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La corda e il palo: breve saggio sulla tortura, con postilla

di Luigi Sanlorenzo
[Mosaico opera di Marcovaldo nel Battistero di Firenze (XIII secolo)]

La storia delle torture è uno degli esempi della fantasia degli uomini – e talvolta delle donne- che, da tempi antichissimi, hanno escogitato modalità più o meno raffinate, sfruttando i tanti punti deboli del corpo atti a procurare dolore, ritardando la morte del nemico anziché infliggerla direttamente e rapidamente.

La pratica era – e purtroppo lo è ancora in molti luoghi del Pianeta – finalizzata all’ ottenimento di informazioni dal condannato, estorcere abiure o confessioni di crimini che il medesimo non avrebbe ammesso nemmeno a se stesso, rendere pubblico il monito al popolo,  collegando lo spettacolo della sofferenza al sentimento di colpa collettivo, come gustosamente ricorda Mario Monicelli ne il Marchese del Grillo del 1981,  a proposito dello schiaffo che il popolano romano somministrava al proprio figlio, condotto a fini pedagogici  ad assistere ad un’esecuzione disposta dal Papa Re.

Le prime tracce della tortura risalgono già agli antichi Egizi, che fin dal XX secolo a. C. usavano metodi crudeli per intimorire, punire o far confessare i malfattori o i nemici. Ma fu con i Greci, e soprattutto con i Romani, che la tortura prese piede: non a caso la parola tortura deriva dal latino torquere, cioè torcere il corpo. Inizialmente applicata agli schiavi poi si estese con l’assolutismo imperiale: fu usata sui rei di lesa maestà, sui maghi e sui bugiardi.

La tortura diventò uno strumento giudiziario perfettamente legale: la confessione era indispensabile, nel diritto romano, per formulare una condanna. La flagellazione, con la frusta formata da lunghe cinghie di pel di bue che tagliavano come un coltello, era la più utilizzata. Ma vi erano anche altri metodi: gli schiavi che avevano tentato di fuggire erano marchiati a fuoco sulla fronte; sotto l’imperatore Costantino allo schiavo colpevole di aver sedotto un uomo o una donna liberi veniva versato piombo fuso in gola. La stessa crocifissione, cruciare significava “tormentare”, era uno dei terribili supplizi riservati ai malfattori, come sanno bene anche i lettori della saga di Harry Potter di J.K Rowling dove la maledizione crucio è seconda solo a quella definitiva che causa la morte immediata.

Nella realtà la tortura rivela anche un lato perverso della natura umana Nel 1932 Carl Gustav Jung che nella propria autobiografia, Jung cita un “vecchio zio”, che dice “Sai come il diavolo tortura le anime nell’Inferno?… Le mantiene in attesa”. E ancora più esplicito fu, riferendo di un viaggio presso indiani del Nuovo Messico, i Pueblos,  “Fu quella la prima volta che ebbi l’occasione di parlare con un non-europeo, cioè con un non-bianco. Era un capo dei Pueblos Taos, un uomo intelligente, dell’età di quaranta o cinquant’anni. Il suo nome era Ochwìa Biano (Lago di Montagna). Potei parlare con lui come raramente ho potuto con un europeo. Certamente era prigioniero del suo mondo, così come un europeo lo è del proprio, ma che mondo era! Parlando con un europeo ci si incaglia sempre nei banchi di sabbia delle cose conosciute da tempo ma mai comprese; con questo indiano invece la nave galleggiava su mari profondi, sconosciuti. E non si sa che cosa sia più affascinante, se la vista di nuove spiagge o la scoperta di nuove vie d’accesso a ciò che ci è noto da sempre e che abbiamo quasi dimenticato“.

Vedi– diceva Ochwìa Biano – quanto appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero sempre cercando qualcosa. Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualche cosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.” Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi. “Dicono di pensare con la testa” rispose. ”Ma certamente. Tu con che cosa pensi?” gli chiesi sorpreso. “Noi pensiamo qui”, disse, indicando il cuore.”

