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Il misterioso mondo di Athanasius Kircher, il gesuita che ispirò Verne ed Eco

di Luigi Sanlorenzo

[Immagine: Athanasius Kircher s.J (1602- 1680) –
Fonte: theparallelvision.com]

Poche figure hanno affascinato il mondo della cultura come Athanasius  Kircher (o Kirchner)  il gesuita nato  il 2 maggio 1602 a Geisa (Turingia) in Germania, ultimo di nove figli. Nel 1616, all’età di 14 anni, Athanasius entrò come novizio nel Collegio Gesuita di Fulda, dove imparò il greco antico e l’ebraico. Entrò nella Compagnia di Gesù a Paderborn il 2 ottobre 1618. Dopo il noviziato, approfondì le lingue classiche e lo studio delle scienze fino al 1622, prima di studiare  filosofia a Münster ed a Colonia.

A Würzburg ricevette l’incarico di professore di filosofia, matematica e lingue orientali. A quell’epoca risale la sua prima pubblicazione: “Ars Magnesia” (1631). Nel 1635 si recò a Roma, dove  papa Urbano VIII  gli aveva assegnato il ruolo di insegnante di scienze matematiche al Collegio Romano, ma dopo otto anni si dimise dalla docenza per dedicarsi alla sua grande passione: lo studio dell’antichità e nel 1651 fondò, presso il Collegio Romano, il Museo Kircheriano. Morì a Roma, all’età di 78 anni, il 28 novembre 1680. Il suo cuore è ancora conservato presso il Santuario Madre delle Grazie della Mentorella, uno dei più antichi luoghi mariani d’Italia e d’Europa,  tra Tivoli e Palestrina, a sud-est di Roma.

Il luogo di sepoltura del corpo è incerto, ma si crede sia nel sotterraneo (ora inaccessibile) che collega la chiesa di Sant’Ignazio di Loyola in Campo Marzio con la chiesa del Gesù, insieme ad altre tombe di prelati e insigni personaggi della Compagnia.

Athanasius Kircher fu il più celebre “decifratore” di geroglifici del suo tempo, malgrado buona parte dei suoi presupposti e “traduzioni” in questo campo da allora siano stati smentiti. Egli tuttavia condusse uno dei primissimi studi sui geroglifici egizi, stabilendo il legame corretto tra la lingua egizia antica e il copto, per il quale è stato considerato il fondatore dell’Egittologia. Era inoltre affascinato dalla sinologia e scrisse un’enciclopedia della Cina, nella quale notava per la prima volta la presenza dei cristiani siriaci orientali, ma tentò anche di stabilire collegamenti più tenui con l’Egitto e il cristianesimo d’Oriente.

L’opera di Kircher sulla geologia comprendeva studi su vulcani e fossili. Tra le prime persone ad osservare microbi attraverso un microscopio, fu talmente in anticipo sul suo tempo da proporre la tesi che la peste era causata da un microrganismo infettivo, e da proporre misure efficaci per prevenire la diffusione della malattia. Kircher mostrò inoltre un vivace interesse per la tecnologia e le invenzioni meccaniche: tra le invenzioni vi sono un orologio magnetico, diversi automi e il primo megafono. L’invenzione della lanterna magica gli è spesso attribuita impropriamente, poichè condusse uno studio sui principi inerenti, nel trattato “Ars magna lucis et umbrae”.

Kircher fu una delle più famose personalità del suo tempo in campo scientifico, venendo oscurato verso la fine della sua vita dal razionalismo di Cartesio e altri. Nel tardo XX secolo, tuttavia, la qualità estetica della sua opera ha ricominciato ad essere apprezzata. Uno studioso moderno, Alan Cutler, lo ha descritto come “un gigante tra gli studiosi del XVII secolo” e “uno degli ultimi pensatori che potrebbero giustamente rivendicare come suo dominio tutta la conoscenza”.

Un altro studioso, Edward W. Schmidt, si riferisce a Kircher come all’ “ultimo uomo del Rinascimento” ma in realtà egli non fu un passatista, fu invece completamente uomo del suo tempo, immerso in quella corrente enciclopedica tipica e ben radicata del sec. XVII che si sarebbe poi trasformata e consolidata nel secolo successivo.

La figura di Kirker appassionò Umberto Eco e ad essa sono ispirati,  quanto ad inventore,  il  personaggio di Padre Caspar, il gesuita coprotagonista de “L’isola del giorno dopo” del 1994 – forse il meno letto dei romanzi del grande intellettuale  alessandrino che tanto ci manca  –  creatore di straordinari macchine che stupiscono il suo compagno di naufragio Robert de la Grive a bordo del relitto della Daphne e, quanto a mistificatore, all’Abate Dalla Piccola “doppio” del protagonista Simone Simonini (nomen omen) ne “Il Cimitero di Praga” del 2010.

