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Poltrone, sofà e il divano regalato alla Turchia

di Luigi Sanlorenzo
Immagine: “In un Harem” (stampa dell’artista: J. G. Delincourt attivo a metà del XIX sec.)

Mentre tutti gli organi d’informazione si affannano a giudicare con toni e sfumature diverse lo sgradevole episodio accaduto ad Ankara alla corte di Recep Tayyp Erdogan, poco si sta riflettendo sulle dinamiche internazionali che frattanto si svolgono nel Mediterraneo a poche miglia dai confini meridionali europei, in quella Libia che fu controversa colonia giolittiana e poi fascista e dove l’Italia mantiene cospicui interessi in campo energetico attraverso la presenza dell’ENI.

In natura non esistono vuoti e in fisica e in filosofia l’horror vacui (paura del vuoto) indica una teoria ideata da Aristotele secondo il quale “la natura rifugge il vuoto” e perciò lo riempie costantemente, nella stessa maniera in cui ogni gas o liquido tende sempre ad occupare l’intera porzione di spazio in cui rientra. Con la formulazione di questo pensiero, in realtà, Aristotele dovette scontrarsi con la scuola pitagorica antica e la filosofia atomista, secondo cui il vuoto esiste in quanto necessità, perchè principio ontologico dell’esistenza degli enti.

Nell’ arte l’horror vacui è anche un filone che vuole esorcizzare la paura della morte intesa come annullamento totale. In epoca barocca – tempo in cui si esprime maggiormente la necessità di fuggire all’horror vacui – c’è molto sfarzo in ogni manifestazione artistica e letteraria, onde evitare che siano lasciati degli spazi vuoti. Siamo dunque nell’epoca dell’estremo collezionismo di ogni tipo, dai libri ai quadri.

Il collezionismo dei grandi mecenati dal Rinascimento in poi e dei piccoli filatelici alle prese con la solitudine dell’adolescenza, per esempio, possono essere considerati come un tentativo di ricomporre quell’unità che l’uomo dell’epoca considerata perduta ha desiderato; un’unità perduta in seguito a tante scoperte geografiche e soprattutto astronomiche che hanno messo in crisi anche la visione dell’uomo all’interno della realtà e del cosmo. Allo stesso modo, la spettacolarizzazione degli eventi, perfino dei funerali – che diventano, talvolta, occasioni mondane – è un espediente per riempire il vuoto ed esorcizzare la morte.

Pensiero filosofico e pensiero artistico, dunque, sembra che vadano d’accordo. Il critico Mario Praz ha introdotto per la prima volta il concetto in arte, in relazione all’arredamento in epoca vittoriana. Definisce l’atto di riempire completamente l’intera superficie di un’opera con dei particolari finemente dettagliati. Analogo uso conosce nella decorazione, nell’ornamentazione e nell’arredamento. Filosofia ed arte, dunque, sembrano convenire sull’idea di sopperire il vuoto. La natura ci riesce in virtù della sua essenza ontologica, l’arte necessita, invece, dell’aiuto dell’uomo, la politica elabora al riguardo strategie globali.

Il vuoto e la paura che consegue al vuoto perseguitano anche lo scrittore. In editoria, ad esempio, si evitano i dialoghi spezzati che lasciano spazi vuoti nella pagina, come se quegli spazi bianchi inghiottissero e paralizzassero l’artista, prima di cominciare a riempirli.

È stato inoltre appurato che, a parità di qualità di libro, il lettore finisce per scegliere sempre quello con impaginazione più fitta e compatta, a dimostrazione che – in maniera totalmente inconscia – tutti noi agiamo spinti dal terrore del vuoto.  È infine la descrizione lo strumento prediletto dallo scrittore, lo stesso in cui sembra rifugiarsi per riempire narrativamente il contenuto di un libro.

In psicologia l’horror vacui aristotelico prende il nome tecnico di cenofobia o agorafobia, ovvero l’angoscia nel trovarsi in spazzi aperti o sconosciuti che non consentano di controllare la situazione. Una condizione, quella psicologica, che non riguarda soltanto i soggetti patologici in prima linea, ma – in forma diversificata – tutti quanti noi. Il terrore del vuoto appare radicato più che mai in condizioni di isolamento, di estraneità rispetto a un mondo che si mostra in una forma completamente diversa da quella a cui si era abituati. Tuttavia, è una paura che sembra appartenere a tutti, perchè sì, ciascuno di noi avrà fatto i conti almeno una volta con le proprie fragilità, con l’abbandono, la delusione. Fenomeni e stati d’animo che la pandemia ha rivelato in modo clamoroso con le conseguenze, talvolta tragiche che la cronaca ha registrato durante questo tempo infinito e sospeso che stiamo vivendo.

