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Fonti energetiche dai combustibili fossili. Una dipendenza ancora presente

di C. Alessandro Mauceri

[Foto: Shutterstock – Christian Mueller]

Come ogni anno, il think tank Ember ha pubblicato il rapporto sull’utilizzo delle fonti energetiche in Europa.

Positivi alcuni dati: le energie rinnovabili e le fonti “verdi” avrebbero effettuato il sorpasso delle fonti energetiche legate ai i combustibili fossili. Solare e eolico mostrano un netto aumento che fa da contraltare al nettissimo calo di alcune delle fonti energetiche fossili come il carbone.

Il rapporto parla di un 21% della produzione totale di elettricità in Europa mediante solare ed eolico e di un 15% dovuto al carbon fossile. Dall’altro lato, però, se a queste due categorie si sommano le altre fonti energetiche la percentuale di energia prodotta con fonti energetiche rinnovabili (in senso stretto) rimane ancora troppo bassa.

Ma non basta. Questo Green New Deal (tanto amato dalla presidente della Commissione Europea al punto da farlo presentare alla piccola Greta Thunberg nonostante la pandemia di coronavirus già in atto), non sarebbe dovuto ad una reale presa di coscienza del problema “ambiente”.

La svolta dei consumi non sarebbe una scelta ambientalista ma un mero calcolo economico. Dopo mesi di negoziati, nel 2018 con 535 voti favorevoli, 104 contrari e 39 astenuti, gli eurodeputati in sessione plenaria a Strasburgo avevano approvato la riforma dell’ETS (Emission Trading System), il sistema di scambio emissioni comunitario a cui devono sottostare gli impianti ad alta intensità energetica, che prevedeva tra l’altro, la riduzione delle quote da immettere nel mercato annualmente, passata da 1,74% a 2,2% a partire dal 2021 (percentuale aumentata nel tempo) e il raddoppio della capacità con cui il Market Stability Reserve (MSR), la riserva stabilizzatrice del mercato di carbonio, avrebbe dovuto assorbire le quote in eccesso, in maniera da rafforzarne i prezzi.

Una svolta che una volta a regime, avrebbe tolto dalle aste fino al 24% dei crediti in eccesso ogni anno, per i primi quattro anni. La conseguenza è stato il graduale aumento del prezzo delle quote della CO2 a circa 25 euro per tonnellata di carbonio emessa. É questo il vero motivo che ha portato l’Europa a cercare fonti energetiche diverse dal carbone (ormai più cara di quella da gas naturale o del nucleare). E anche delle energie rinnovabili.

Le percentuali legate alla “green energy” quindi non sono frutto di una nuova corsa alle fonti energetiche rinnovabili ma solo un tentativo di colmare parte del “vuoto” creato. A dimostrarlo anche il fatto che la gran parte della conversione dal carbone verso altre fonti di energia è avvenuta nei paesi europei tradizionalmente legati al carbone. Quasi i due terzi del calo nei consumi si è verificato in due paesi: Germania e Polonia. Al contrario, l’elettricità prodotta nelle centrali nucleari (molte delle quali pericolosissime in quanto obsolete) è rimasta praticamente costante: è scesa solo del’1 per cento. In crescita, invece, l’energia prodotta dalle centrali a gas (con un aumento del 12 per cento).

Contrariamente a quello che hanno detto alcuni giornali, la maggior parte dell’energia consumata nell’UE proviene ancora prodotta facendo ricorso ai combustibili fossili (sebbene la loro quota nel mix energetico si stia riducendo).In questo contesto (per una volta), l’Italia si piazza ai primi posti tra i Paesi UE ad aver raggiunto (già nel 2017) l’obiettivo previsto dalla Direttiva 2009/28/CE per il 2020 riguardante il ricorso ad energie rinnovabili (almeno il 17%): ciò nonostante, solo il 18,3% dell’energia totale proviene da FER (Fonti Energetiche Rinnovabili).

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