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Anni di piombo. Una riconciliazione ancora lontana

di Luigi Sanlorenzo
[Milano, 14 Maggio 1977. Durante una manifestazione contro la repressione operaria, il fotografo Paolo Pedrizzetti immortala il militante Giuseppe Mimeo mentre spara a braccia unite e gambe piegate in direzione della polizia. Questo scatto diverrà l’icona assoluta degli “anni di piombo” in Italia]

Il recente accordo tra Italia e Francia per ricondurre la Dottrina Mitterrand al suo impianto originario ha riaperto il dibattito sugli “anni di piombo” che già in parte  aveva animato per qualche giorno l’opinione pubblica italiana,  dopo la cattura e l’espulsione  dalla Bolivia nel gennaio 2019 del terrorista Cesare Battisti, condannato all’ergastolo in contumacia, evaso nel 1981 e latitante da allora grazie alla protezione garantitagli dalla Francia prima e successivamente dal Brasile di Lula,  che si è scusato pubblicamente in questi giorni,  in quanto “rifugiato politico”.

L’individuazione e la libertà vigilata in Francia di sette altri esponenti del terrorismo italiano, ormai settantenni, ha riaperto la questione del terrorismo, ponendo l’interrogativo se il Paese abbia fatto i conti fino in fondo con una stagione durata circa un trentennio.

Complessivamente nel periodo 1969-2003, per atti di terrorismo interno sono stati 360 morti di cui 156 per stragi (Piazza Fontana 1969, Italicus e Piazza della loggia Brescia 1974, Strage di Bologna nel 1980, 26 caduti del Rapido 904 nel 1984) e oltre 200 per attentati individuali e plurimi, migliaia i feriti resi invalidi, innumerevoli gli attentati violenti dimostrativi.

Nel triste consuntivo gli episodi mortali per attentati individuali sono stati più numerosi rispetto alle stragi. Si è trattato di attentati mirati -che richiedevano numerosi complici, grande preparazione organizzativa e appoggi logistici- eseguiti in gran parte dalle frange eversive della sinistra rivoluzionaria, le cui principali organizzazioni furono le Brigate Rosse e Prima Linea.

Un triste bilancio i cui numeri sono abbastanza raffrontabili con  i caduti per mano mafiosa nel medesimo periodo – tra i quali proprio oggi ricordiamo il ventinovesimo anniversario  del sacrificio di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo – ma rispetto al quale molto diversa è stata la narrazione pubblica e l’azione educativa nei confronti di due generazioni di giovani per i quali la stagione del terrorismo  appare lontana come, anche in quel caso sbagliando,  il Risorgimento fu percepito dalla generazione dei loro padri al pari di un evento non più connesso con il proprio presente.

Tuttavia,  mentre il processo di unificazione nazionale forma oggetto dei programmi scolastici dell’ultimo anno della scuola superore e l’educazione alla legalità ha trovato,  dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio,  momenti educativi strutturati e una costante presenza nelle scuole di testimoni, di parenti di vittime, di esponenti delle Forze dell’Ordine, di magistrati, poco o nulla è stato trasmesso ai giovani in merito agli eventi di quegli anni drammatici, non meno eversivi, almeno nei disegni delle diverse formazioni che ne furono protagoniste; anni ed eventi che  rappresentarono una forte minaccia alla tenuta democratica del Paese sia per le azioni poste in essere,   che per le reazioni che ne sarebbero potute nascere con grave pregiudizio per l’esercizio di alcuni diritti costituzionali.

Il fenomeno noto come “strategia della tensione” vide con ruoli di primo piano anche entità straniere volte a sostenere, con obiettivi opposti, le parti in lotta, sovente inconsapevoli di star facendo l’una il gioco dell’altra. Da un lato, il terrorismo d’ispirazione comunista, costola dell’estremismo politico che a fatica se ne dissociò, aveva lo scopo dichiarato di colpire l’assetto capitalistico e borghese della società italiana e il riformismo delle forze progressiste ritenute ree di aver abbandonato ogni disegno rivoluzionario e di perseguire quello che sarebbe stato definito come “compromesso storico” rinviandolo di oltre un quarto di secolo,   fino alla nascita dell’Ulivo di Prodi e del Partito Democratico di Veltroni.