Torture fisiche, dunque, antiche e moderne,   ma anche psicologiche e analizzate in studi recenti  come ricorda Giuliana Proietti sul sito psicolinea.it

“L’autore più conosciuto è Metin Basoglu, fondatore ed ex direttore del Trauma Studies presso l’Istituto di Psichiatria del King’s College di Londra e fondatore del Centro di Ricerca e Terapia Comportamentale (DABATEM) di Istanbul, in Turchia. Negli studi condotti fra il 2000 e il 2002 su soggetti torturati nella guerra dell’ ex Iugoslavia  (di cui l’86% erano uomini, avevano in media quaranta anni e avevano subito torture fisiche o psicologiche) si è visto che i problemi psicologici e le depressioni sono frequenti e durevoli sia nei soggetti che hanno subito torture fisiche, sia in coloro che hanno subito torture psicologiche.”

Vasto è il catalogo dei supplizi inferti nel tempo. A dispetto del loro nome, i barbari non praticavano torture. Avevano però un modo cruento per provare la colpevolezza di un accusato: l’ordalia. In caso di dubbio, solo chi riusciva a tenere nel palmo della mano un ferro rovente o a immergere il braccio in un paiolo di acqua bollente, dimostrava la propria innocenza. La rinascita del diritto romano, alla fine del XII secolo, riportò in auge la tortura come strumento giudiziario, sia punitivo che per ottenere confessioni.

Varie erano le tecniche: la più comune era la “corda”, cioè sollevare dal suolo il sospetto con una fune legata ai polsi,  facendo poi precipitare il malcapitato da varie altezze, disarticolando gli arti superiori, oppure la “stanghetta”, con cui si comprimeva la caviglia fra due tasselli di metallo; “le cannette” inserite fra le dita delle mani e poi strette con cordicelle; le tenaglie roventi con le quali si strappavano le carni o l’acqua fatta ingerire, con la forza, a litri. Ma non tutti i tribunali applicavano questi sistemi in modo abituale. Almeno fino al 1252, quando papa Innocenzo IV ne autorizzò ufficialmente l’uso nei processi contro gli eretici, quando vi erano forti dubbi e contraddizioni sulle confessioni dell’imputato.

Indimenticabili sono le sequenze dei diversi tipi di tortura praticata dagli oppressori inglesi, regnante Edoardo I Plantageneto, sul patriota scozzese del XIII secolo William Wallace,  nel film Bravehearth – Cuore impavido, diretto e interpretato da Mel Gibson nel 1995.  La pratica della tortura continuò a lungo. L’Inquisizione romana, tra il 1542 e il 1761 mandò al rogo 97 persone, fra cui il filosofo Giordano Bruno che non volle rinnegare le proprie idee.

Nonostante il pensiero, modernissimo e culturalmente avanzato,  di Cesare Beccaria – nonno materno di Alessandro Manzoni ed autore del celeberrimo Dei Delitti e delle pene, pilastro della cultura giuridica successiva –   risalga alla fine del  XVIII secolo,  il ’900 è stato uno dei secoli  più bui della storia per il ricorso alla tortura. Nella I guerra mondiale (1914-1918) i turchi compirono atti efferati nei villaggi armeni: alle donne, dopo essere state violentate anche da quaranta soldati, venivano strappate le sopracciglia e le unghie, tagliati i seni; agli uomini erano amputati i piedi e nei moncherini erano inseriti chiodi da ferratura da cavallo. Il trauma ha un ruolo significativo nella seconda parte del film cult Lawrence d’Arabia del 1962, in cui il protagonista, interpretato da un giovanissimo Peter O’Toole, catturato dai turchi man non riconosciuto, subisce consueti ed altri oltraggi, prima di essere rilasciato, dolorante,  tra gli scherni della soldataglia.

Nella nascente Unione Sovietica (1919-1950) molti preti, compresi vescovi, furono bruciati vivi, a fuoco lento; agli ufficiali che si opponevano al regime venivano tagliati i testicoli, sfregiato il volto, cavati gli occhi e tagliata la lingua. Questa sorte toccò anche, durante la II guerra mondiale, a molti prigionieri di guerra tedeschi. Spesso nei gulag le vittime venivano trafitte con una baionetta nello stesso punto, lentamente, anche più volte. Ad alcune vittime veniva iniettata polvere di vetro nel retto.

