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Melville, Dickens, Stevenson, Eco e Calvino. Il piacere e l’arte di raccontare

di Luigi Sanlorenzo
[Moby Dick Illustrazione ottocentesca tratta dal sito NauticaReport]

L’infinita quantità di libri che viene pubblicata ogni giorno in Italia è un indubbio segno di vitalità culturale che compensa il grande deficit di lettori puntualmente rilevato e misurato da ogni indagine sociale. Ma, che fine fa la maggior parte di tale sterminata produzione ?

Se si eccettuano gli autori sui quali gli editori, da imprenditori quali sono e rimangono per quanto talvolta illuminati, puntano a scatola chiusa – confidando nella notorietà non sempre accompagnata da analogo valore di alcune  opere con l’occhio rivolto al mondo dei premi letterari, dal più blasonato ai più caserecci,  i cui retroscena hanno rivelato scenari talvolta squallidi e meritevoli, quelli sì, di essere raccontati- lo scenario appare desolante.

Posto un grande discrimine tra gli scrittori di lingua inglese e il resto del mondo a motivo della conseguente e non paragonabile diffusione,  si possono individuare alcune categorie di scrittori  la cui volatilità conosce in Italia gradi diversi.

Tralascio la schiera di quanti pubblicano a proprie spese,  trovando disponibile una galassia di piccoli editori che Umberto Eco ha  descritto attraverso i personaggi della Casa Editrice Garamond ne “Il Pendolo di Foucalt” del 1988, per individuare alcune categorie di scrittori che, in un modo o in un altro, riescono a raggiungere le vetrine delle librerie trovandovi posto per pochi giorni  o per alcuni mesi, secondo le alterne fortune del proprio elaborato, spesso ignorato dalla critica, un tempo  garanzia determinante –  nonostante alcuni clamorosi errori siano diventati poi storici – per l’incauto lettore. Forse sarà anche un bene per la libera espressione, ma si lasci qualche dubbio a chi ritiene, insieme ad un antico maestro,  che “non è bello ciò che piace, ma è bello ciò che è bello”.

Una sentenza non politicamente corretta  e con  la quale il pur benevolo lettore de Lo Spessore forse non sarà d’accordo,  ma che ha le proprie radici nel monito di San Tommaso d’Aquino che recita “Ad pulcritudinem tria requiruntur integritas, consonantia, claritas” e che James Joyce traduceva letteralmente, facendola pronunciare a Stephen Hero, il precursore letterario di Dedalus,  in uno dei più bei romanzi di formazione che siano mai stati scritti dopo il Wilhelm Meister di Goethe: “ I translate it so: three things are needed for beauty wholeness, harmony and radiance. Do these correspond to the phases of apprehension? Are you following?

Molti scrittori o aspiranti tali beneficiano di opportuni contatti televisivi che generano fugaci apparizioni nei molti talkshow di prima serata,  non tutti di pari livello, nei quali però ci si sente obbligati a riservare un angolo a tale attività,  non si comprende bene se per darsi una patina culturale o per rendere un favore a questo o a quel referente. Patetici a volta i commenti dei conduttori dei suddetti programmi che rivelano una fugace lettura della quarta di copertina effettuata poche ore prima di andare in onda ed arricchita poi dalla propria personale facondia. D’altronde, non potrebbe essere diversamente, vista la cadenza settimanale del programma e l’urgenza di scegliere con i criteri di “priorità” sopra ipotizzati tra le decine di libri che giungono ogni giorno in tutte le redazioni televisive.

Un’altra categoria di scrittori comprende quanti potremmo definire “memorialisti”, alcuni illustri altri meno, che fondano la narrazione sulla propria biografia, a volte lunga e ricca d’incontri, a volte riconducibile invece soltanto ad un altro genere più solipsistico, detto per brevità “diaristica” connotato da specifica dignità e che ha dato luogo ad una meritoria istituzione culturale.

Dal 1984 Pieve Santo Stefano, quasi al confine tra Toscana, Umbria e Romagna, ha innalzato ai quattro punti cardinali del suo perimetro, sulle strade che vi accedono, un cartello giallo sotto quello della toponomastica ufficiale: “Città del diario”. La cittadina ospita infatti nella sede del municipio, un archivio pubblico, che raccoglie scritti di gente comune in cui si riflette, in varie forme, la vita di tutti e la storia d’Italia: sono diari, epistolari, memorie autobiografiche.

