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Amatrice 24 agosto 2016. Speranza e rassegnazione quattro anni dopo il sisma

di Redazione

Il 24 agosto del 2016 la terra tremò ad Amatrice e Accumoli causando morte e distruzione. L’epicentro del sisma, registrato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia a una profondità di 8 chilometri, è situato lungo la Valle del Tronto, tra i comuni di Accumoli (Rieti) e Arquata del Tronto (Ascoli Piceno). Le vittime accertate sono 299. Nei soli comuni reatini di Accumoli e Amatrice sono 249 di cui 149 donne e 100 uomini, tra loro 26 bambini e adolescenti.

Il tremendo sisma coinvolse un’area vastissima del reatino includendo le regioni di Marche, Umbria Abruzzo fino al Lazio. L’intero paese sotto choc subì delle forti ripercussioni sull’economia e lo Stato con le solite promesse è riuscito purtroppo a ricostruire poco meno del 7% delle case.

A distanza di anni le sofferenze e le speranza delle famiglie non trovano motivazioni per un cauto ottimismo e la sensazione di essere lasciati soli sembra oramai assimilata da molti. Serve un intervento statale che infonda quella fiducia persa sotto le macerie in una notte che ha ribaltato la quotidianità di famiglie normali costrette ad una sorte avversa e terribile.

Parecchi libri hanno raccontato quella sciagura e alcune testimonianze rabbrividiscono perché raccontano con precisi dettagli il terrore, la disperazione ma anche incertezza, rassegnazione e dolore per la perdita dei cari.

Per citarne uno: Elena Polidori nel libro “Amatrice non c’è più. Ma c’è ancora”, scrive: «Quella notte, ore 3,36, ero lì con marito, figlia e cane. La scossa, la paura, la fuga, la casa lesionata e poi venuta giù con gli affetti e le sicurezze di un’intera vita, qui a Poggio Vitellino, una delle 69 frazioni di Amatrice: una ventina di anime d’inverno, dieci volte tanto d’estate, un’oasi persa per sempre. Ci siamo salvati, ma è una salvezza che assomiglia a un’altra realtà» – «Volano le suppellettili, schizzano i quadri, le scale ondeggiano paurosamente. Tutti i libri finiscono in terra intasando il passaggio. Si sente l’elettricità nell’aria. Bisogna tentare di uscire in fretta. Mia figlia, al piano superiore, fatica ad aprire la porta della sua stanza. Ma per fortuna è materiale leggero, fatto apposta per situazioni cosi e non chiude neanche tanto bene. Quando scende però è coperta di polvere…»

Quel che conta oggi è risolvere questo dissesto sociale e civico senza trovare mere e spregevoli giustificazioni di un paese in ginocchio e distratto per causa del coronavirus in espansione solamente da febbraio. Serve parlarne sempre, scriverne e soprattutto non smettere mai di ricordare.

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