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Il 40esimo anniversario della Giornata Mondiale della Pace

L’appello istituzionale è cambiato: non si dice più di fare la pace ma si dice solo di pensare ad una “pausa umanitaria sostenuta” dei conflitti locali

di C. Alessandro Mauceri

[foto dal sito style.corriere.it]

Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace. Anzi, forse sarebbe meglio dire: “si dovrebbe”. Sì, perché pare che, di pace, non voglia parlare più nessuno. L’unico (non si sa se per convinzione o per obbligo istituzionale) è il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres che ha rivolto ai leader mondiali un appello per un “cessate il fuoco” mondiale della durata di 24 ore. “Siamo davanti a una scelta cruciale – pace o pericolo perpetuo. Dobbiamo sempre scegliere la pace. È l’unica via per un futuro migliore”, ha scritto Guterres su Twitter. “La pace non è un sogno irrealizzabile – ha aggiunto – è un barlume nel buio, che ci guida sull’unica strada che ci porterà a un futuro migliore per l’umanità”. Per il Segretario delle NU, “la pace e il progresso dipendono dalla nostra capacità di riunirci come famiglia umana. Non possiamo lasciare che il nostro futuro sia divorato dall’odio, dalle divisioni, dai conflitti e dalla sfiducia”. Poi, però, anche lui è andato fuori tema e ha parlato di problemi ambientali: “È tempo di ricostruire il nostro mondo e di fare la pace con la natura”.

Di fare pace (tanto meno con la natura e con l’ambiente) non importa a nessuno: Afghanistan, Ucraina, Siria e tante altre che per decenni hanno riempito le prime pagine dei giornali (si pensi al conflitto tra India e Pakistan, che va avanti da oltre mezzo secolo, o a quello tra israeliani e palestinesi). Anche la guerra con l’ambiente finora non ha trovato pace: incendi, alluvioni, innalzamento dei livelli dei mari, terremoti (e chi più ne ha, più ne metta) servono solo a riempire le prime pagine dei giornali, a far piangere sul latte versato delle vittime e dei danni evitabili ma che nessuno ha saputo (o voluto) evitare. Anche i dati delle emissioni di CO2 in costante crescita non lasciano in pace. E gli accorati appelli di Guterres a proposito delle conseguenze sull’ambiente (come quelli proferiti pochi giorni fa in vista della COP26 di Glasgow) restano inascoltati.

La Giornata Mondiale della Pace di quest’anno avrebbe dovuto essere un momento speciale: è il 40esimo anniversario dalla sua istituzione, il 30 Novembre 1981 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (risoluzione 36/67). L’Assemblea dichiarò che il terzo giovedì di settembre ogni anno, si sarebbe celebrato “un giorno di pace e di non-violenza”. Venne rivolto un invito a tutte le nazioni perché si cessassero le ostilità almeno quel giorno. A tutti gli stati membri, alle organizzazioni non governative venne chiesto di commemorare quel giorno in maniera appropriata, sia attraverso l’educazione e la consapevolezza pubblica, sia con la cooperazione con le Nazioni Unite per la pace globale. Nel 2002 (con la risoluzione 55/282), si decise di celebrare la Giornata Mondiale della Pace il 21 Settembre di ogni anno, il giorno del Cessate il fuoco.

Oggi, questi appelli non li ascolta più nessuno. Per tutti, il 21 Settembre è trascorso come tutti gli altri. I giornali non hanno dedicato a questa ricorrenza nemmeno un trafiletto. Hanno preferito parlare di altro. Di liti. Di scontri. Di beghe interne e esterne (basti pensare a quanto sta avvenendo in Medio Oriente o alle scintille tra i governi francese, statunitense e britannico dopo la decisione dell’Australia su navi da guerra).

Anche nelle scuole, di “Pace” non sembra voler parlare più nessuno. Troppi i problemi legati all’abbandono della DAD, al rientro in aula e ai problemi mai risolti legati alle infrastrutture scolastiche poco sicure.

Anche i balconi sono rimasti spogli dei lenzuoli arcobaleno, simbolo, sino a qualche anno fa, di questa giornata. I lenzuoli sono stati riciclati e utilizzati per la lotta alla pandemia (“Ce la faremo”). Ma anche questa guerra è ancora lungi dall’essere conclusa. E di appendere lenzuoli al balcone nessuno ha più voglia.

Perfino le NU hanno preferito parlare di pandemia, invece che dei molti, troppi conflitti in atto in tutto il pianeta. “Mentre guariamo dalla pandemia di COVID-19, siamo ispirati a pensare in modo creativo e collettivo a come aiutare tutti a riprendersi meglio, come costruire la resilienza e come trasformare il nostro mondo in uno più equo, più giusto, equo, inclusivo, sostenibile e più sano”, si legge nella pagina ufficiale. Le solite parole usate e abusate: “resilienza” e “sostenibilità”. Niente di nuovo.

Le NU hanno parlato della pandemia “nota per colpire più duramente i gruppi svantaggiati ed emarginati”. Dimenticando che ad essere vaccinati sono stati gli abitanti più benestanti dei paesi più ricchi. In Africa, non c’è pace nella spasmodica ricerca di trovare vaccini per tutti. Le stesse NU hanno dovuto ammettere che “oltre 687 milioni di dosi di vaccino COVID-19 sono state somministrate a livello globale”, ma che decine e decine di paesi non hanno ricevuto nemmeno una dose. Perchè non possono permettersele. O perché in questi paesi è in atto una guerra per la sopravvivenza dalla fame e dalla sete. O perché sono coinvolti in una guerra che non hanno voluto loro.

Anche l’appello istituzionale è cambiato: non si dice più di fare la pace. Ora si dice solo di pensare ad una “pausa umanitaria sostenuta” dei conflitti locali. Anche questo appello, però, non è stato ascoltato da nessuno. E allora, nella pagina delle NU dedicate alla Giornata Mondiale della Pace, si è preferito riparlare di “economia globale verde e sostenibile” per ridurre le emissioni e costruire la “resilienza agli impatti climatici”.

La verità è che l’uomo non è in guerra con i nemici (veri o presunti). E nemmeno con l’ambiente. Oggi, l’uomo non è in pace con sè stesso. E fino a quando non riuscirà a far pace con sè stesso, non potrà far pace con niente e con nessuno. Neanche per un giorno. Il 21 Settembre.

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