Quarant’anni dopo la fine della guerra, in un’ala di questo edificio, è sorta una casa della memoria: una sede pubblica per conservare scritti di memorie private. L’iniziativa ha attirato l’attenzione di studiosi e giornalisti anche fuori dall’Italia. L’Archivio serve non solo a conservare, come in un museo, brani di scrittura popolare: vuole far fruttare in vario modo la ricchezza che in esso viene depositata. L’afflusso di scritti è stato incentivato con un concorso, il Premio Pieve,  il cui avviso fu pubblicato su alcuni giornali, facendo sì che in poche settimane arrivassero più di cento testi e raccolte di lettere. Adesso l’Archivio ne conserva più di ottomila.  Uno di questi è la memoria contadina di Clelia Marchi, scritta su un lenzuolo matrimoniale.

Nel 1991, su iniziativa del Comune di Pieve Santo Stefano, nasce la Fondazione “Archivio Diaristico Nazionale” divenuta poi una Onlus e riconosciuta con Decreto Ministeriale il 7/6/2000. Dal settembre 1998 con cadenza semestrale viene pubblicata la rivista “Primapersona”, una delle molte iniziative editoriali promosse. Nel 2001 le memorie e i diari dell’Archivio di Pieve incontrano il cinema e nasce l’iniziativa “I diari della Sacher” in collaborazione con la Sacher Film di Nanni Moretti e Angelo Barbagallo. 

Nel 2009 l’intero  patrimonio documentario riceve la notifica del Codice dei Beni Culturali dello Stato e il 7 dicembre 2013 si inaugura il “Piccolo museo del diario” realizzato dai dotdotdot che traggono ispirazione dal volume “Il paese dei diari” scritto da Mario Perrotta. Il museo è dedicato a Saverio Tutino, scomparso nel 2011, il giornalista che nel 1975 ha partecipato alla nascita del quotidiano La Repubblica, nel quale ha lavorato fino al 1985.

Nel 1998, Tutino  aveva fondato ad Anghiari, insieme a Duccio Demetrio – il primo accademico titolare della cattedra pubblica di Andragogia presso la Statale di Milano – la Libera Università dell’Autobiografia. Un’utile indicazione per molti aspiranti scrittori delle proprie memorie,  senza altre pretese .

Italo Calvino,  in una delle “Lezioni Americane”  mai tenute per il sopraggiungere della morte nel 1985,  pubblicate postume dalla moglie e di cui ho scritto altrove, notava “A volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza…La letteratura,e forse solo la letteratura, può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio…”.  (Lezione su l’Esattezza). Una distinzione che non sembra essere tenuta in grande considerazione da molti “operatori” della scrittura contemporanea che affollano le summenzionate case editrici compiacenti.

Ma torniamo alla tassonomia degli scrittori italiani,  molti dei quali hanno fatto strame di un genere a torto ritenuto “minore” come la giallistica, pervenuto a vette notevoli nel XIX secolo in Europa con Arthur Conan Doyle e nel ‘900 con Agatha Christie e George Simenon fino ad Andrea Camilleri (per tacere della grande tradizione americana di cui scriverò estesamente in un’ altra occasione) una scolorita galleria abitata ora dai ritratti di magistrati e di questurini e che sovente hanno l’unico obiettivo di fornire le sceneggiature a ben più  redditizie produzioni cinematografiche o televisive girate in location diventate  famose per la cronaca  di efferati delitti più o meno eccellenti. Un fenomeno che a partire dalla stagione de  “La Piovra” con Michele Placido, apprezzata all’inizio nel 1984  per l’accuratezza delle ricostruzioni anche da Giovanni Falcone,  ha poi trovato poi il proprio pedice dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, con riproduzioni talvolta stereotipate e stucchevoli che poco o nulla hanno a che fare con la grande letteratura del genere, facendo peraltro a meno di testi letterari di riferimento.