Dall’altro, le forze conservatrici del Paese che negli anni ‘60 si erano perfino spinte a tentare un colpo di stato sull’esempio della Grecia dei colonnelli,  evidenziando quanto ancora pesasse la mancata epurazione dopo il fascismo di esponenti anche di rilievo, accolti nelle file del Movimento Sociale Italiano, nel Partito Monarchico e nella Democrazia Cristiana all’interno della quale la componente di sinistra “dossettiana” prima e “morotea”  dopo,  non ebbe a lungo alcun peso politico, anche a motivo della diffidenza che la gerarchia ecclesiastica nutriva nei confronti dell’accelerazione dei processi di modernizzazione della società italiana in tema di famiglia, controllo delle nascite, istruzione e diritti civili.

Un aspro dibattito che dopo Pio XII e Giovanni XXIII ancora oggi ha il volto sofferto di Paolo VI chiamato a far transitare la Chiesa dalle avanzate risoluzioni del Concilio Vaticano II all’effettiva ricaduta delle medesime nella pastorale quotidiana di vescovi e presbiteri, mentre soffiavano sulla società italiana i venti della contestazione generale che avrebbero cambiato volto e destino del Paese.

La stagione del boom economico si stava rapidamente  esaurendo insieme ai fondi del Piano Marshall,  senza che per questo diminuisse la dipendenza delle forze di governo dagli Stati Uniti e di quelle antagoniste dall’Unione Sovietica ancora in posizione di totale egemonia nell’est europeo e sullo scenario mondiale ancora caratterizzato dalla Guerra Fredda e dai conflitti giocati dalle due grandi potenze antagoniste sul palcoscenico di  teatri bellici lontani e sconosciuti ai più quali il Vietnam e la Cambogia su cui si affacciava la Cina maoista della rivoluzione culturale e del “grande balzo in avanti” candidandosi  quale terzo e presto importate attore della scena internazionale.

In Italia il Piano aveva avuto un ruolo importante nella sussistenza alimentare, nella trasformazione da paese rurale e in larga parte analfabeta a società urbana e industrializzata e nell’introduzione di beni e stili di consumo finora assenti nelle famiglie italiane,   ma non aveva risolto in alcun modo le contraddizioni tra nord e sud del paese, la contrapposizione sociale, la modernizzazione delle infrastrutture, spesso occasioni imperdibili per intenti corruttivi e infiltrazioni da parte della mafia che frattanto iniziava a mettere radici in Veneto e in Lombardia dove anziani patriarchi siciliani e calabresi erano stati confinanti, confidando ingenuamente  nell’impermeabilità di quei territori alla capacità della criminalità organizzata di infiltrarsi e di fare nuovi adepti. Soltanto dalla fine degli anni ’80 ciò sarebbe apparso con ogni plateale drammaticità.

Insomma,  la miscela esplosiva costituita dal timore di un nuovo impoverimento economico, dalle tensioni sociali e dagli accadimenti internazionali divenne presto il brodo di coltura in cui il terrorismo trovò vigore e diffusione, in forme e colori diversi, con tanto di teorici con cattedra in alcune università – “i cattivi maestri” di cui tanto si è scritto – di intellettuali pronti a fornire ambigue definizioni del fenomeno e tiepide reazioni nei confronti dei “compagni che sbagliavano” e di aperti fiancheggiatori,  non sempre animati da ragioni ideologiche ma talvolta mossi da intenti criminali e di controllo del territorio come nel caso dei rapporti tra la banda della Magliana  e il terrorismo “nero” ma anche settori dei sindacati di fabbrica che non esitarono ad isolare operai come Guido Rossa che non aveva esitato a denunciare il compagno di lavoro Francesco Berardi impegnato a far crescere una cellula brigatista nello stabilimento genovese di Italsider, esponendolo alla vendetta dei brigatisti che lo uccisero il 24 gennaio del 1979.

