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Dentro la zucca l’ombra dimenticata di un pupo di zucchero

di Luigi Sanlorenzo

C’era una volta un pupo di zucchero. Colorato e fiero presidiava la tavola imbandita la vigilia del giorno dei Morti. Ai piedi calzati da guerriero si stendevano piatti di noci, castagne, calia  e simenza,  ai lati,  vassoi ricolmi di ogni genere di frutta o di ortaggi trasformati in delizie alla mandorla dai mille colori.

Nascosti sotto il tavolo o dietro i mobili di casa c’erano scatole di diverse dimensioni che l’indomani avrebbero rivelato agli occhi di bambini pieni di stupore doni di ogni forma e natura “portati” nottetempo dai parenti defunti. Va ricordato, tra l’altro, che fino al secondo dopoguerra i bambini siciliani ricevevano doni solo il 2 novembre. La munificenza di Babbo Natale era un’usanza nordica e di Halloween si manteneva memoria solo nella letteratura dell’orrore che può farsi risalire alla tradizione gotica che ritroviamo nell’omonima poesia del poeta scozzese Robert Burns, poi passata oltre oceano, dove è stato stimato in 3,3 miliardi di dollari il fatturato sviluppato dalla festa della paura.

La mattina del 2 novembre era festa a Palermo. Alle prime luci dell’alba i “panettieri” numerosi come in nessun’ altra città, avevano già sfornato le muffolette, i soffici pani rotondi e ricoperti di sesamo che mani gentili di mamme e di nonne avrebbero poi “cunsato” con olio d’oliva, acciughe, origano e provola piccante o cannistrato, il sublime caciocavallo stagionato.

Rinforzati da tale inconsueta e robusta colazione e caricati in macchina i figli e altri occasionali congiunti, si iniziava la marcia di avvicinamento ai cimiteri della Città. Dai più blasonati Cappuccini e Santo Spirito a quello più recente, si fa per dire, dei Rotoli, sorto alle pendici del Monte Pellegrino dopo l’epidemia di colera del 1837, tutti erano meta di un pellegrinaggio unico al mondo.

Davanti a veri e propri castelli funerari o semplici fosse a muro, adulti pensosi e dolenti rivivevano il ricordo dei propri cari estinti mentre tutto intorno torme di bambini scatenati giocavano sulle lapidi con i doni ricevuti. Si rinnovava così l’eterno ciclo della vita e della morte, si rinsaldava il legame atavico tra decine di generazioni e, soprattutto, i bambini palermitani imparavano a percepire la presenza della Vecchia Signora, esorcizzandone la paura e stabilendo con essa quasi un legame di familiarità.

E’ noto che noi siciliani abbiamo sempre avuto un rapporto speciale con l’unico evento certo della vita, come poche altre popolazioni al mondo che, si pensi al Giappone, hanno fondato sul culto degli antenati mantenuto in epoca contemporanea, la propria identità culturale sulla cui forza hanno fondato imperi prima militari e poi industriali.

Fu proprio a causa del mantenimento di tale tradizione che mi trovai a vivere un momento imbarazzante, divenuto poi un’occasione virtuosa. Era il 1989 e Sara, la mia primogenita, frequentava la terza elementare a Treviso, dove ci eravamo trasferiti per un’indimenticabile esperienza professionale e di vita. Come negli anni precedenti a novembre la tradizione era stata rispettata in ogni particolare ed i tre figli avevano ricevuto i doni consueti. Sara ne parlò a scuola e l’indomani mia moglie ricevette una telefonata allarmata da parte dell’insegnante che ci invitava ad un incontro per chiarire l’inconsueta vicenda. Spiegammo quale fosse il valore educativo di quell’esperienza e il risultato fu l’invito a tenere una conferenza sul tema rivolta ad insegnanti e famiglie. Ne ricordo ancora il titolo “Il culto dei morti: dal dominio della paura al sapore della vita” Fu un successo. Ricordiamocene quando critichiamo senza conoscerle le culture dei tanti che da lontano vengono a vivere accanto a noi e che spesso sopprimono parte della propria identità culturale perché i figli si integrino più rapidamente, omologandosi ai modelli correnti.

Sarebbe un crimine contro l’Umanità e nessun gesto di isolati squilibrati potrà farmi cambiare idea.

E’ noto come per il carme “Dei Sepolcri” tra i più conosciuti del poeta, Ugo Foscolo, trasse ispirazione dal poemetto “I Cimiteri” di quell’Ippolito Pindemonte a cui è intitolata la strada che conduce alle più famose Catacombe del mondo. Vi accompagnai nel 2003 uno dei più grandi psicologi italiani, il compianto amico e maestro Giancarlo Trentini che avevo invitato a Palermo per vivere due” giornate particolari” la prima dedicata al paradigma della morte e la seconda a  quello della vita. Due trionfi apparentemente contrapposti da cui fu molto impressionato. Ne scrisse in più occasioni e tornammo a parlarne spesso nella sua casa nel cuore di Milano.

Grandi Siciliani come Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Leonardo Sciascia avevano con l’argomento una serena frequentazione e ne subirono il fascino e la seduzione. Nella ricostruzione cinematografica che Luchino Visconti fece del Gattopardo, la scena in cui il Principe di Salina contempla il quadro La morte del Giusto di Jean-Baptiste Greuze, suscita l’ironia del giovane Tancredi: «Zione, corteggi la morte?» già contaminato dalla fallace convinzione di essere un uomo del futuro. Gigantesca poi la conclusione del film con l’invocazione alla stella da parte di Don Fabrizio inginocchiato in un vicolo della città vecchia al passaggio del Santo Viatico. Per non parlare del capitolo “La morte del principe” che non trovò spazio nella sceneggiatura ma che resta una delle pagine più indimenticabili dell’intero testo, forse il più citato a sproposito dell’intera letteratura italiana.

