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Se gli alberi, la terra e i fiumi potessero votare

di Luigi Sanlorenzo

Durante i mesi del forzato confinamento nelle nostre case, abbiamo appreso dalla sua provvisoria rinascita, che esiste un’Italia che non può votare. Una nazione di esseri viventi che respirano, hanno bisogno di acqua e di spazio, che pretendono di non esseri richiusi in bare di cemento, che tacciono per decenni sino a quando condizioni straordinarie della natura ce ne rivelano, talvolta in modo drammatico, la potente esistenza.

Sono gli alberi, la terra, i fiumi e i mari italiani. Sono quegli elementi che riuniti nel Paesaggio compongono la più bella e completa opera d’arte che è possibile ammirare in tutte le nostre regioni. E, al pari dell’arte creata dall’uomo, anche quell’opera è stata spesso dimenticata, maltrattata, violata.

Vi passiamo accanto distrattamente, siamo abituati a vederli sempre al proprio posto: un filare di alberi, un alveo fluviale semi cementificato, una collina sventrata, una discarica a cielo aperto.

Non hanno voce, eppure sono cittadini italiani anch’essi. Per riavere dopo secoli un fiume, una vallata, una montagna i nostri nonni hanno combattuto, sono morti a diciannove o vent’anni. Alcuni ci hanno difeso da invasioni antiche e moderne, ad altri abbiamo dedicato canzoni e monumenti.

Negli anni trascorsi in Veneto mi capitava spesso di passare su ponti che superavano le anse del Piave e alle cui estremità era sempre presente un cartello con su scritto: fiume sacro alla Patria. Qualcuno ha poi esagerato divinizzando il Po, ma resta il fatto che l’assetto idrogeologico del nostro Paese è stato in stretta relazione armonica con la storia dello sviluppo nazionale dalle origini e sino alla fine della seconda guerra mondiale.

Allo sviluppo economico, alla modernizzazione del Paese, all’esodo della popolazione dalle campagne verso le città, l’ambiente italiano ha pagato un prezzo altissimo. Lo sviluppo delle reti stradali prima e delle autostrade poi, l’urbanizzazione selvaggia, l’assenza della cultura della pianificazione territoriale, l’insaziabile bisogno di energia elettrica e, soprattutto nel Mezzogiorno, il generalizzato abusivismo ad ogni livello,  si sono imposti e sovrapposti al corso naturale di fiumi e di torrenti, hanno spopolato le campagne, fatto perdere la memoria di quella cura del territorio che non era affidata a Ministeri o ad Autorities di vario genere e appartenenza politica ma alla sapienza antica del contadino che rinforzava un argine, piantava un pioppeto, terrazzava una collina o dello stradino che  ripuliva dai detriti un alveo ostruito o un fosso interrato.

Con l’industrializzazione selvaggia hanno avuto inizio le grandi catastrofi ambientali che la mia generazione ha avuto modo di conoscere sin dall’infanzia attraverso indimenticabili immagini in bianco e nero: il Polesine, il Vajont, l’alluvione di Firenze, i tanti piccoli paesi dai nomi sconosciuti ai più, scesi nel volgere di una notte dal monte alla valle o proiettati direttamente in mare come accaduto in occasione nelle disastrose frane della costa ionica della Sicilia.

In una delle zone a più alto rischio sismico dell’Europa, la cui storia era stata caratterizzata da terremoti e da eruzioni vulcaniche registrate minuziosamente dai cronisti del tempo, abbiamo costruito comuni sulle pendici del Vesuvio, interi condomini sui torrenti, ponti su terreni argillosi, abbiamo spianato boschi e pinete, drenato lagune, incendiato milioni di ettari di macchia mediterranea, interrato e ingabbiato torrenti in innaturali argini cementizi.

Sino a qualche anno fa assistevamo alle catastrofi ambientali dell’Oriente ritenendole fenomeni lontani, guardavamo per i pochi minuti concessi dalle esigenze televisive i volti disperati di profughi, di senza tetto, le carcasse di animali che, gonfie e imputridite, scivolavano su campi coltivati, diventati oceani di disperazione e di morte.

Ci sentivamo al sicuro, ai piedi delle nostre Alpi, ben protetti dal nostro clima mediterraneo, dai nostri inverni quasi ridicoli, dalle temperature miti che attiravano gli anziani della fredda Europa centro settentrionale, venuti a scaldarsi al sole di Napoli, di Roma, di Palermo, salvo spostarsi in anni più recenti, grazie alla nostra atavica incapacità di trattenerli, verso la Spagna e le Canarie.

Sono bastate una lieve modifica dell’assetto geo-termico del Pianeta, un capriccio nella corrente del Golfo, il crescente inquinamento atmosferico e le conseguenti modifiche del clima per farci svegliare di colpo in un’altra era geologica, proiettati nel volgere di pochi decenni nel drammatico girone dei fenomeni tropicali. Dinanzi a questi cambiamenti non ci siamo voluti interrogare, abbiamo continuato a pensare che i nostri argini avrebbero tenuto, che le nostre colline non sarebbero franate, che la nostra gente non sarebbe morta annegata in mari di fango o rimasta senza più nulla, tranne lo sguardo nel vuoto e quelle  lacrime di disperazione  tanto simili ad altre viste in passato sul volto di uomini e donne che ci apparivano estranei,  lontanissimi e… sfortunati.

