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Lavorare 33 ore la settimana per essere felici

di Francesco Pira

Pochissimi fanno gli straordinari, in Danimarca non sono contemplati, e a nessun dipendente viene voglia di restare più ore sul posto di lavoro. Gli uffici nel tardo pomeriggio sono vuoti ed è presente solo il personale di portineria.

Foto di Jonathan Nackstrand | Ringraziamenti: AFP/Getty Images

Per dirla alla Confucio: “La vita è davvero semplice, ma noi insistiamo nel renderla complicata”. Credo che avesse ragione soprattutto per quanto riguarda noi italiani, sempre pronti a logorarci la mente per trovare risposte ad ogni nostra domanda.

Invece non è così per i danesi. Secondo una ricerca, i danesi sono i più felici. Si, proprio loro. La stampa europea ha scritto tantissimo su questo primato davvero invidiabile.

Il portale it-business insider ha evidenziato la presenza della Work-Life-Balance. Il Sole 24 Ore scrive che il termine “work-life balance”, può essere inteso come capacità di bilanciare in modo equilibrato il lavoro – carriera e ambizione professionale – e la vita privata – famiglia, svago, divertimento – è stato usato per la prima volta in Gran Bretagna alla fine degli anni ’70. Un connubio perfetto che permette di conciliare ogni cosa in totale armonia.

Dovrebbero avere un orario di lavoro di 37 ore settimanali, ma una ricerca dell’Ocse ha individuato che il danese lavora circa 33 ore alla settimana.

Pochissimi fanno gli straordinari, in Danimarca non sono contemplati, e a nessun dipendente viene voglia di restare più ore sul posto di lavoro. Pare addirittura che perdere più tempo rappresenti un elemento negativo, poiché mette in dubbio la resa del dipendente. Insomma, si rischia di passare come incompetenti e incapaci.

Proprio per questo gli uffici nel tardo pomeriggio sono vuoti ed è presente solo il personale di portineria.

Esiste un ottimo rapporto di fiducia tra il datore di lavoro e il lavoratore. Quando il dipendente ha eseguito tutti i suoi compiti, in maniera precisa, gli viene consentito di tornare a casa entro l’orario stabilito.

Nessun danese riprende a lavorare dalla sua abitazione e ha una vita personale al di fuori dal suo impiego lavorativo. Hanno la possibilità di dedicarsi allo sport, alle gite e ai propri interessi personali. Riescono a trascorrere il loro tempo con gli affetti più cari. Addirittura nel calendario lavorativo vengono inserite le attività dei colleghi che vengono rigorosamente rispettate.

Grazie a questi ritmi “più lenti” tutti sono rilassati e riposati. Infatti, un’indagine riporta come le persone felici sono più produttive del 12%.

Inoltre, hanno una filosofia di vita basata sulla tranquillità dell’anima e del corpo che li aiuta sotto molteplici aspetti, come quello della condivisione degli spazi pubblici e privati. Un elemento fondamentale è la grande capacità di saper vivere in totale sintonia con l’ambiente che li circonda.

Certo, noi italiani non conduciamo la stessa vita idilliaca dei danesi. Nelle varie indagini, e statistiche, siamo risultati essere un popolo abbastanza infelice. Una vita frenetica, fatta di istanti veloci e poco tempo a disposizione. Le mie ultime ricerche mi hanno portato a comprendere come non riusciamo più nemmeno a telefonare e per velocizzare preferiamo inviare un messaggio vocale. Alcuni optano per la videochiamata, perché non abbiamo giorni disponibili per andare a trovare i nostri genitori o i nostri parenti.  Emergenza pandemica a parte.

Come se non bastasse ci sono poi i mezzi pubblici e i trasporti in generale che rappresentano, all’andata e al ritorno, un vero incubo per i pendolari. Pieni, affollati e quasi sempre in ritardo. Arrivare tardi ci causa stress e stanchezza mentale che possono inficiare il nostro rendimento lavorativo e il nostro stato emotivo.

Molto spesso, non rispettiamo gli orari di lavoro e restiamo in ufficio fino a tarda sera per completare le nostre mansioni. Non vogliamo apparire come imprecisi e inefficienti agli occhi del nostro capo. Temiamo il licenziamento e di perdere, di conseguenza, la nostra serenità economica. Tutti elementi che ci rendono molto spesso nervosi, insicuri e instabili.

L’essere sempre impegnati non ci permette di ritagliare uno spazio per le nostre famiglie e per la nostra vita sociale. Infatti, ci sono giorni in cui siamo troppo stanchi per uscire con gli amici e preferiamo trascorrere il weekend tra le mura domestiche, cercando di recuperare le forze e le energie spese durante la settimana.

Le troppe responsabilità ci impediscono di guardare al futuro, non riusciamo a comprendere se conviene o meno sposarsi e fare figli. Un crescendo di relazioni “liquide” dove i legami diventano sempre meno impegnativi, perché le paure hanno ormai preso il sopravvento.

L’essere liberi ci porta a ragionare su noi stessi e sul peso della meritocrazia in Italia e i giovani tendono a lasciare il nostro paese, perché hanno paura che le loro competenze non verranno mai riconosciute a dovere. La pandemia ha reso i giovani ancora più fragili, perché credono che in questo periodo di crisi non verranno mai assunti. Nei miei ultimi incontri, webinar e seminari online, ho avuto modo di confrontarmi con diversi giovani laureandi e neolaureati che stanno subendo moltissimo le angosce di questo terribile periodo. 

Insomma viviamo uno status di perenne insoddisfazione e frustrazione, condizione aggravata dalla presenza del Covid-19 che ha stravolto ogni nostra certezza. Non ci resta che seguire la logica di Fëdor Dostoevskij: “Ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso”. Bisognerebbe smettere di pensare e di porsi troppe domande, per godere del dono più bello che abbiamo ricevuto che è quello della vita. Ed essere sereni, se proprio, come i danesi, non riusciamo ad essere felici.

 

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