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Lo sfrenato consumismo e la complessa gestione dei rifiuti

di C. Alessandro Mauceri
Foto di Stefano Stranges

Ogni anno, nel mondo, si producono oltre due miliardi di tonnellate di rifiuti. Una quantità   sufficiente a riempire 822.000 piscine olimpioniche. O, se caricati su camion, a creare una fila lunga abbastanza da fare 24 volte il giro del mondo. 

Una volta, non senza un tono negativo, si parlava di “consumismo”. Ora questa parola sembra essere stata cancellata dal dizionario. Eppure i suoi effetti sono evidenti: la quasi totalità delle cose che acquistiamo finisce nella spazzatura nel giro di pochi mesi.

La media mondiale dei rifiuti prodotti si aggira intorno a 0,74 chilogrammi per persona al giorno. Un valore molto diverso da paese a paese (da 0,11 a 4,54 chilogrammi a persona al giorno). Principali responsabili di tutto questo sono i paesi ad alto reddito: pur rappresentando solo il 16% della popolazione mondiale, producono circa il 34% dei rifiuti mondiali (683 milioni di tonnellate).

Non sorprende trovare gli Stati Uniti d’America al primo posto per rifiuti prodotti. Da soli, producono più rifiuti solidi urbani di qualsiasi altro paese al mondo (come conferma il database della Banca mondiale): quasi 258 milioni di tonnellate di RSU all’anno. Negli USA, ogni giorno, ogni persona produce mediamente circa 4,4 libbre (oltre due chili) di rifiuti urbani. Se, invece, si cerca il valore per abitante, al vertice di questa classifica si trova l’Islanda.

Molto diversa la composizione di questi rifiuti in base ai livelli di reddito (e ai conseguenti modelli di consumo). Nei paesi ad alto reddito la percentuale di rifiuti “verdi” è pari al 32% dei rifiuti totali; per contro, è maggiore la percentuale di altri rifiuti che rappresentano il 51% dei rifiuti (di questi almeno una parte potrebbero essere riciclati, come plastica, carta, cartone, metallo e vetro). Al contrario, nei paesi a medio e basso reddito sono maggiori i rifiuti alimentari e “verdi”, rispettivamente il 53% e il 57% del totale, con la percentuale di rifiuti organici che aumenta al diminuire dei livelli di sviluppo economico.

Anche il conferimento in discarica evidenzia una differenza tra paesi ricchi e paesi poveri. I paesi a reddito medio-alto hanno la percentuale più alta di rifiuti che finiscono in discarica (54%) ma le loro discariche sono controllate o gestite in modo più rigoroso, mentre quelle dei paesi a basso reddito generalmente fanno affidamento sul dumping aperto. Tre le regioni che scaricano all’aperto più della metà dei rifiuti: il Medio Oriente e il Nord Africa, l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale.

Mentre nell’Unione Europea si parla di New Green Deal, a livello globale, la maggior parte dei rifiuti viene ancora scaricata in una qualche forma di discarica (il 37% dei quali l’8% in discariche con sistemi di raccolta del gas di discarica). Solo il 19% viene recuperato attraverso il riciclaggio e il compostaggio e l’11% viene incenerito. All’incenerimento (oggi tanto di moda sui media) fanno ricorso soprattutto paesi ad alta capacità, alto reddito e limitate disponibilità di spazio (segno che più che non si tratta di voler essere ambientalisti o di rispettare la natura ma di una necessità). 

Inevitabili le conseguenze di tutto questo sull’ambiente. Si stima che, nel 2016, dal trattamento e dallo smaltimento dei rifiuti solidi siano state generate 1,6 miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra equivalenti di anidride carbonica (CO2). E le previsioni sono tutt’altro che rosee: la quantità di spazzatura è destinata ad aumentare con la crescita della popolazione. 

Secondo la Banca Mondiale, entro il 2050, i rifiuti potrebbero aumentare del 70% fino a raggiungere 3,40 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno. Stime confermate dal rapporto What a Waste 2.0 che traccia un’istantanea globale della gestione dei rifiuti solidi da oggi al 2050. Emissioni legate ai rifiuti solidi che potrebbero aumentare fino a 2,38 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti all’anno entro il 2050.

