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Risentimento e rancore, i grandi mali che impediscono alla Sicilia di crescere

di Luigi Sanlorenzo
Pessimismo e ottimismo [Giacomo Balla – 1923]

In più occasioni sulle pagine di questo periodico, ho analizzato, spesso impietosamente, le cause del mancato sviluppo della Sicilia, rintracciandole in ragioni storiche, culturali, infrastrutturali e, più recentemente, nell’infimo livello contenutistico dell’attuale classe politica.

Poiché ogni analisi razionale della realtà ha lo scopo, in ogni caso, di leggere il contesto per individuare possibili direzioni del cambiamento e del miglioramento, trovo ora opportuno sviluppare alcune riflessioni di carattere propositivo che, superando la cultura del pessimismo, possano delineare una praticabile via di uscita dalla situazione attuale.

Non vi è dubbio che la Sicilia possieda risorse cospicue proprio nei campi che la post modernità ha individuato con massima evidenza. Una sommaria enumerazione di detto patrimonio vede al primo posto un ambiente naturale relativamente ancora abbastanza sano e vitale sulle coste come nelle aree interne, una vastissima superficie disponibile per un’agricoltura di qualità, un clima di particolare favore per almeno 8/9 mesi l’anno, un patrimonio culturale tra i più estesi e meno valorizzati del mondo, una posizione geo-politica di grande interesse, sovente declamata, ma quasi mai tradotta in strategie conducenti. Infine, ma non certo alla fine, in controtendenza con il resto del Paese, la Sicilia dispone di un immenso patrimonio di giovani – elemento valutato in ogni Paese del mondo come una risorsa straordinaria per il futuro – in larghissima parte altamente scolarizzati e specializzati ad elevato livello in misura superiore alla media nazionale che, com’è noto, si presenta al di sotto di quella dell’Unione Europea.

Non va dimenticata infine la presenza di quattro Università, di cui tre di antica tradizione,  abbastanza in grado di rispondere ai bisogni di conoscenza, intesa quale risorsa strategica, anche se, in molti casi,  notevolmente distanti dalle reali necessità del mondo del lavoro (in nome di una malintesa autonomia del sapere) e, generalmente ancora orientate a fornire titoli con valore legale che un tempo davano sbocco nel Pubblico Impiego, mediante il meccanismo dei concorsi. Ciò assicurava ai vincitori retribuzioni già commisurate ai ruoli che avrebbero ricoperto e, più in generale, destinate ad incrementarsi nel tempo attraverso meccanismi automatici fissati in contratti collettivi nazionali. Un mondo che, nel volgere di soli due decenni, appare oggi lontano quanto l’Impero Romano o il Medio Evo.

Questi elementi, uniti ad altri di valenza più culturale che provengono dalle migliori  caratteristiche antropologiche dei siciliani, specialmente riscontrabili nelle nuove generazioni, quali la facilità di intrattenere rapporti umani, l’assenza di ogni forma di discriminazione rispetto alle diversità, la propensione all’adattamento e l’indubbio elevato livello dell’intelligenza media, possono rappresentare un patrimonio ricchissimo, non sempre e non nella stessa misura presente in altre parti, non solo dell’Europa ma del mondo.

Ogni genere di patrimonio, però, è per propria natura statico. Esso si trasforma in ricchezza solo in dipendenza delle scelte gestionali che lo interessano. Un patrimonio può essere sprecato e alla fine implodere e disperdersi quando non è supportato da una logica di nuovi investimenti oppure può espandersi e crescere, se impiegato in una direzione coerente con i grandi flussi di cambiamento ormai a conoscenza di tutti e non più solo di pochi isolati studiosi che, invano, per anni hanno chiaramente definito quale sarebbe stato lo scenario economico/sociale/ambientale alla fine del XX secolo.