Jules Verne ne fu affascinato e molte delle opere futuribili quali “Viaggio al centro della Terra” “Ventimila leghe sotto i mari” “Dalla Terra alla Luna” e “Cinque settimane in pallone” sono tributarie delle visioni tecnico scientifiche del gesuita tedesco. Come ricordato nel mio articolo sui grandi narratori grave è nel nostro Paese la sottovalutazione di certa narrativa etichettata “per ragazzi” e forse ciò è all’origine del forte deficit di creatività delle ultime generazioni a cui da adulti non è stata riproposta la rilettura di quei racconti, in altra chiave.

In sintesi, Kircher, ad avviso di chi scrive, fu uno studioso geniale in cui passato e futuro coesistevano, intrecciandosi in modo fertile e fecondo, come in pochi altri intellettuali del suo tempo.

Il testo di Umberto Eco che segue compare nel Catalogo della mostra su Athanasius Kircher intitolata “Il Museo del mondo.  Macchine, esoterismo, arte”  presentata nella  capitale venti anni fa  a cura di Eugenio Lo Sardo, organizzata dall’ Ufficio dei beni archivistici della Sovrintendenza di Roma e in cui vennero  esposti trecento oggetti della collezione di Kircher oltre a documenti che ricostruiscono la storia del geniale gesuita della cui visione “leonardesca” lo scrittore britannico Joscelyn Godwin ha pubblicato il libro  “Athnasius Kirkner e il teatro del mondo”  edito dal Poligrafico dello Stato nel 2010, contenente un eccezionale corpus di incisioni tratte dalle edizioni originarie delle opere kircheriane e che consiglio vivamente di leggere,   nonostante il prezzo di copertina non proprio popolare.

Ma ecco per i pazienti lettori dell’articolo della domenica su Lo Spessore il racconto di Umberto Eco:

“Non ricordo quando ho incontrato il nome di Athanasius Kircher per la prima volta in vita mia, ma certamente ricordo quando ho incominciato a sfogliare i suoi libri per trarne alcuni dei suoi fantasiosi iconismi.

Era verso la fine del 1959, quando incominciai a raccogliere materiale per una Storia figurata delle invenzioni che poi uscì presso Bompiani, e per la quale non avevo girato soltanto biblioteche ma anche archivi di musei della scienza, come quello (fornitissimo) del Deutsches Museum di Monaco. Perché ricordo questo fatto, che di per sé interesserebbe solo una mia inauspicabile autobiografia?

Per dire che all’ epoca Kircher era ricordato solo come anticipatore di macchine futuribili, quali la fotografia o il cinema, come un Verne ante litteram, e per il resto i suoi testi giacevano appunto nelle biblioteche, consultati da qualche surrealista in ritardo e da qualche cacciatore di testi bizzarri e desueti come Baltrusaitis. Se guardo le bibliografie dello Athanasius Kircher S.J. Master of a hundred arts di P. Conor Reilly (Wiesbaden, Edizioni del Mondo, 1974) e di Valerio Rivosecchi (Esotismo in Roma barocca, Roma, Bulzoni, 1982) trovo una lista di titoli, per la maggior parte articoli, che è inferiore a quella delle opere kircheriane.

Da noi direi che il primo interesse seriamente manifestato su Kircher, che pure a Roma aveva lavorato e vissuto, sono gli atti del convegno su Kircher del 1985 (Enciclopedismo in Roma barocca, Venezia, Marsilio, 1986) dove non a caso appaiono tra i prefatori dei kircheriani “antemarcia” come Eugenio Battisti e Giulio Macchi. Come elemento di curiosità, quando all’ inizio degli anni Ottanta ho iniziato a collezionare tutte le opere del fuldense, si poteva avere un Kircher per qualcosa come ottocentomila lire.

Oggi, senza parlare dell’“Oedipus” completo, della “China”, del “Mundus Subterraneus” o della “Musurgia”, che stanno marciando verso il tetto dei venti milioni (di lire ndr) ciascuno, anche le cose minori, senza illustrazioni, costano alcuni milioni (su poco più di due milioni mi pare circolare in qualche catalogo l’“Archetypon Politicum” modestissimo dal punto di vista della bibliofilia). Cito questi dati per dire che, al di là dell’attenzione dei dotti, negli ultimi venti anni si è scatenata su Kircher l’attenzione di amatori e bibliofili. Le ragioni non sarebbero strane, i libri di Kircher sono splendidamente illustrati, ma i vecchi cataloghi dell’Ottocento li davano come poco richiesti, e quindi anche il concetto di illustrazione apprezzabile varia nel corso degli anni.