I nazisti, dal 1933 al 1945, trasformarono la tortura in un fatto di massa: deportarono nei campi di sterminio ebrei, zingari, omosessuali e dissidenti politici per sterminarli sistematicamente. Li picchiavano, anche fino a ottocento volte, con pesanti bastoni, spegnevano le sigarette sui genitali, strappavano le unghie. I prigionieri erano usati anche come cavie umane per atroci esperimenti: riduzione di ossigeno e di pressione atmosferica, congelamento e raffreddamento prolungato, prove di sterilizzazione e castrazione. E prima ancora di distruggerne i corpi, i nazisti annientavano le anime dei prigionieri: sostituivano i loro nomi con numeri, li costringevano a lavori massacranti e inutili, li affamavano. Fino a cancellarne la dignità. Consiglio al riguardo la lettura dello splendido libro Le Benevole (Les bienveillantes) dello scrittore franco-americano Jonathan Littell, pubblicato nel 2006, dove l’io narrante è un ufficiale tedesco, in pieno conflitto con la propria coscienza e con  l’inconfessabile  omosessualità,  al comando di uno degli Einsatzgruppen, le speciali unità incaricate di eliminare i nemici del nazismo nei territori sovietici occupati, ricorrendo ai metodi più brutali quali quello di fare prima,  legando un vivo ad un morto, prima di gettare entrambi nella fossa che i  medesimi avevano scavato in precedenza.

Così la tortura è diventato un metodo globale. Fu usata nella guerra del Vietnam dai e sui militari Usa, nella Grecia dei Colonnelli come narrato in modo indimenticabile in Un uomo di Oriana Fallaci, nella Gran Bretagna impegnata contro i separatisti dell’Ira negli anni ’70, fino ad arrivare alla Cambogia: durante il regime di Pol Pot, tra il 1976 e il 1979, gli oppositori erano torturati con schegge di vetro o puntine di grammofono infilate sotto le unghie. Le vittime erano picchiate con il guanto di ferro, la cui superficie esterna era ricoperta di chiodi. Un altro metodo era far stendere il prigioniero a terra con la faccia in su: quattro uomini gli tenevano ferme le spalle e la testa, e il collo gli veniva tirato, mentre un quinto uomo lo colpiva, sul collo, col calcio di una rivoltella o con una mazza fino a fargli sanguinare la bocca e le narici. Molti erano ustionati con acqua bollente o con candele accese.

Gli ultimi orrori, in ordine di tempo, sono state le camere della tortura argentine tra il 1976 e il 1983, durante la dittatura di Augusto Pinochet dal 1973 al 1990 nelle quali si utilizzava molto l’elettricità: gli aguzzini collegavano la batteria di un’auto ai genitali o ai capezzoli delle vittime, costrette a continue docce gelate e minacciati di morte. I cadaveri o talvolta i prigionieri agonizzanti, venivano fatti sparire gettandoli nell’oceano dagli aerei.

Oggi poco o nulla sappiamo del trattamento riservato ai popoli che sono ancora perseguitati in tutto il mondo da regimi autoritari in Asia quali Cina, Birmania, Iraq di cui ho scritto su Lo Spessore:

nell’Iran teocratico,  agli oppositori dell’Arabia Saudita di Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd negli Emirati, sospettato come mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Ahmad Khashoggi, fatto a pezzi con una sega elettrica nella sede del consolato turco di Istanbul e di cui il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden sta cominciando a chiedere conto, come riportato da Il Fatto quotidiano del 24 febbraio

Torture si praticano in alcuni stati dell’Africa profonda  che appare ancora come il conradiano “Cuore di tenebra”  del mondo e  il cui tribalismo selvaggio è  tornato alla ribalta per l’assassinio dell’ambasciatore Luca Attinasi che ho ricordato su queste pagine:

E tanto preoccupano – incredibile a pensarsi –  anche gli accadimenti in paesi europei quali la Russia di Vladimir  Putin, si pensi al caso Aleksej Anatol’evič Naval’nyj o la Turchia di Recep Tayyp Erdogan che ha le carceri piene di intellettuali ed insegnanti. Una congiura del silenzio potrebbe nascondere tremende violazioni dei diritti umani come accadde nella Germania di Adolf Hitler  a partire dal 1933. Fu necessaria una Guerra mondiale per venirne a conoscenza,  anche se il mondo sembra aver imparato poco.

Mentre apprezziamo le parole pronunciate da Mario Draghi al riguardo nel discorso con cui ha chiesto la fiducia al Parlamento, auspichiamo che anche l’Unione Europea di Ursula von Der Leyen sappia fare – al di là di generiche condanne – la propria parte, mettendo da parte per una volta ragioni di cautela economica e finanziaria non più accettabili e ricordando piuttosto l’explicit di Critica della Ragion Pratica, scritta nel 1781, che Immanuel Kant volle sulla propria tomba come epitaffio : “Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me.”

