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Giornata Internazionale per i Diritti dei Migranti: perché in Italia non ne ha parlato (quasi) nessuno?

di C. Alessandro Mauceri
[Foto da laguida.it]

Per le Nazioni Unite il 18 Dicembre è la Giornata Internazionale dei Diritti dei Migranti. Quel giorno, nel 1972, in un tunnel del Monte Bianco, dentro un camion che trasportava macchine da cucire, vennero trovati i cadaveri di 28 lavoratori originari del Mali morti mentre cercavano di varcare la frontiera in cerca di un lavoro e di migliori condizioni di vita.

Prendendo spunto da quell’evento, il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc) adottò una risoluzione con la quale dava mandato alla Commissione sui diritti umani (Ohchr) di redigere un documento per salvaguardare i migranti. Due anni dopo anche l’ILO, Organizzazione Internazionale del Lavoro presentò la “Convenzione 143 sui lavoratori migranti”. Ma fu necessario attendere il 18 dicembre del 1990 perché l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvasse la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. Ancora una volta la semplice approvazione non fu sufficiente: si dovette attendere fino al 2003 perché almeno venti paesi, il numero minimo previsto, ratificassero quel documento ed entrasse in vigore. Fu così che dopo molti anni dall’incidente al confine tra Francia e Italia, le Nazioni Unite proclamarono ufficialmente il 18 dicembre la Giornata internazionale per i diritti dei migranti.

L’umanità è da sempre in movimento. Alcune persone si spostano in cerca di lavoro o opportunità economiche, per unirsi alla famiglia o per studiare. Altri si muovono per sfuggire a conflitti, persecuzioni, terrorismo o violazioni dei diritti umani. Altri ancora si muovono in risposta agli effetti negativi del cambiamento climatico, delle catastrofi naturali o di altri fattori ambientali.

L’IOM definisce “migrante” qualsiasi persona che si trasferisce o si sposta attraverso una frontiera internazionale o all’interno di uno stato indipendentemente dallo status giuridico della persona, dal fatto che lo spostamento sia volontario o involontario e quali siano le cause del movimento o la sua durata.

Il numero delle persone che migra continua a crescere esponenzialmente anno dopo anno. Solo qualche anno fa, erano poco più di cento milioni i migranti. Nel 2019, secondo i dati dell’IOM, sono stati oltre 272 milioni le persone che hanno lasciato la sicurezza della propria casa, hanno abbandonato il proprio paese per cercare un posto dove vivere (o almeno sopravvivere), e le previsioni parlano di flussi migratori che potrebbero raggiungere il miliardo di persone prima della fine del XXI secolo.

Rispetto al 2,8% nel 2000 e al 2,3% nel 1980, anche la percentuale di migranti internazionali nella popolazione mondiale è aumentata. Molte persone migrano per necessità. Oggi i migranti internazionali rappresentano il 3,5% della popolazione globale, per circa la metà donne. E 38 milioni sono i bambini migranti. Circa il 31% dei migranti internazionali in tutto il mondo si sposta in Asia, il 30% in Europa, il 26% nelle Americhe, il 10% in Africa e il 3% in Oceania.

Un fenomeno che riguarda tutto il pianeta quindi. Eppure, ancora oggi, pochi, anzi pochissimi paesi hanno ratificato questa importante Convenzione. E l’Italia non è tra questi (così come buona parte dei Paesi europei).

Da quel 1972, al confine tra Francia e Italia, molte cose sono cambiate. Anche per ciò che riguarda le migrazioni all’interno dei paesi e tra i paesi e i continenti. Ma popolazioni che per secoli hanno vissuto sulla propria pelle il problema dei migranti (in uscita, prima, con i flussi migratori dall’Europa verso gli USA, e in entrata, dopo, con i flussi migratori dall’Africa e dal Medio Oriente) si sono sempre rifiutati di ratificare questo importante documento.

