ore
PRIMA PAGINA / ATTUALITA' / L’Italia delle città riscopre i fondamentali

L’Italia delle città riscopre i fondamentali

di Luigi Sanlorenzo

[“Effetti del buon governo in città” (affresco di Ambrogio Lorenzetti 1338-1339. Palazzo Pubblico, Siena]

I risultati di questa prima tornata di elezioni amministrative finora pervenuti ed ampiamente dibattuti nei talk show delle principali reti televisive riportano un dato incontrovertibile che va riconosciuto: per il governo locale il gradimento dei cittadini va a quegli schieramenti che possono assicurare consistenti infrastrutture politiche all’interno delle quali i singoli candidati a sindaco sono solo un’espressione parziale.

Si chiude un’epoca durante la quale movimenti di recente costituzione e un approssimativo e spesso inconsistente civismo, entrambi nati sull’onda della protesta e della richiesta di rinnovamento,  hanno rappresentato una parentesi di breve durata. Prevale il convincimento che per superare la crisi indotta dalla pandemia e per rilanciare il Paese, i primi cittadini abbiano la necessità di interloquire con il governo centrale attraverso la mediazione dei partiti che, frattanto, stanno percorrendo da trent’anni una  marcia lunga e dolorosa per accreditarsi nuovamente dopo il crollo di un sistema ormai insostenibile che manifestò nel corso di Tangentopoli le prime crepe ed i successivi cedimenti strutturali.

Il processo è ancora in corso e lo dimostra l’ampia astensione che va letta come un’attesa di vedere se esso approderà a nuove forme di credibilità politica ed amministrativa. Resta il fatto che i populismi di vario genere, esaurita la spinta iniziale, possono considerare chiuso il proprio ciclo vitale e dovranno evolvere come partners dei grandi schieramenti, magari conferendo la parte più concreta dei propri intenti originari,  spesso confinanti con l’utopia o con l’assoluta autorerenzialità, nell’ alveo di politiche più orientate alla realpolitick, alle dimensione europea, alla responsabilità circa i processi di transizione che attendono in ogni settore tutti i paesi dell’Unione.

In questa lunga anabasi, favorita da quella momentanea sospensione del conflitto permanente posta in essere dal governo presieduto da Mario Draghi,  i principali partiti si stanno liberando dei residui ideologici del ‘900 e, ad eccezione di forme isolate di impossibili nostalgie, veleggiano, a diversa velocità verso l’identità dei maggiori partiti europei, preparandosi ad un gioco virtuoso di alternanza democratica che permetta però a chi governa di assicurare la stabilità del proprio Paese e il mantenimento degli impegni contratti con la Commissione Europea, anch’essa irriconoscibile rispetto a soli pochi anni in merito a politiche di sostegno e di accompagnamento per il superamento delle cospicue differenze territoriali.

Questo ragionamento riguarda il Partito Democratico che ha ormai preso le distanze dalle formazioni più estreme e sta facendo da mentore al Movimento Cinque Stelle; riguarda la Lega all’interno della quale l’ala governista rappresentata da Giancarlo Giorgetti e dai molti presidenti regionali presto archivierà l’era del salvinismo come ha già fatto da anni con quello celodurista di Umberto Bossi; interessa anche la galassia cosiddetta centrista, comunque distinta dal PD, rappresentata da Forza Italia,  Italia Viva, Azione,+ Europa e altri soggetti minori che dovranno necessariamente elaborare un progetto comune nel comune interesse di diventare ago della bilancia, almeno fino a quando il sistema elettorale conserverà ampie traccia del proporzionale;  e non esclude nemmeno la Destra che sta lentamente comprendendo come le convenga presentare un volto privo di residue rughe del passato per candidarsi, con pari dignità rispetto agli altri schieramenti,  a governare il Paese.

Si chiude dunque l’epoca dei sindaci, più o meno splendidamente isolati e avvolti in mantelli arancione o multicolore ma di fatto totalmente auto referenziati e non privi di un discutibile delirio di onnipotenza,  sovente più dannoso che utile ai propri amministrati.

In tale riappropriazione della canalizzazione democratica del consenso che la Costituzione assegna ai partiti potranno essere assicurati alcuni compiti irrinunciabili tra cui la formazione delle proprie classi dirigenti secondo modalità e percorsi che vadano oltre il seguito di questo o di quel leader transeunte ma si identifichino in un sistema di valori non più ideologici ma rispondenti alle grande sfide dell’intera Umanità e al perseguimento del bene comune, a partire dalle comunità locali,  mediante l’acquisizione di saperi e di competenze la cui mancanza anche durante la competizione appena conclusa, ballottaggi a parte, si è rivelata in tutta la sua drammaticità.

Un simile percorso avrà come esito il ritorno alla politica delle persone comuni e soprattutto dei giovani finora lasciati in balia di slogan da stadio se  non, in casi estremi, di manifestazioni violente nel segno dell’intolleranza e dell’odio seminato sui social media a piene mani.

Ritornare ai fondamentali vuol dire allora restituire alla rappresentanza gli strumenti credibili per l’intermediazione del consenso, la crescita culturale dei cittadini, specialmente di coloro che vivono la realtà emarginante di talune periferie, l’indicazione di un orizzonte verso cui procedere con consapevolezza e libertà di dibattito interno, il ripristino della partecipazione quale unico terreno su cui può germogliare ogni sentire autenticamente democratico, la costante attenzione alle ampie parti del mondo in cui permangono condizioni di illiberalità e di mancato rispetto dei diritti umani.

Un’ultima notazione va fatta in ordine all’elezione diretta del sindaco la cui dinamica normativa va rivista anche alla luce della necessità di esprimere un consenso anche alla squadra di governo per evitare taluni fenomeni di sudditanza e di umilianti congedi senza preavviso, regalando al sindaco un potere non sempre esercitato con equilibrio. Sarebbe un modo per concretizzare quel passaggio dall’Io al Noi invocato nelle parti più mature del corpo elettorale.

Insomma, questa prima tornata elettorale  lancia un messaggio importante che non mancherà di avviare l’unica transizione che, alla fine, comprende tutte le altre: l’esercizio dell’azione politica come servizio e non come potere su cui proprio i partiti, se finalmente avviati sulla via del rinnovamento, avranno il dovere di vigilare nell’interesse della propria sopravvivenza e della vera utilità all’intera collettività nazionale.

Allora, e solo allora, potremo considerare superata la grave pandemia dello spirito democratico che da troppi decenni ormai ha contagiato il corpo e la mente con il virus dell’improvvisazione, dell’avidità di potere e dell’incompetenza assurta a segno distintivo.

ALTRI ARTICOLI CHE POTREBBERO INTERESSARE