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Insomma sembra proprio che il piacere di narrare e la capacità di incantare il lettore siano rimasti nascosti tra le pagine dei grandi classici della letteratura, talvolta ridotti al rango di  “letteratura giovanile” come nel caso di Moby Dick di Hermann Melville di cui ricorre il centosettantesimo anniversario della pubblicazione o del Davide Copperfield di Charles Dickens o del Don Chisciotte di Miguel Cervantes, veri e propri apologhi del travaglio umano e del suo disperato e titanico  confronto con la potenza incomprensibile della natura nel suo inestricabile dispiegarsi. Con la differenza che i giovanissimi di oggi hanno altri riferimenti e talvolta si imbattono in tali personaggi solo grazie alla graphic novel che ne rispolvera di tanto in tanto i fasti e le atmosfere ma che, inevitabilmente,  priva il lettore  di pagine e pagine di descrizioni dei luoghi e dei caratteri dei personaggi, elementi cruciali in cui “esplode” letteralmente il talento del narratore,  imprimendo nel testo inestinguibili tracce di quella creatività e della capacità di immaginazione che soltanto le parole scritte bene possono generare.

Si tratta di una capacità innata ? Non lo sappiamo,  anche se alcuni elementi genetici sono talvolta presenti, ma certamente va affinata poi dall’esperienza e di cui avvertiamo oggi la grande assenza – nonostante il fenomeno un po’ farlocco delle “scuole di scrittura”  che fioriscono dovunque – proprio nel momento in cui l’Umanità sembra affannarsi alla ricerca di cieli e mondi nuovi di cui ha urgente e disperato bisogno.  

In “Lector in fabula” del 1979 così Umberto Eco descriveva la costruzione di un romanzo “ Come si è visto poco sopra, discutere di “mondi possibili” è indispensabile per ragionare sulle previsioni del lettore perché prevedere, cioè avanzare ipotesi su ciò che potrà accadere, significa immaginare qualcosa di “possibile”. Detto altrimenti, creare un’idea di “mondo possibile” serve a costruire le condizioni necessarie per fare previsioni. Un “mondo possibile” consiste in un insieme di individui forniti di proprietà. Siccome alcune di queste proprietà o predicati sono azioni, un mondo possibile può essere visto anche come un corso di eventi. Siccome questo corso di eventi non è attuale, ma appunto possibile, esso deve dipendere dagli atteggiamenti proposizionali di qualcuno che lo afferma, lo crede, lo sogna, lo desidera, lo prevede, eccetera. Un “mondo possibile”, inoltre, è un «costrutto culturale»:  gli individui che lo abitano sono una combinazione di proprietà che il mondo narrativo prende a prestito dal mondo “reale”. Allo stesso tempo anche il mondo “reale” è un costrutto culturale se si vuole essere in grado di paragonarlo a un mondo “possibile”

Una domanda di nuove e grandi narrazioni, veicolate dal grande mezzo popolare del romanzo, sembra allora levarsi dalle nebbie di questi tempi confusi in cui un semplice tasto “cancel” può azzerare pagine e pagine di paziente scrittura senza che di esse rimanga la più piccola traccia di un foglio lacerato o di un margine bruciacchiato.

Forse il  “Cimitero dei libri dimenticati” di cui ha raccontato lo scrittore catalano Carlos Ruiz Zafòn scomparso lo scorso anno,  sta diventando sempre più grande e stiamo perdendo qualcosa d’importante che accompagnava l’Umanità fin dai tempi in cui le prime storie venivano raccontate nelle caverne per esorcizzare la paura del buio e il timore dell’ignoto, angosce che,  nonostante i millenni e le conquiste della civiltà,  risiedono ancora oggi nel nostro mondo interiore in attesa che un narratore, un tusitala,  come gli indigeni delle isole Samoa chiamavano Robert Luis Stevenson che vi si era stabilito, torni per aiutare che la notte trascorra,  raccontando che presto spunterà un nuovo giorno con nuove ed infinite storie da vivere e tante altre da immaginare.

L’uomo che fece del viaggio geografico ed interiore il romanzo della vita e della propria vita un romanzo,  alla fine trovò l’ Isola del Tesoro e volle che sulla tomba in cima al Monte Vaea dove fu sepolto il 3 dicembre del 1884, fosse scritto il seguente epitaffio:

“Sotto il cielo ampio e stellato, scavate la fossa e lasciatemi riposare. Ho vissuto contento e contento muoio e mi sono lasciato andare con un testamento. Questi saranno i versi che lascerai incisi per me: giace qui dove aveva voglia di stare; a casa è il marinaio, a casa dal mare, a casa è il cacciatore tornato dalla collina.”

Auguro ai miei lettori domenicali de Lo Spessore di imbattersi sempre in  buone ed avide narrazioni che cambino la vita o, almeno, aiutino a sopportarne il pur sempre gradevole fardello.

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