Il tema della sfida del cambiamento si sposta così dalla ricerca delle risorse esogene all’impiego di quelle endogene e tale paradigma richiede tre condizioni: una visione dello sviluppo verso cui tendere ed impegnarsi, una guida “politica”, intesa come scienza della scelta migliore, tra le tante possibili e il superamento dei sentimenti frustranti di risentimento e rancore.

La vera carenza siciliana risiede proprio nell’assenza di una spinta vitale in tale direzione.

Individuare un modello di sviluppo vuol dire per una comunità come per una persona, comprendere le vocazioni che l’una o l’altra possiedono e non già pretendere di conformare entrambe a schemi preconfezionati, magari altrove, che si presentano come estranei o innaturali e conseguentemente votati al fallimento nel medio termine.

La Pianura Padana, per esempio, ha conosciuto uno sviluppo eccezionale perché connesso e determinato da caratteristiche ambientali favorevoli alla crescita industriale: ampi spazi, disponibilità di acqua e quindi di energia elettrica, facilità dei collegamenti, vicinanza ai confini nazionali e quindi ai mercati esteri verso cui esportare.

La Cina o l’India, stanno basando, consapevolmente anche se con modalità diverse,  il proprio sviluppo sull’enorme disponibilità di giovani, sull’elevata scolarizzazione degli stessi e sul superamento delle barriere spazio temporali, che avevano isolato quelle zone del mondo per secoli, attraverso la totale conversione di ogni aspetto socio economico dalla manualità alla virtualità, come già alla fine degli anni ‘80 Nicholas Negroponte (MIT, Boston) aveva previsto nel fortunatissimo libro Essere digitali, edito da Sperling & Kupfer, Milano, 1995.

Il Brasile come l’Australia, Paesi che per secoli si sono attestati sulle zone costiere, stanno utilizzando le tecnologie per mettere a frutto le immense distese dell’interno, rendendole irrigue, produttive ed interessanti come vere e proprie nuove frontiere verso cui canalizzare sia i propri connazionali che le enormi quantità di migranti che annualmente vi si riversano.

Si tratta, come è sempre stato nei casi di successo, di processi immaginati – prima – e poi perseguiti con costanza, coerenza e impegno collettivo che, com’è noto, risulta esponenzialmente maggiore quando è assistito da una visione convocante, stimolante e condivisa.

Tornando alla Sicilia, si possono dunque delineare i contorni di un modello di sviluppo, fondato sui propri specifici landmarks che faccia da volano alle singole iniziative fin qui disperse in mille rivoli improduttivi ed incoerenti che lasciano perplessi i nostri partners nell’Unione Europea di eri e di oggi.

Appare utile rispondere ad alcune domande che orientino il ragionamento: che cosa il resto del mondo desidera e si aspetta dalla Sicilia? Come questo pezzo di mondo si colloca nell’immaginario collettivo internazionale? Qual è la specificità che si traduce in un vantaggio competitivo? Quali risorse siciliane non potranno mai essere delocalizzate o esternalizzate?  E’ a partire dalle risposte a queste domande che si delinea un primo profilo di un modello di sviluppo, poiché restringendo il campo dei mille possibili modelli a un novero più limitato, emerge con chiarezza ciò che non vorremo/non potremo/non dovremo essere in futuro.

Ciò non vuol dire costringere le singole individualità a rientrare in visione obbligata, quanto, piuttosto trovare la declinazione – presente in ogni iniziativa pubblica o privata – che vada nella direzione scelta come modello generale con la conseguente priorità e facilitazione degli investimenti pubblici e comunitari. Significa però stabilire priorità di interventi strutturali, percorsi formativi, politiche di personale, sviluppi di carriera, lasciando impregiudicata la libertà di singoli o di imprese di perseguire diverse opzioni in altre parti del mondo se, assolutamente, non compatibili o addirittura contrastanti con il modello territoriale scelto e condiviso.

