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Da “Cuore di Tenebra” a “Paradise” perché il Nobel a Gurnah

di Luigi Sanlorenzo

[Premio Nobel per la Letteratura 2021 a Abdulrazak Gurnah]

Per oltre due secoli l’immaginario collettivo è stato influenzato dall’intramontato racconto di Joseph Conrad “Cuore di Tenebra” pubblicato in inglese nel 1899 e tradotto in italiano nel 1924, cui si ispirò nel 1979 il capolavoro di Francis Ford Coppola “Apocalypse Now”, ambientando la vicenda durante la guerra del Vietnam.

Com’è noto, nel romanzo si narra la vicenda della ricerca del commerciante d’avorio Kurtz sulle cui tracce si mette il narratore Charles Marlowe, abilitando Conrad a tracciare un parallelismo tra Londra e l’Africa come luogo paradigmatico d’oscurità che avvolge molti territori persino nella “civilissima” Europa.

Di ritorno da uno dei suoi viaggi in Estremo Oriente, un giorno, nella vetrina di un negozio, Marlowe aveva visto la mappa el Congo. La cosa che più l’aveva colpito era il percorso di un grande fiume «somigliante a un immenso serpente srotolato, con la testa nel mare…la coda perduta nelle profondità del territorio». Era il fiume del viaggio che di lì a poco avrebbe intrapreso. Addentratosi nel fiume – anche se i nomi del fiume, dei luoghi e della foresta non sono mai esplicitati – in un lungo itinerario, a bordo di uno sgangherato vaporetto, dalla costa al centro, al luogo nel quale la coda del serpente si perde, Marlow compie una discesa in un’oscurità ben più profonda della funerea oscurità che avvolge il Tamigi, dove almeno i fanali permettono di individuare navi, il porto perduto nella nebbia, conducendo lo sguardo a un paesaggio conosciuto.

Romanzo/manifesto del colonialismo e dei suoi “orrori” l’opera ha mantenuto nel tempo l’Africa confinata in una sorta di non luogo dove alla rapacità degli sfruttatori occidentali corrisponde la passività dei nativi, quasi a giustificare la liceità della conquista, spacciata per civilizzazione.

Quasi duecento anni dopo, tale prospettiva viene ribaltata dal libro Paradise di Abdulrazak Gurnah pubblicato nel 2004 ed al cui autore è stato assegnato ieri il Premio Nobel per la Letteratura 2021.

Come spiega l’Accademia Reale, “Paradise” «è un racconto di formazione e una triste storia d’amore in cui mondi e sistemi di credenze diversi scontrarsi». Il tratteggio dei rifugiati, la tristezza e la disperazione descritta e poi ancora l’attenzione sull’identità sono gli elementi caratteristici delle opere di Gurnah: «I personaggi si trovano in uno iato tra culture e continenti, tra una vita che era e una vita emergente; è uno stato insicuro che non potrà mai essere risolto», sottolinea l’Accademia del Nobel nel conferire il premio, «rompe consapevolmente con le convenzioni, capovolgendo la prospettiva coloniale per evidenziare quella delle popolazioni indigene. Così, il suo romanzo ‘Desertion‘ (2005) su una storia d’amore diventa una netta contraddizione con quello che ha chiamato “il romanzo imperiale”». Ed è questa una netta presa di posizione degli Accademici svedesi, che non a caso, con questo premio hanno posto l’accento sull’emergenza mondiale dei migranti.

Lo scrittore tanzaniano naturalizzato britannico Abdulrazak Gurnah, è nato nell’isola di Zanzibar nel 1948 e dal 1968 vive in Inghilterra, dove dapprima andò per studiare per poi diventare professore di letteratura inglese all’Università del Kent; come studioso si è dedicato a ricerche sulla narrativa postcoloniale e alle questioni associate al colonialismo, specialmente per quanto riguarda l’Africa.  Considerato uno dei più brillanti autori della letteratura africana post coloniale, è autore di acclamati romanzi come “Il disertore”, il già citato “Paradiso”considerato il suo capolavoro e “Sulla riva del mare” del 2005, tutti pubblicati in italiano da Garzanti.

Il racconto segue la storia di Yusuf, un ragazzo nato nella città immaginaria di Kawa in Tanzania all’inizio del XX secolo. Il padre è un albergatore indebitato con il ricco e potente mercante arabo Aziz. All’inizio della storia Yusuf è ceduto ad Aziz dal padre per pagare quanto dovuto e deve lavorare gratuitamente per il mercante e si unisce ad una carovana commerciale che viaggia in buona parte dell’Africa Centrale e del Congo, incontrando l’ostilità delle tribù locali, delle belve della savana e le asperità del territorio.

Al rientro in Africa orientale, scoppia la Prima Guerra mondiale ed Aziz entra in contatto con l’esercito tedesco che controllava la Tanzania, arruolando a forza gli africani nel proprio esercito coloniale.  Yusuf conosce la morte e la violenza e impara le difficili regole di convivenza di un mondo sull’orlo del conflitto, dove musulmani, missionari cristiani e indiani coesistono in un fragile equilibrio. Al ritorno è un altro: un giovane robusto e avvenente. È ancora schiavo, ma a dargli la libertà del cuore c’è l’amore, quello per la giovane ancella della padrona, Amina. Ma la ragazza cela un terribile segreto e, mentre il colonialismo europeo stringerà le sue maglie sul continente africano, Yusuf capirà il cammino che dovrà intraprendere.

Il libro avrà un seguito con il romanzo più recente di Gurnah, “Afterlives” pubblicato nel settembre del 2020 e che riprende dove finisce Paradise. E, come in quell’opera, l’ambientazione è all’inizio del XX secolo, nel periodo recedente la fine della colonizzazione tedesca dell’Africa orientale.

Hamza, un giovane che ricorda Yusuf in Paradise, è costretto a fare la guerra ai tedeschi e diventa dipendente da un ufficiale che lo sfrutta sessualmente. Ferito in uno scontro interno tra soldati tedeschi, viene lasciato in cura in un ospedale da campo. Ma quando torna al suo paese natale sulla costa, non trova né famiglia né amici. I venti capricciosi della storia dominano e come in Desertion seguiamo la trama attraverso diverse generazioni, fino al piano non realizzato dei nazisti per la ricolonizzazione dell’Africa orientale. L’epilogo è scioccante e tanto inaspettato quanto allarmante. Ma di fatto lo stesso pensiero ricorre costantemente nel libro: l’individuo è indifeso se l’ideologia regnante – in questo caso, il razzismo – esige sottomissione e sacrificio.

Il valore del conferimento del Premio Nobel a Gurnah non è solo letterario ma rappresenta una straordinaria attenzione all’attualità del tema dell’Africa e del nuovo colonialismo che la sta interessando, nel roboante silenzio dell’Unione Europea, di cui ho scritto in occasione della sanguinaria esecuzione dell’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, e che i miei lettori dello Spessore ricorderanno.

Nelle già fredde regioni della Scandinavia, da sempre in prima linea nelle missioni umanitarie nei paesi in via di sviluppo, sembra proprio che il cuore batta piu forte e generoso che da noi!

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