Indimenticabile al riguardo l’episodio che vide protagonista Sandro Pertini. Entrato in un grande garage pieno di gente, saltò letteralmente sulla pedana e con voce ferma disse: “Non vi parla il Presidente della Repubblica, vi parla il compagno Pertini. Io le Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto con me contro i fascisti, non contro i democratici. Vergogna!”.

Eppure, meno di un anno fa Toni Negri intervistato da Press Dinamo a proposito del libro “Venti tesi sul comunismo” scritto più di trent’anni ma ancora inedito in Italia e ora pubblicato da Manifesto Libri in un volume curato da Paolo Do, ha dichiarato:

“La storia del movimento dal principio del secolo XXI ad oggi non è stata altro che un continuo sollevarsi di marosi in tempesta contro le istituzioni della rappresentanza. Certo, non abbiamo ancora sperimentato un definitivo tsunami distruttivo di quel fondamento archeologico del politico – ma la continuità degli attacchi fa ben sperare. In questo contesto infatti il tema della democrazia diretta, ovvero dell’“estinzione dello Stato” attraverso l’azione di un movimento non-sovrano, è di grande attualità. Parlare di democrazia diretta significa, anzitutto, iniziare a ragionare del potere senza la necessità di ricorrere alle categorie politiche della modernità. Nella modernità “democrazia diretta” è non-senso. La democrazia è una forma del governo – della statualità – il potere è trascendente: fra Hobbes e Rousseau su questo terreno non c’è differenza. Per noi, invece, democrazia diretta significa esigere potere, riafferrarlo, riappropriarsene. Non è possibile la democrazia né la vita civile in società né una comune convivenza produttiva (sono tutti termini interscambiabili) se non fondiamo il potere su noi stessi, se non lo strappiamo a un “loro”, se non distruggiamo l’autonomia sovrana, l’indipendenza del suo concetto, quelle presunte e quella reale.”

L’intervista, complessa e inevitabilmente destinata ad un pubblico attrezzato è interamente consultabile e dà l’idea di come alcuni temi siano ancora considerati praticabili e raccolti in modo disordinato e caotico anche da nuovi soggetti politici che a quelle teorie di democrazia diretta si sono ispirate, prima di ripiegare, almeno per il momento, verso posizioni più costituzionali.

Così Gianroberto Casaleggio intervistato da Serena Danna per il Corriere della Sera nel 2103: “La democrazia diretta, resa possibile dalla Rete, non è relativa soltanto alle consultazioni popolari, ma a una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune scompariranno. La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato. È una rivoluzione prima culturale che tecnologica, per questo, spesso, non viene capita o viene banalizzata”.

La democrazia diretta sostituisce il Parlamento?

È più corretto dire che ne muta la natura, gli eletti devono comportarsi da portavoce, il loro compito è sviluppare il programma elettorale e mantenere gli impegni presi con chi li ha votati. Ogni collegio elettorale dovrebbe essere in grado di sfiduciare e quindi di far dimettere il parlamentare che si sottrae ai suoi obblighi in ogni momento attraverso referendum locali.

Lei ha sostenuto che la politica del futuro sarà fatta dai cittadini senza intermediazione dei partiti. Un sistema di democrazia diretta implica modifiche sostanziali della Costituzione, quali?

«Le più immediate sono il referendum propositivo senza quorum, l’obbligatorietà della discussione parlamentare delle leggi di iniziativa popolare, l’elezione diretta del candidato che deve essere residente nel collegio dove si presenta, l’abolizione del voto segreto, l’introduzione del vincolo di mandato. È necessario rivedere l’architettura costituzionale nel suo complesso in funzione della democrazia diretta».