Come storia della perversione  umana, mi pare possa bastare. L’elemento curioso è che all’ invenzione o alla pratica della tortura molti personaggi devono la propria fama. Fu così per l’inquisitore spagnolo Tomàs de Torquemada, inquisitore generale di tutta la Spagna  che, con l’aiuto degli propri sottoposti,  istituì processi molto rigorosi nei confronti di quegli ebrei convertiti al cattolicesimo, i marranos,  che fossero sospettati di falsa conversione. Nel 1492 il nuovo pontefice Alessandro VI convinse Torquemada a ritirarsi nel convento di Avila, ma anche da lì riuscì a ottenere dai sovrani spagnoli Isabella di Castiglia e Ferdinando II di Aragona, di cui era stato il fidato confessore, l’espulsione degli ebrei dal regno di Spagna e dai territori sottoposti – tra cui la Sicilia – delle cui perniciose conseguenze per lo sviluppo di quei territori,  ho scritto altrove.

Dopo tale espulsione, Torquemada si dedicò, con il medesimo rigore, ai processi nei confronti dei musulmani convertiti al cattolicesimo, moriscos,  che fossero sospetti di falsa conversione. Come Inquisitore Generale era a capo del Consejo Supremo de la Santa Inquisición. Tra gli studiosi si ritiene generalmente che nei quindici anni della sua gestione del tribunale i processi furono oltre centomila e le condanne a morte duemila. La figura di Torquemada ispira il personaggio di Bernardo Gui ne Il Nome della Rosa di Umberto Eco, 1980,  il primo della fortunata serie di romanzi che ci avrebbero accompagnato per decenni.

La galleria dei torturatori potrebbe essere percorsa ancora a lungo,  ma di uno di essi val bene conservare memoria. Vlad III vissuto tra il 1431 e il 1477,  fu un voivoda, principe, della regione chiamata Valacchia e non della Transilvania, come suggerisce Bram Stoker nel  famosissimo romanzo, scritto ormai quasi centotrenta anni fa, che fece scuola nel genere letterario.

Il nome Dracula viene dal padre Vlad II, che assunse il titolo di Dracul quando entrò a far parte dell’Ordine del Drago, un’organizzazione militare creata per proteggere il Cristianesimo. Dracula dunque significa proprio “figlio di Dracul”.

Grazie alla conoscenza del nemico turco presso il quale era stato cresciuto come ostaggio,  Vlad entrò nelle grazie del re d’Ungheria, che pur in passato gli era stato avverso, il quale lo sguinzagliò contro i propri avversari cristiani e musulmani. Da spietato stratega qual era però, Vlad approfittò della situazione di massimo sbandamento determinatasi dopo la caduta di Costantinopoli 1453 – da cui prende le mosse il romanzo di Umberto Eco, non notissimo quanto altri, Baudolino,  del 2000 –  per tornare in Valacchia, far sloggiare  Vladislav II e dare inizio al proprio secondo regno, durante il quale  instaurò un regime duro soprattutto nei confronti dei nobili locali, i boiardi,  che ne mettevano in discussione l’autorità. Chi gli intralciava la strada non faceva una bella fine.

Per la tradizione religiosa dell’est Europa dunque, Dracula viene ricordato come un eroe nazionale che difese la Croce e l’intera cristianità dall’avanzata turca. La sua crudeltà però gli valse anche quella fama sinistra che contribuì a creare il personaggio ideato da Stoker. Se infatti da un lato l’Europa applaudiva il suo salvatore, dall’altro,  voci e storie lugubre ammantavano Vlad III di un’aura davvero maligna. I suoi metodi terribili di applicazione della legge alimentarono la storia che nella piazza della città in cui sorgeva il suo castello, Dracula fece mettere una coppa d’oro in bella vista, senza che guardie o soldati ne sorvegliassero l’integrità.

Il signore romeno era convinto, non a torto,  che la paura della punizione avrebbe scoraggiato qualsiasi ladro! Altre storie poi contribuirono alla leggenda del vampiro: Vlad infatti passò alla storia con l’appellativo di Tepes, “l’impalatore” perché soleva impalare i propri nemici a monito per chiunque volesse sfidarlo.