Anche dopo che eventi come quello che ha portato alla sua stesura avvengono sotto i loro occhi: a Ottobre 2019, 39 migranti vietnamiti sono stati trovati morti in un rimorchio refrigerato nella contea di Essex ad est di Londra. E le persone che muoiono in mare nel tentativo di raggiungere un futuro migliore sono, secondo l’IOM, oltre tremila solo nel 2020. Un numero impressionante ma che non sembra impressionare nessuno.

Gli inviti e gli appelli (peraltro piuttosto blandi delle NU) restano ascoltati. Come mai nessuno ha pensato di utilizzare questa Convenzione come base per accordi tra paesi. Accordi come quelli di Dublino (ormai stagnanti da anni) sono la dimostrazione della incapacità di gestire il fenomeno in maniera condivisa. Forse il motivo deriva dal fatto che la Convenzione Internazionale per i Diritti dei Migranti vede coloro che migrano da un paese all’altro prima di tutto come persone, uomini donne e bambini. Come esseri umani (articolo 2) e “lavoratori migranti”, ovvero persone che “eserciteranno, esercitano o hanno esercitato una attività remunerata in uno Stato cui loro non appartengono”. Esseri umani (articolo 5) ai quali devono essere garantite tutele previste per tutti i lavoratori regolari. Anche gli “irregolari” devono essere protetti e aiutati in quanto “esseri umani”. Tutele che partono dal principio di non discriminazione (articolo 7): “Gli Stati parte si impegnano (…) a rispettare e a garantire a tutti i lavoratori migranti e ai membri della loro famiglia che si trovano sul territorio e su cui ricade la loro giurisdizione i diritti riconosciuti nella presente Convenzione senza distinzione alcuna, e in particolare di sesso, di razza, di colore, di lingua, di religione o di convinzione, di opinione politica o di qualunque altra opinione, d’origine nazionale, etnica o sociale, di nazionalità, di età, di situazione economica, patrimoniale, di situazione matrimoniale, di nascita o di qualunque altra situazione”.

La Convenzione non fa altro che elencare i diritti riconosciuti a tutela del migrante lavoratore e dei membri della sua famiglia. Diritti civili, economici, sociali e culturali che nella civilissima Europa o negli Stati Uniti d’America, i paladini dei diritti umani (quando ciò serviva per scatenare guerre anche prima del via libera delle NU) o in Italia non riguardano le persone ma solo i cittadini (e non sempre). Forse è per questo che la maggior parte dei paesi “sviluppati” non ha mai ratificato la Convenzione. A molti, troppi, pare far comodo che i lavoratori e lavoratrici migranti non abbiano diritti. A cominciare dai servizi medici minimi necessari e poi all’istruzione per i figli, al diritto di informare le autorità consolari in caso di arresto o perfino al divieto di espulsione collettiva.

La Convenzione va anche oltre: parla di “gestione” delle migrazioni e di prevenzione ed eliminazione del traffico illegale di lavoratori migranti. Temi delicatissimi e ancora una volta irrisolti: sono decine i rapporti che denunciano lo sfruttamento dei lavoratori migranti. Anche in paesi “sviluppati”. Ciò che è davvero innovativo di questo documento è il riconoscimento della tutela dei lavoratori migranti anche se “irregolari”. “In questa Giornata internazionale dei migranti, cogliamo l’opportunità della ripresa dalla pandemia per attuare il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, reinventare la mobilità umana, consentire ai migranti di riaccendere le economie in patria e all’estero e costruire società più inclusive e resilienti”, solo le parole pronunciate da António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite. 

La ratifica di questo documento da parte dell’Italia sarebbe un atto politico dirompente che potrebbe spingere altri stati membri dell’Unione Europea a fare altrettanto. Un cambiamento positivo importante in un anno come il 2020 nel quale, per i migranti, la situazione è stata anche peggiore di quella per tutti gli altri. Farlo o almeno avviare questo percorso proprio il 18 Dicembre sarebbe stato un gesto importante. Invece, come al solito, si è preferito non parlarne. Come se non esistessero. Non solo i migranti ma anche la stessa Convenzione Internazionale per i Diritti dei Migranti.

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