Oggi l’Italia si trova inerme davanti a fenomeni che stanno acquistando una drammatica periodicità, dinanzi alla quale appare colpevole invocare quale esimente l’eccezionalità delle precipitazioni. Oggi sappiamo che non si tratta più di eventi con cadenza centenaria ma siamo consapevoli che l’autunno sarà sempre più spesso la stagione delle alluvioni e degli straripamenti e le estati roventi e preda di incendi spaventosi. E sappiamo pure che gli effetti saranno sempre più devastanti sul piano umano, civile ed economico, indebolendo ulteriormente la nostra già provata identità culturale e spingendoci verso l’insicurezza interiore.

Un certo ambientalismo ideologico e “peloso” – che per anni è diventato pretesto per coltivare l’antagonismo e l’eversione – ha preferito per decenni la denuncia alla proposta, ha esercitato ricatti inconfessabili per fini ignobili, museificando l’ambiente anziché governarlo ed è stato incapace di orientare le scelte di pianificazione del territorio verso quella certosina cultura della micro manutenzione dell’ambiente da affidare alle comunità locali.

Gli apparati statali e regionali, guidati quasi sempre da interessi speculativi – e in molti casi dalle mafie – in grado di generare un facile consenso, hanno avocato competenze, inventato carrozzoni pubblici, arruolato milioni di “impiegati” e spodestato intere zone del paese dalla responsabilità diretta nei confronti dell’ambiente, che coniugasse armonicamente sviluppo e sostenibilità.

Puntualmente, in occasione delle grandi e innumerevoli catastrofi “naturali” del nostro Paese, si è rinnovata la commedia dell’ipocrisia, il cordoglio delle massime cariche, l’appello alla solidarietà, l’eterna speculazione sulle ricostruzioni “finte”, progettate per essere di breve durata – come certe case automobilistiche che scientificamente prevedono la durata dei materiali impiegati solo sino al primo giorno successivo a quello di scadenza della garanzia. Poichè anche questo accade nel nostro Paese, dove il business delle ricostruzioni è il più redditizio proprio perché in grado di ripetersi nel tempo, ad intervalli precisi.

Crollano così i ponti costruiti pochi anni prima, le abitazioni edificate con soluzioni vantate – e costate – come antisismiche, argini di cartapesta, alvei dalle misure o dalle pendenze sbagliate.

In un Paese che è sempre più esausto e che sembra non avere più nemmeno la forza di ribellarsi, si leggono sui volti dei sinistrati la rassegnazione e il fatalismo e su quello dello Stato l’ipocrisia e il cinismo. Sembra proprio che l’unica vera indignazione abbia ormai preso corpo in quei “cittadini” che non possono parlare né votare ma che, se sono fiumi esondano, se sono colline franano, se sono campagne diventano paludi. Una protesta violenta, come solo la natura sa produrre quando il limite del rispetto è varcato e la dignità del sistema vivente è calpestata ed umiliata.

Tra i primi testi della mia infanzia, vi fu uno di quei “classici della gioventù” con cui nonne premurose si preoccupavano di alimentare nei propri pargoli l’amore per la lettura. Ne ricordo uno in particolare, intitolato Pattini d’Argento, scritto da Mary Mapes Dodge. Narrava la vicenda di due ragazzi olandesi che convivevano ogni giorno con quella lotta che da sempre le coste dei Paesi Bassi (chiamati così non a caso) sostengono nel confronto continuo con il mare del Nord. Nelle avventure dei giovani protagonisti narrate tra dighe e maree, si percepiva la costante presenza di un sentimento per la natura – né amica, né nemica – ma percepita come un unico sistema in cui stare con reciproco rispetto e con eterno stupore. Sono stato più volte da adulto in Olanda – come in altri luoghi come l’Islanda dove il conflitto tra uomo, terra, acqua e fuoco è costantemente presente – e vi ho trovato quello stesso fiero rispetto reciproco in un rapporto tra pari che avevo scoperto, da bambino, nelle pagine del libro che ancora oggi conservo.

Henry David Thoreau fu lo scrittore americano che dedicò due anni della propria vita nel cercare un rapporto intimo con la natura per  ritrovare se stesso in una società che non rappresentava ai suoi occhi i veri valori da seguire, ma solo l’utile mercantile. Nel suo romanzo più noto, Walden (1854), scrisse: “Solo quando abbiamo perduto il mondo, cominciamo a trovare noi stessi, a capire dove siamo e l’infinita ampiezza delle nostre relazioni con la natura.”

Nei giorni delle strade vuote, delle coste deserte e del Mediterraneo trasparente solcato da delfini e balene fin sottocosta, dei parchi urbani visitati da animali che non vedevamo da anni, della vegetazione che ha riconquistato spazi cementificati, dovremmo aver imparato una lezione che speriamo di non dimenticare, tornando alla pur diversa normalità cui aspiriamo.

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