Può una regione del pianeta, estremamente tipizzata dalle proprie caratteristiche naturali (insularità, clima, orografia, risorse energetiche, ecc) e dai propri “marcatori” culturali, quali inclinazioni, intelligenze, saperi, emergenze artistiche, strutture dei processi cognitivi e comportamentali, vivere e svilupparsi, senza bisogno di trasformarsi in ciò che non le è congeniale?

Può a motivo di tutto ciò che ha ed è, essere soggetto attivo che “scambia” con il resto del mondo su un piano di pari dignità, valore e ritorno economico?

Le risposte sono sicuramente affermative perché abbiamo davanti le conseguenze del contrario e sarebbe un suicidio collettivo non tenerne conto.

Si tratta allora di costruire e di procedere verso una corale presa di coscienza ad ogni livello sociale che si traduca in scelte politiche e gestionali, debitamente intransigenti e capaci di resistere ai mille appetiti, non sempre illeciti o criminogeni, che antepongono l’interesse singolo a quello collettivo.

Nel momento in cui spostiamo l’accento sul tema delle scelte, diventa cruciale l’analisi delle competenze necessarie ad operare svolte macro economiche che inevitabilmente diventano politiche e si traducono in provvedimenti, atti legislativi e regolamentazioni rigorose. Infine, Jeremy Rifkin, teorico di un’ecologia intelligente e autore di fama mondiale de La terza rivoluzione industriale, Mondadori 2011.

“La Terza Rivoluzione Industriale è power to the people, è la democratizzazione dell’energia, così che ogni famiglia siciliana, ogni piccola impresa siciliana, ogni consumatore, possa trasformarsi in piccolo imprenditore dell’energia, condividere l’energia in modo collaborativo nell’isola, e nel resto del Paese. La mia speranza è che questo nuovo movimento animato da CGIL, le piccole e medie imprese, le cooperative, Confindustria e le associazioni dei consumatori, manderà un messaggio in Sicilia e in Italia, che la politica tradizionale è superata, e che bisogna creare un movimento economico che coinvolga milioni di italiani e li proietti nel 21simo secolo così che l’Italia possa diventare, con le sue risorse naturali e umane, il faro di uno sviluppo sostenibile per i nostri figli, nipoti e le generazioni a venire.” Parole non da poco, visto che Rifkin aveva battezzato il Piano energetico e ambientale regionale siciliano, presentato con pompa e propaganda da Raffaele Lombardo (sic !)  per poi lamentarsi di non vederlo minimamente applicato nell’ Isola del Sole.

E’ illusorio pensare di poter in pochi mesi o in qualche anno disporre di un’intera classe politica, o più in generale, dirigente, che risponda in modo sovrapponibile a quanto richiesto. Si può solo – vista l’urgenza di invertire la rotta – puntare su alcune specifiche personalità, trasferitesi in questi anni altrove nei settori della politica, dell’economia, dei saperi, della finanza, garantendo loro condizioni di agibilità e margini di manovra non ipotecati da interessi di parte, di partito, di asfittiche conventicole, di ridicole mafie ed antimafie locali.

Sarà necessario assicurare a tali personalità di alto profilo che troveranno professionalità, logiche, risorse, non più soffocate dal maleficio che presume irrealizzabile ogni cambiamento in Sicilia poiché impossibile ed illusorio. Occorrerà necessariamente pretendere che personalità politiche di lungo corso abbiano il buon gusto di ritirarsi dalla scena politica o dalle responsabilità più rilevanti, all’esercizio improvvido della quali va imputata, senza esimenti, l’attuale situazione e la mancata crescita di una nuova generazione di protagonisti -e non di professionisti- della Politica.

A neutralizzare tali veri e propri ostacoli sulla via dello sviluppo dovrà proprio essere quella maggioranza di siciliani, non certo immune da colpe passate e presenti, che, resa consapevole da nuove leadership efficaci, riconosca che un mondo non esiste più e uno nuovo ci sarà solo se sapremo costruirlo da cittadini consapevoli e non più da postulanti delle briciole del potere.