Il fascino di Kircher è dovuto anche alla difficoltà di classificarlo. Si può mettere insieme una lista di affermazioni sbagliate che Kircher ha fatto nel corso della sua vita e libro per libro, e ridurre il povero gesuita a un autodidatta privo di senso critico che non ne ha mai imbroccata una giusta. In questo senso Kircher apparterrebbe a quella categoria detta in francese “le fous littéraires”, che comprende anche i folli scientifici, su cui esistono cataloghi e biblioteche specializzate.

Triste vicenda per un uomo che, potentissimo nel suo Ordine, e stimatissimo dai contemporanei, comprese persone come Leibniz, si vedrebbe relegato a item di quegli stessi musei di teratologie naturali di cui egli stesso era stato iniziatore, portento buono solo per una Wunderkammer.

Si potrebbe invece elencare, di Kircher, le cose che ha azzeccato. In fondo aveva capito che e come si doveva usare il microscopio, e che le pestilenze erano dovute a microrganismi: aveva avuto timore di essere galileiano ma aveva tentato quella soluzione terzaforzista proposta da Thycho Brahe che, per l’epoca, non era affatto disprezzabile – falsa ma ingegnosa. Aveva capito che gli ideogrammi cinesi hanno origini iconiche (pare strano, ma personaggi illustri come Bacone o Wilkins non lo avevano sospettato), aveva intuito il futuro di una sorta di antropologia culturale fatta andando per continenti remoti e ignoti e raccogliendo ogni tipo di documento (Kircher è stato un bell’ esempio di esploratore infaticabile che, senza muoversi da casa, faceva lavorare i propri confratelli).

Per non dire delle osservazioni sui vulcani, dove tra l’altro era andato anche di persona, delle sue sensatissime critiche all’ alchimia e alla mistica rosacrociana, e del fatto (che rimane indiscusso) che sbagliando tutto sui geroglifici è divenuto a giusto titolo il padre dell’egittologia. Ma in entrambi i casi il libro mastro kircheriano, vorrei dire la sua Tariffa, rimarrebbe in pari: tante ne ha indovinate, tante ne ha sbagliate, e i maligni potrebbero dire che, essendosi occupato proprio di tutto, e per decine di migliaia di pagine, statisticamente non poteva che accadergli così, di imbroccarne un poco sì e un poco no, come se giocasse d’ azzardo.

Si noti che non sto accreditandogli le cose per cui va più famoso, come le invenzioni ottiche (se non il cinema almeno la lanterna magica) e l’anticipazione della combinatoria computeristica. Non lo faccio, perché sull’ argomento, egli era un epigono. Della Porta aveva parlato di camera oscura prima di lui, e sui prodigi della combinatoria lo aveva preceduto Raimundo Lullo.

Un problema rimane quindi aperto: perché Kircher ci affascina? Io direi che ci affascina per la stessa ragione per cui tante ne ha sbagliate. Per la sua voracità, per la sua bulimia scientifica, per l’ansia enciclopedica, e per il fatto di aver servito la propria passione mentre si trovava, e non per colpa sua, a metà strada tra due epoche dell’enciclopedia. La prima: quella greco-romana (si pensi a Plinio) e medievale, per cui l’enciclopedista raccoglieva tutto quello che aveva sentito dire, senza preoccuparsi di verificarlo; la seconda, quella dell’Encyclopédie illuministica, in cui l’enciclopedista presiedeva al lavoro di una moltitudine di esperti e ciascuno parlava solo di ciò che conosceva per esperienza diretta.

Kircher parla di tutto, anche per sentito dire, ma di tutto vuole dare la prova, l’immagine, il diagramma, la legge di funzionamento, le cause e gli effetti. Arrivato in ritardo, o in anticipo, Kircher parla in tono scientifico di cose su cui s’ inganna, e non rinuncia a parlare su tutto. In fondo non è un caso se Kircher era stato amato da alcuni surrealisti. Surrealistico è il suo modo di affrontare lo scibile.