L’accostamento tra i testi delle due interviste è stato colto anche da Paolo Franchi poco dopo sulla medesima testata: “Lenin la rivoluzione digitale non poteva neanche immaginarla. Ma la democrazia diretta, quella che, secondo Casaleggio, grazie alla Rete riuscirà finalmente a imporsi su scala planetaria, gli stava a cuore, eccome. L’imminente dittatura del proletariato avrebbe avuto nei Soviet, il suo organo di governo, anzi, di autogoverno. Nell’assemblea dei Soviet (il futuro Soviet supremo) la funzione esecutiva e quella legislativa si sarebbero combinate. E tanti saluti all’assenza di vincolo di mandato: ogni collegio elettorale avrebbe avuto il diritto insindacabile di revocare in qualsiasi momento i propri rappresentanti. Per questa via, alla lunga, lo Stato si sarebbe estinto. E nel frattempo anche una cuoca avrebbe potuto, e dovuto, imparare a gestirlo. Magari a rotazione”

E il 21 gennaio 2019 Alessandro Di Battista, ospite di Fabio Fazio a “Che tempo che fa” ha dichiarato: “E’ già in crisi la democrazia rappresentativa, un giorno vedremo la democrazia rappresentativa come oggi guardiamo la monarchia assoluta, come qualcosa di obsoleto”. Piaccia o meno, intanto la riduzione del numero dei parlamentari, confermata dai cittadini con il referendum senza quorum del 20 settembre scorso resta una discussa tappa in tale direzione.

Quindici mesi dopo quell’intervista, mentre fuma la pira funeraria su cui giace la piattaforma Rousseau, vedremo presto se, tramontata per sempre la leadership di Beppe Grillo, la rifondazione del Movimento a cui sta lavorando Giuseppe Conte avrà effetto su queste idee o influirà piuttosto, come già avvenuto in Parlamento in occasione della fiducia al governo Draghi, sull’allargamento della scissione pentastellata guidata da Alessandro Di Battista.

Il dibattito sul terrorismo, fatte salve tutte le opinioni circa il destino delle vite residue dei suoi anziani protagonisti e la mutata considerazione che ormai da anni la Francia ha dell’assetto garantista dell’Italia, si svolge ora in clima di ulteriore transizione a motivo degli effetti economici e sociali dalla pandemia e nel quale maturano quotidianamente episodi allarmanti di contestazione delle scelte governative cavalcati ad arte quanti si oppongono apertamente ad esse o giocano su due tavoli sperando di lucrare stando in maggioranza nei palazzi in cui si distribuiranno le risorse e all’opposizione nelle piazze sempre più esasperate.

La riflessione allora vira sulla visione che il terrorismo di entrambe le matrici politiche ebbe del futuro della società e quanto di quell’eredità oggi è raccolta nella politica italiana che nel 2023 dovrà presentarsi al Paese per governare gli anni della rinascita fondata, almeno fino al 2026, sul nuovo piano di salvezza nazionale, auspicando che, pur in un mutato quadro internazionale, il medesimo non ripeta gli errori e le omissioni del Piano Marshall.

E‘ del tutto evidente che l’idea di una democrazia autoritaria e fascistoide alligna nella Destra accreditata di numeri che, anche senza l’apporto di Forza Italia, configurerebbero già una cospicua opzione sul prossimo Parlamento, preparando il Paese alla repubblica presidenziale ed a rapporti non certo idilliaci con l’Unione Europea.

Allo stesso modo, se non dovesse compiersi la metamorfosi contiana del Movimento Cinque Stelle che procederebbe dunque sulla propria strada costellata di allucinate profezie,  il Partito Democratico dovrà prendere atto  dell’impossibilità di ogni ulteriore dialogo e riprendere invece un’interlocuzione più conducente con la somma dei soggetti che si riconoscono nell’area riformista ed europeista  in grado di garantire all’alleanza quel 15% necessario per reggere lo scontro elettorale che sarà comunque durissimo e denso di pericoli.

Uno scontro epocale che rivelerà definitivamente se l’Italia avrà continuato a coltivare nel profondo la nostalgia di tempi lontani pronta ad emergere in situazioni di minaccia alla propria sicurezza e al pur periclitante benessere ante pandemia o, al contrario,  avrà invece bruciato le navi per attestarsi definitivamente sulla riva dei valori di una democrazia finalmente compiuta secondo il disegno costituzionale tracciato in modo così profondo dai padri della Repubblica,  da aver potuto resistere al terrorismo di ieri come, almeno ciò si auspica,  al populismo comunque colorato di domani.

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