Come dimenticare poi la copertina de “Il Cavaliere e la Morte”, penultima opera di Leonardo Sciascia, ripresa dall’incisione di Albrecht Durer del 1514 e diventata un’icona del rapporto indissolubile tra le forze che scuotono il mondo.

E poi il Trionfo della Morte, trasferito a Palazzo Abatellis e collocato magistralmente da Carlo Scarpa nell’attuale spettacolare allestimento. Un’opera che affascinò persino Pablo Picasso come rivelò al mondo il figlio adottivo di Renato Guttuso, Fabio Carapezza, a conferma dell’ipotesi sulle origini di Guernica. Prima di dipingere il capolavoro, infatti, Picasso aveva visto il “Trionfo della morte” di anonimo catalano del XV secolo che a quell’epoca affrescava, a Palermo, palazzo Sclafani. Fu lo stesso Picasso ad ammetterlo, rispondendo a una precisa domanda di Renato Guttuso, del quale era amico fin dagli anni Cinquanta. Il pittore siciliano, poi, aveva anche eseguito alcuni disegni per evidenziare le affinità’ tra le teste dei cavalli nell’affresco palermitano e nella tragica sinfonia pittorica di Guernica.

Giovanni Falcone “corteggiava la morte” con la straordinaria ironia che gli era propria e rivedeva periodicamente il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman (1957), affascinato dalla capacità del protagonista di distrarla giocando a scacchi e mettendo così in salvo altre vite, pur morendo poi egli stesso come ogni altro essere umano è destinato a fare.

Sono certo che anche Giovanni Falcone come pure il suo compagno di giochi e di destino Paolo Borsellino il due novembre siano stati condotti da bambini dal quartiere della Kalsa dove abitavano, al cimitero, per giocare sulle tombe dei parenti defunti come credo la maggior parte di quella generazione e delle molte che le hanno precedute e seguite.

Era così al tempo in cui i nonni morivano in casa circondati da figli, nipoti e pronipoti bambini a cui nessuno immaginava lontanamente di negare quell’esperienza fondamentale che rende, nei limiti della natura umana, certamente più sereni sul grande passaggio.

Sprovvisti di tale rassicurante esperienza, le immagini del corteo di camion militari che nella notte solitaria tra il 18 e il 19 marzo scorsi  hanno trasportato da Bergamo ai cimiteri di ogni parte d’Italia le centinaia di vittime della pandemia da Covid19, hanno colpito come un pugno nello stomaco i milioni di spettatori televisivi in ogni parte del mondo che forse avranno dovuto spiegare, per la prima volta,  ai propri figli il senso dell’ultimo atto dell’esistenza umana.

Mentre oggi in molte famiglie si contano vittime della pandemia  e se ne raccontano le vite, abbiamo il dovere  di non dimenticare la straordinaria tradizione che ci appartiene, globalizzati come siamo da modelli culturali che ci raggiungono – come sempre, come al solito – da lontano e che con la potenza della pubblicità, matrigna di ogni nuovo pensare, hanno ormai sostituito la tradizione del ricordo dei defunti che era un inno alla Vita, con l’obbligo della paura che è, quello sì, un modo per morire ogni giorno.

E’ così, in luoghi sempre più lontani ed asettici rispetto al passato e al cuore di Palermo che batte ancora flebilmente nei vicoli, si allestivano le Fiere dei Morti ma, negli ultimi anni vi hanno trionfato i gadget di una modernità senza anima. Ogni tanto, in una zucca di plastica made in Taiwan e illuminata a batteria, sembra di intravedere l’ombra di un pupo di zucchero che brandisce fieramente una spada. E’ un attimo, un’illusione, una proiezione dettata dal ricordo di ciò che eravamo e dal rimpianto di ciò che saremmo potuti diventare.

Quest’anno le Fiere non si svolgeranno e, forse, vuoti e silenziosi come negli altri giorni saranno i cimiteri, nel rispetto delle nuove norme anti assembramento previste in ogni regione.  Allo stesso modo, saranno vietate le tante feste di Halloween che anche in Sicilia hanno preso il posto della tradizione locale, meno lugubre di quella e più utile nella vita.

Potrebbe essere l’occasione per tornare a celebrare nella notte tra l’uno e il due novembre, il rito antico di predisporre la tavola per i morti, nascondendovi sotto i doni degli antenati che il giorno successivo faranno la gioia dei bambini, abituandoli sin da piccoli ad associarne il ricordo festoso, esorcizzando la paura che coglie d’istinto ogni essere vivente davanti alla consapevolezza della propria e dell’altrui finitudine terrena.

Un utile antidoto perché non prevalga la disperazione per il nulla che attende in futuro chi non è consapevole del proprio passato: “Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.”

Gesulado Bufalino, di cui il 15 novembre ricorrerà il centenario della nascita, definiva la morte “una spinta alla vita”.  Lo scrisse nelle note a “Diceria dell’untore” l’opera di esordio che gli valse, a sessantuno anni il Premio Super Campiello nel 1981 e la successiva notorietà: “A monte del libro sta comunque un’esperienza: la scoperta del sentimento di morte, sverginamento lacerante ma anche acquisto arcano e privilegio geloso. Esorcizzare tale esperienza annegandola in un’aria fantastica e magica che la disarmasse; e sfogare insieme quel turgore di parole che dicevo sopra: questa, la doppia spinta che mi costrinse ad esprimermi.”

D’altronde, non è forse il trapasso “un paravento di fumo tra i vivi e gli altri, basta affondarci la mano per passare dall’altra parte e trovare le solidali dita di chi ci ama” e che fa dire a Cesare Pavese “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi “?

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