A meno che non si prendano provvedimenti drastici. Ma nella maggior parte dei paesi, la gestione dei rifiuti solidi non è gestita dai governi centrali: è una responsabilità locale (quasi il 70% dei paesi ha creato istituzioni con responsabilità per lo sviluppo delle politiche e la supervisione normativa nel settore dei rifiuti). Anche dove sono state introdotte leggi e norme per la gestione dei rifiuti solidi, l’applicazione varia drasticamente e il coinvolgimento diretto dei governi centrali nella fornitura di servizi per i rifiuti (oltre la semplice supervisione normativa o i trasferimenti fiscali) è raro.

Anche il finanziamento dei sistemi di gestione dei rifiuti solidi urbani assume un ruolo determinante. Nei paesi ad alto reddito, i costi per la gestione integrata dei rifiuti (inclusi raccolta, trasporto, trattamento e smaltimento) quasi sempre superano i 100 dollari per tonnellata. Al contrario nei paesi a basso reddito si spende meno per i rifiuti, con costi intorno ai 35 dollari per tonnellata. Appare evidente il motivo per il quale, come è emerso nei giorni scorsi dopo le rivelazioni di un’indagine giornalistica e la conseguente interrogazione parlamentare del governo tunisino, l’Italia preferiva spedire i propri RSU in Tunisia, pagando “solo” – a quanto hanno riferito alcuni giornali – poco più di 40 euro a tonnellata.

Rifiuti spediti in discariche senza controllo, dove finiscono anche rifiuti pericolosi per la salute delle persone. Recentemente 4.000 tonnellate di rifiuti tossici sono state spedite in Nigeria etichettate come “fertilizzanti” sebbene includessero 150 tonnellate di bifenili policlorurati altamente tossici, o PCB, i cui effetti nocivi vanno dalle carenze ormonali a ridurre lo sviluppo cognitivo nei bambini.

Un capitolo a parte sono i rifiuti elettronici, la cui percentuale nelle discariche è cresciuta sensibilmente negli ultimi anni: ogni anno vengono prodotti circa 50 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, la maggior parte dei quali spedita nei paesi poveri dell’Asia e dell’Africa. Anche questi rifiuti, se non trattati adeguatamente, sono altamente tossici. La più grande discarica di rifiuti elettronici del mondo è a Guiyu, in Cina, con 700 tonnellate di rifiuti elettronici all’anno. I rifiuti che vi vengono scaricati includono Arsenico, Cadmio, Cromo, Cloruro di vinile, Diossine, Antimonio, PCB, PCDD, PCDF, DDT e molto altro ancora.

Di altri tipi di rifiuti, poi, non parla mai nessuno. Come gli inquinanti organici persistenti (POP): sostanze chimiche organiche che rappresentano una grave minaccia globale per la salute umana e per gli ecosistemi. Tutti questi rifiuti finiscono in discariche che rappresentano una minaccia per la salute umana e per l’ambiente. Sono almeno 64 milioni le persone colpite direttamente dalle discariche create dal commercio mondiale di rifiuti. Da Agbogbloshie, Accra, in Ghana, dove finiscono circa 192.000 tonnellate di rifiuti elettronici all’anno, alla discarica di Bantar Gebang a Bekasi, in Indonesia, che riceve oltre 230.000 tonnellate di rifiuti domestici ogni anno. O la discarica di Jam Chakro, in Pakistan: 202 ettari e 5.000 persone che vi “lavorano”.

Tutti questi sono tra gli effetti negativi del consumismo. E con il numero dei paesi consumatori che cresce di secondo in secondo e genera quantità di rifiuti insostenibili la situazione potrebbe diventare insostenibile: se tutti i paesi producessero rifiuti come i paesi dove il consumismo impera, per smaltire i rifiuti prodotti non basterebbero 5 pianeti come la Terra.

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