Egli è un cacciatore di meraviglioso, e in questo è genuinamente barocco. In fondo la sua poetica, e la giustificazione per tanti suoi errori la si può trovare in quella dedica che faceva all’ imperatore Ferdinando III all’ inizio del terzo libro dell’Oedipus, dove le configurazioni geroglifiche diventano una sorta di dispositivo allucinatorio. Svolgo davanti agli occhi tuoi, o Sacratissimo Cesare il polimorfo regno del Morfeo Geroglifico: dico un teatro disposto in immensa varietà di mostri, e non nudi mostri di natura, ma così adornato delle Chimere enigmatiche di un’antichissima sapienza che qui confido gli ingegni sagaci possano rintracciare smisurati tesori di scienza, non senza vantaggio per le lettere.

Qui il Cane di Bubasti, il Leone Saitico, il Capro Mendesio, il Coccodrillo spaventevole per l’orrendo spalancarsi delle fauci scoprono gli occulti significati della divinità, della natura, dello spirito della Sapienza Antica, sotto l’umbratile gioco delle immagini. Qui i sitibondi Dipsodi, gli Aspidi virulenti, gli astuti leneumoni, i crudeli Ippopotami, i mostruosi Dragoni, il rospo dal ventre rigonfio, la lumaca dalla contorta conchiglia, il bruco irsuto e innumerevoli spettri mostrano la mirabile catena ordinata che si dispiega nei sacrari della natura. Si presentano qui mille esotiche specie di cose in altre ed altre immagini trasformate dalla metamorfosi, convertite in figure umane e di nuovo restaurate in se stesse in mutuo intreccio, la ferinità con l’ umanità, e questa con l’ artificiosa divinità: e infine la divinità che, per dirla con Porfirio, scorre per l’ intero universo, ordisce con tutti gli enti un mostruoso connubio: dove ora, sublime per il volto variegato, levando la cervice canina, si palesano il Cinocefalo, e il turpe Ibis, e lo Sparviero avvolto da maschera rostrata… e dove ancora allettando con virgineo aspetto, sotto l’ involucro dello Scarabeo, si cela l’ aculeo dello Scorpione… in questo pantomorfo teatro di Natura contempliamo, dispiegato davanti al nostro sguardo.

Se questa è la poetica di Kircher comprendiamo perché ciò che ci affascina di più, nella sua opera, è proprio quello a cui non ha posto mano direttamente – ma ha certamente posto mente: gli iconismi. Quest’ uomo ha saputo mobilitare l’immaginazione dei suoi collaboratori spingendoli a inventare, insieme a lui, il più straordinario dei teatri barocchi. Quanto di Kircher ci sia dietro a questa impresa ci dice il fatto che, da libro a libro, sembra quasi che sempre la stessa mano abbia disegnato quelle immagini.

Negli iconismi di Kircher la pretesa dell’esattezza scientifica produce il più dissennato delirio della fantasia, così che diventa veramente impossibile, più che nell’ opera scritta, discernere il vero dal falso. In fondo quello che dobbiamo a Kircher è l’idea che sulla scienza e sulla tecnica si possa sognare. Cosa che ciascuno scienziato sa, salvo che oltre un certo limite si trattiene, e cosa che sa ciascun autore di fantascienza, salvo che si pone per progetto di andare al di là del limite.

Anche qui Kircher viaggia a metà strada, tra la preoccupazione di esattezza dello scienziato (oltre la quale cerca però sempre di andare) e la fantasia del narratore di fantascienza (che però cerca sempre di limitare con il richiamo alla possibilità di un qualche esperimento). Forse Kircher è stato felicissimo in vita – in fondo ha sempre fatto cose che gli piacevano, e l’Ordine pagava per lui -ma la sua opera tradisce una insoddisfazione, una infelicità latente, come se egli soffrisse del fatto che la scienza non è abbastanza fantastica e la fantasia non è abbastanza scientifica. Forse noi rileggiamo (e soprattutto ri-guardiamo) Athanasius Kircher proprio per questa tensione mai ricomposta, e lo sentiamo come il più contemporaneo dei nostri antenati e il più inattuale dei nostri contemporanei.”

Ho conosciuto tanti Padri Gesuiti durante la mia vita e di molti ho apprezzato la fede “adulta” il coraggio quasi “militare” – come nello spirito originario della Compagnia – e lo spirito di carità ma anche l’acume, l’ingegno, la prudenza e, talvolta, la feconda imprudenza. Tuttavia, in uno soltanto tra essi ho colto quella genialità, vicina alla figura di Athanasius Kircher, che fa di un intellettuale un grande visionario e come tale destinato ad essere riconosciuto anni, se non secoli, dopo.

Ma quella, anche dopo alcune sommarie, inesatte e ingenerose pubblicazioni recenti, è un’altra storia che presto racconterò. Buona domenica!

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