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La pallavolista Lugli e il diritto di maternità

di C. Alessandro Mauceri
[Foto di Filippo Rubin dal sito volleyball.it]

Viviamo in un mondo pieno di controsensi, di “non sensi”. Al punto che, a volte, è difficile comprendere certi eventi. Come quello della pallavolista Lara Lugli, licenziata in tronco e citata per danni dalla società sportiva per la quale giocava per aver preferito la gravidanza alle partite.

La vicenda ha del paradossale. La Lugli sarebbe stata “licenziata senza aver neppure ricevuto l’ultima mensilità maturata” e sarebbe stata invitata a comparire in tribunale dall’associazione sportiva per la quale giocava da professionista che l’ha citata sostenendo che la giocatrice era rimasta in cinta a stagione inoltrata e ciò avrebbe danneggiato il club. Ora saranno gli avvocati a capire chi ha ragione dal punto di vista legale (pare che il contratto riportasse delle clausole in materia). Ma dal punto di vista umano non c’è bisogno di ascoltare i giudici: fino a che punto può valere una clausola come questa?

In difesa della pallavolista sono scese in campo diverse associazioni. “Noi European Women For Human Right – si legge in una lettera rivolta al premier Draghi, alla sottosegretaria allo Sport Valentina Vezzali e ai ministri di Giustizia e di Pari Opportunità e Famiglia – riteniamo incostituzionale una clausola che indica lo stato di gravidanza o la maternità quale giusta causa di risoluzione di un contratto, anche di tipo sportivo”. “Vogliamo commentare con le parole di Aldo Moro – si legge nella lettera inviata a Draghi – ‘Non si tratta soltanto di riconoscere i diritti naturali alla famiglia, ma di riconoscere la famiglia come società naturale, la quale abbia le sue leggi ed i suoi diritti di fronte ai quali lo Stato, nella sua attività legislativa, si deve inchinare”.

Non è raro venire a sapere di lavoratrici costrette a firmare lettere di dimissioni in bianco da parte di datori di lavoro nel caso in cui dovessero restare incinta. Si tratta di uno stravolgimento radicale delle priorità naturali per preferire il dio denaro. Per la società sportiva il campionato vale più della vita di un nascituro e della futura madre. Una donna che è prima di tutto un essere umano. E solo dopo una giocatrice, seppure professionista.

Lo stesso vale per le donne che lavorano. Qui, però, invece di contrastare questa pratica a dir poco barbara e arretrata, si è preferito normarla: con l’articolo 26 del DLgs. 151/2015 si è cercato di rivedere le modalità per la cessazione del rapporto di lavoro derivante da dimissioni volontarie o risoluzione consensuale e alla lavoratrice in gravidanza che “intendesse dimettersi” dal lavoro basterebbe seguire una doppia procedura: recarsi presso l’ITL per manifestare il suo reale interesse a interrompere il rapporto di lavoro e successivamente presentare le dimissioni. Una pratica divenuta legge da diversi anni ma della quale nessuno ha parlato.

Di questo problema si parla solo ora che ad essere vittima di queste pressioni è una giocatrice professionista. Quella che alcuni hanno definito “una piccola storia triste”, ma che non lo è affatto. Anzi. Alle spalle ci sono le priorità stesse che sono alla base “dell’essere umano”, oggi maledettamente stravolte dalla brama di fare soldi a tutti i costi. Alle spalle c’è la rinuncia al diritto alla vita che, sempre più spesso messo in secondo piano di frante alla volontà di un’azienda o di un governo di raggiungere i propri obiettivi annuali o di vincere un campionato. Alle spalle c’è la totale rinuncia a tutti quei principi considerati ormai raggiunti da decenni e inalienabili eppure, sempre più spesso, violati. 

Ma non basta. In questo caso, a pochi giorni dalla celebrazione, il 15 Maggio, della Giornata Internazionale per le Famiglie, è il concetto stesso di “famiglia” ad essere messo in discussione. Ma di tutto questo non sembra interessare a nessuno (nemmeno a quelli che poi si lagnano del fatto che la popolazione dei paesi sviluppati è in calo). Basta che si possa guardare la partita di pallavolo in televisione.

 

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