla tassazione delle imprese. Questo accordo è un grande passo avanti verso l’equità e la parità di condizioni”.

Peccato che nessuno dei due (come del resto nessuno dei leader presenti) ha detto che in realtà, l’accordo non è stato affatto un successo ma un vero fallimento: i governi si sono inginocchiati davanti alle multinazionali e hanno consentito loro di pagare molto meno di quanto dovrebbero. E di sicuro di tutto si può parlare meno che di “equità”. A dirlo sono proprio i numeri. Quelli dell’Osservatorio fiscale europeo per il quale, se l’aliquota fiscale minima globale concordata fosse stata del 25% (come si era pensato in un primo momento) nelle casse dei paesi europei sarebbero entrati 170 miliardi di Euro.

Poi si è parlato di un’aliquota minima al 21%: questo avrebbe consentito all’Unione europea di raccogliere circa 100 miliardi di Euro nel 2021, meno ma molto di più di quanto incassa oggi. Con l’aliquota al 15% queste entrate si riducono a 50 miliardi di Euro. Pochi, pochissimi specie se si considerano altri “numeri” (anche di questi i leader gongolanti hanno preferito non parlare). Eppure all’inizio, si era parlato di percentuali ben più elevate per le multinazionali: “A seconda del tasso che verrà deciso e dei possibili scenari, il gettito fiscale europeo potrebbe aumentare in una forbice compresa tra il +13 e il +50%”, aveva detto il direttore dell’Osservatorio fiscale europeo, Gabriel Zucman. Poi inspiegabilmente, grazie al “lavoro” dei leader mondiali, le multinazionali sono riuscite ad ottenere che questo tasso fosse praticamente il più basso possibile.

Ma non basta. Se si confrontano questi dati con il carico fiscale per le imprese dei paesi europei, i dubbi che sia stato un successo aumentano. Mentre i capi di stato gioivano per il risultato ottenuto, veniva pubblicato un rapporto dal quale emerge che, in Europa, il carico fiscale per le imprese “normali”, che sono poi la stragrande maggioranza, può essere anche il quadruplo di quello “ottenuto” per le multinazionali: al primo posto c’è la Francia, dove le imprese pagano allo stato ben il 60,7%. L’Italia è al secondo posto in Europa per pressione fiscale: 59,1% degli incassi.  Al terzo posto il Belgio con un carico fiscale pari al 55,4% (dati Centro Studi del CGIA di Mestre).

Numeri molto, ma molto più alti di quelli concessi alle multinazionali. Ma dei quali nessuno ha parlato mentre si decideva quale avrebbe dovuto essere l’aliquota da attribuire alle multinazionali.

Ma non basta. A questi numeri si devono sommare altri due numeri. Il primo è quello relativo al trattamento riservato alle multinazionali e alle grandi imprese: nel 2017, uno dei colossi mondiali dell’informatica “concordò” con il fisco italiano di aggiungere alle somme pagate altri 306 milioni di Euro per sanare un contenzioso fiscale scaturito da imposte non versate su un giro d’affari di circa 800 milioni di Euro.

Ma non basta: le “parti” dichiararono di aver avviato un “dialogo” per discutere un Apa, una advanced priced agreement. Poco più di un anno fa, si è chiusa un’altra vicenda simile: l’Agenzia per le entrate italiana che aveva chiesto a Fiat Chrysler (che, chissà perché, da alcuni anni ha spostato sede fiscale a Londra e sede legale ad Amsterdam) 2 miliardi e 600 milioni di Euro, alla fine ha “patteggiato” di ricevere meno di un terzo del dovuto, “solo” 700 milioni di Euro (e per di più utilizzando perdite fiscali pregresse).

Quando si tratta di colossi imprenditoriali o di grandi multinazionali, il fisco spesso “tratta”, concorda e patteggia. Al contrario, alle aziende “normali” viene chiesto di pagare (e sorridere).

Dopo aver letto questi “numeri” non sorprende scoprire un altro numero. Secondo un’analisi del Centro studi di Unimpresa, dal 2000 al 2020, lo stato sarebbe riuscito a recuperare solo il 13% delle somme sottratte all’Erario. In pratica 139 miliardi di euro su un totale di 1.068 miliardi. Una “performance” spaventosa. In pratica, dal 2000 al 2021, nelle casse dello stato non sarebbe entrata la stratosferica cifra di 930 miliardi di Euro (tra multe e tasse non pagate). E la situazione sta peggiorando anno dopo anno: nel 2000 si riuscì a recuperare il 28% del dovuto. Poi, fino al 2004, questa percentuale di somme è scesa a quota 20% circa. Quindi un crollo inspiegabile: nel 2019, è stato recuperato il 4,3% del carico complessivo (nel 2020, la riscossione è stata “congelata” per la pandemia da Covid).

Numeri che, considerando la crisi dell’ultimo periodo e la chiusura di un numero enorme di imprese, non potranno che peggiorare. In Italia ma anche in altri paesi europei, dove gli effetti della pandemia sull’economia sono ancora difficili da calcolare.

In una situazione che definire critica è un eufemismo (nell’ultimo periodo, la spesa pubblica ha avuto un’impennata e parte delle somme del RRF dovranno essere restituite), aver concesso alle multinazionali di pagare il minimo possibile e molto, ma molto meno di quanto pagano le altre imprese (con conseguente crollo della competitività) non è certo un successo.

A leggere bene i numeri, c’è poco da essere contenti e di certo se di successo si può parlare è per le multinazionali non per le casse dei paesi europei. Ma questo, i leader politici si sono guardati bene dal dirlo.

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