Un vero e proprio ricambio che non cada nelle ormai logore ed equivoche richieste di “rottamazione” o di “rivalsa generazionale” o di un populismo eversivo e incolto come quello grillino. E’ fin troppo evidente come tali categorie di pensiero non siano assolutamente sufficienti a produrre un nuovo modo di sviluppare una governance rigorosa, generativa e generosa e intorno alla quale costruire nuove individualità, formatesi in un clima profondamente mutato e attrezzate in quanto a valori e a strumenti, per proseguire nei decenni a venire nella direzione del cambiamento.

Ma, soprattutto, ci si lasci alle spalle ogni atteggiamento di rancore e di risentimento verso il discutibile processo della costruzione dell’Unità d’Italia, consegnandolo agli storici. Tali sentimenti, ad avviso di chi scrive, non portano lontano e costituisco molteplici alibi che scaricano su altri tempi e altri mondi indubbie responsabilità ma non assolvono i siciliani dalle scelte del recente passato e del presente. Esse inoltre rendono patetica, equivoca e conflittuale la cosiddetta identità siciliana, un valore su cui troppo spesso si è costruita separatezza e sospetto nei confronti di tutto ciò che giunge da lontano e alimentano il sorgere di un’opinione perniciosa presso i meno attrezzati culturalmente, mentre spingono i giovani siciliani a fuggire altrove.

Beppe Severgnini, attento cronista del costume degli italiani e del loro rapporto con altre culture, recensendo il libro della giornalista e divulgatrice scientifica Eliana Liotta Prove di felicità – 25 idee riconosciute dalla scienza per vivere con gioia pubblicato nel maggio del 2019  da La nave di Teseo,  così ha scritto sul Corriere della Sera del 9 novembre scorso: “Eliana, senza volerlo, ha descritto la ricetta della nuova politica. Accarezzare la frustrazione degli elettori, convincerli di aver subito molti torti, e offrirsi di ripararli – senza entrare nei dettagli. Il gioco riesce meglio all’opposizione; ma c’è chi continua anche dopo essere arrivato al governo. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ad esempio, il primo con più successo, bisogna dire.”

Ancora più profonde le riflessioni di Leonardo Sciascia: “Mi sono trovato, nei primi quindici anni di vita, a vivere dentro un pirandellismo di natura. Gli ho dato nome e me ne sono fatta un’ossessione quando, dopo aver visto Il fu Mattia Pascal di Marcel L’Herbier, ho cominciato a leggere Pirandello. Gli altri; il giudizio degli altri; il problema dell’identità; l’uno, nessuno e centomila, insomma, furono la mia ossessione quotidiana, nell’adolescenza. Era uno stato che rasentava la schizofrenia. A un certo punto – grazie agli illuministi, ecco – mi sono liberato di Pirandello, sono arrivato a detestarlo. Poi ci sono tornato: serenamente, con grande amore. Con questo mio stretto conterraneo ho avuto, si può dire, un rapporto molto somigliante a quello del figlio col padre. Anche il fascismo di Pirandello lo vedo oggi come un errore del padre, che il padre (e anche mio padre che lo è stato per quieto vivere) non poteva non fare” (Conversazione in una stanza chiusa, Frassinelli, 1983)

“C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno.”  (La Sicilia come metafora, Mondadori 1989).

Riusciranno i tempi incerti e perigliosi che viviamo a farci uscire dallo “splendido” isolamento in cui finora abbiamo aspirato a vivere, per andare in cerca del destino che la Sicilia inascoltata ci mette ogni giorno davanti? Voglio tanto sperarlo,  con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà che ho imparato da Antonio Gramsci e che dovrebbero essere proposti ad ogni bambino e bambina siciliani sin dall’infanzia, prima che la profezia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa si avveri definitivamente …a vent’anni è già tardi: la crosta è fatta: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori.”

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