Una volta impalò un intero esercito sulla strada che i Turchi dovevano percorrere per raggiungere il suo accampamento e fece apparecchiare la tavola in mezzo a tutti quei corpi mutilati per mangiare godendosi lo spettacolo!

E’ il momento di approfondire la tecnica di tortura che lo rese famoso. L’impalamento longitudinale è forse il primo che viene in mente quando si parla di questo metodo. Consiste nell’infilare un palo appuntito nell’ano, nella vagina o nella parte bassa dell’addome della vittima, mentre è tenuta a forza in posizione prona. Il viaggiatore Jean de Thevenot racconta la propria  testimonianza dopo aver assistito a alcuni impalamenti in Egitto nel XVII secolo. “Misero il malfattore sdraiato sulla pancia, con le mani legate dietro la schiena. Poi tagliarono l’ano con un rasoio e lo cosparsero subito con una pasta che serviva a fermare l’emorragia immediatamente. Dopodiché spinsero nel suo corpo un palo molto lungo della dimensione di un braccio, con la punta unta di grasso. Un giorno vidi un uomo impalato ancora vivo e che probabilmente non sarebbe morto presto. Il palo non era stato infilato così a fondo da farlo fuoriuscire nella parte alta del corpo. Inoltre i piedi erano stati legati per impedire al peso del condannato di farlo scivolare. Questo impediva che la morte fosse istantanea.”

La tortura del bambù è una variante orientale del classico impalamento usata dai Giapponesi nei confronti dei soldati americani, durante la Seconda Guerra Mondiale. Si posizionava il prigioniero sopra un germoglio di bambù appuntito. Questo, crescendo velocemente, andava ad infilarsi nel corpo della vittima uscendo dal petto o dalla spalla dopo qualche giorno. Questo metodo di tortura non è mai stato confermato storicamente, ma “Myth Busters” –  il  programma televisivo di divulgazione scientifica prodotto dall’azienda australiana Beyond Television Production e trasmesso da Discovery Channel – ha condotto un esperimento con un manichino realizzato in gel balistico, dimostrando che è tecnicamente possibile eseguire questa tortura. Il gel balistico ha la consistenza del corpo umano ed è usato per testare scientificamente gli effetti causati dalla penetrazione di proiettili in un corpo.

La rappresentazione granguignolesca che ho voluto raccontare ha, a suo modo, una morale. Nell’impalamento, come pure nell’incaprettamento praticato dai mafiosi per lasciare traccia inequivocabile della propria presenza sul territorio,  giustiziando in tal modo piccoli delinquenti “autonomi”, il condannato finisce con il collaborare, suo malgrado, al proprio supplizio, poiché nel primo caso è il peso del proprio corpo che contribuisce all’ avanzamento letale  del palo, nel secondo ogni minimo inevitabile movimento stringe il cappio al collo della vittima.

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Una postilla sulla politica dei nostri giorni, tra tragedia e Commedia.

Una sottile ironia mi pervade in questi giorni,  quando leggo  di un’ eccessiva liberà lasciata ai partiti che “volontariamente” si sono resi disponibili a mutare pelle pur di appoggiare il nuovo governo, pensando poi di poterlo condizionare. Ancora una volta,  la  Lega, il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle, si agitano convulsamente invocando ed ottenendo poltrone e sgabelli  per i ministeri non strategici –  dal momento che gli altri sono per loro fuori portata in quanto messi in sicurezza dal premier –  non comprendendo con chi hanno a che fare, mentre i più lungimiranti centristi stanno invece più coperti e il più preoccupato a salvaguardare la propria crescente rendita di posizione,  il partito di Giorgia Meloni,   se ne sta prudentemente lontano,  all’ opposizione. Alcuni commentatori si spingono a ravvisare in ciò una debolezza del Presidente del Consiglio.  Ad essi, ed a me per primo, pongo l’antico interrogativo che nel VI cielo del  XIX canto del Paradiso l’Aquila rivolge a Dante: “…Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, per giudicar di lungi mille miglia, con la veduta corta d’una spanna? “

D’altronde, non è forse il più grande capolavoro letterario dell’Umanità, il massimo compendio di ogni tortura, come di ogni beatitudine,  che agli esseri umani può essere riservata ?

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