Il confronto sociologico, infatti, è una condizione essenziale nelle nostre vite. Affinchè si possano fronteggiare al meglio le difficoltà della vita, l’uomo tende a costruirsi delle sovrastrutture sociali, le impalcature contro cui – per intenderci – Vitangelo Moscarda, il protagonista del romanzo pirandelliano “Uno, nessuno, centomila”, si scaglia perchè le considera menzogne.  Non si può negare che proprio queste sovrastrutture, però, consentano di sentirci protetti nell’incontro-scontro con l’altro. È dunque la solitudine, come assenza di persone, il presupposto fondante del terrore del vuoto.

È nel silenzio della solitudine che trovano posto i pensieri, quelli più profondi, quelli che di notte ci tengono svegli, gli unici che non ci permettono di sfuggire al giudizio più temuto di ogni altro: quello dell’io giudicante. Tuttavia, essere sempre connessi ci consente di non essere mai soli e, se in questo isolamento non siamo ancora pronti ad incontrare noi stessi, proviamo a colmare il nostro vuoto, come accade ad un artista, ad un filosofo oppure ad uno scrittore sin dai tempi degli amanuensi che, nel gelo dei monasteri medievali,  riempivano di meravigliose illustrazioni i testi bruciacchiati dell’antichità classica, che riscaldavano la loro fantasia e quella dei milioni di lettori loro debitori nei secoli successivi.

Basta, mi pare sufficiente per introdurre il tema che, in modo attuale e fattuale, forma l’oggetto di questo articolo della domenica, puntualmente offerto ai pazienti lettori de Lo Spessore.

Dalle stelle dell’universo e dalla metafisica più ardita è il momento di scendere nelle stalle non sempre asettiche della geo-politica dove il fenomeno del riempimento del vuoto si è costantemente ripetuto nella storia dell’Umanità. Territori posseduti da padroni deboli o inadeguati o abitati da popoli incapaci, sedi vacanti di poteri decaduti, difficili successioni, improvvise scomparse di re, imperatori, papi e leader di ogni genere hanno sempre avuto breve durata e il vuoto da essi lasciato è stato rapidamente riempito da nuovi arrivati, non sempre pacifici e più spesso agguerriti e nuovi dominatori.

La storiografia al riguardo è sterminata. Il fenomeno si ripete in questi giorni nel Mediterraneo con particolare riferimento alla Libia dove,  dopo la caduta della Giamahiria,  la repubblica “personale”  formalmente socialisteggiante e “non allineata” del dittatore  Mu’ammar Gheddafi ucciso a Sirte il 20 ottobre 2011 ,  la breve e inconsistente primavera araba e il subentro dei  fondamentalisti vicini ad Al Qaeda, si sono scatenati gli appetiti internazionali utilizzando senza troppi scrupoli le due principali fazioni di cui può essere utile ripercorrere brevemente  la storia recente.

Dopo il 18 maggio 2014 la situazione è precipitata in seguito al colpo di stato del generale Khalifa Belqasim Haftar e con l’occupazione del palazzo del Parlamento a Tripoli da parte di soldati a lui fedeli. Il generale aveva lanciato due giorni prima un attacco contro alcune milizie islamiche nella Cirenaica, non autorizzato dal governo centrale. Tuttavia, il 30 luglio 2014, una di queste milizie, Anṣār al-Sharīʿa ha occupato Bengasi proclamando l’emirato islamico. Nella stessa Tripoli si sono verificati violenti scontri, in particolare nella zona dell’aeroporto fra una milizia islamica chiamata Fajr Lībiyā (Alba della Libia) e altre milizie laiche; entrambe sono favorevoli al governo, ma non si conosce la loro posizione nei riguardi del generale Haftar.

Il 17 dicembre 2015, a Skhirat, in Marocco, i rappresentanti del Congresso di Tripoli e della Camera di Tobruch hanno firmato un accordo per la formazione di un “governo di accordo nazionale”, sotto l’egida delle Nazioni Unite. In vigore da marzo 2016, l’accordo di pace non ha ancora ottenuto l’appoggio della Camera dei rappresentanti di Tobruk e del generale Haftar.

Il 28 febbraio 2019 i due governi rivali sancivano un accordo in vista delle rinviate elezioni generali. Il 27 novembre però il governo di Tripoli firma con la Turchia un accordo militare. A seguito di ciò, il parlamento di Bengasi rompe le relazioni con la Turchia, e il generale Haftar proclama il jihad contro la Turchia.  Inoltre, Haftar ha ottenuto un crescente sostegno da parte della Russia, sia in termini di soldati sul terreno che di appoggio diplomatico e di armamenti. Nel 2020 proseguono i combattimenti tra le due fazioni, e il presidente egiziano al-Sisi ha dichiarato che l’assedio di Sirte rappresenterebbe una linea rossa per un intervento militare dell’Egitto a sostegno del governo di Tobruch.

Il 21 agosto 2020 il presidente del governo di Tripoli, Fayez al-Sarraj, e il presidente del parlamento di Tobruch, Aguila Saleh, hanno dichiarato di comune accordo un immediato cessate il fuoco, e previsto elezioni generali per il marzo 2021, chiedendo il ritiro dei mercenari stranieri dal territorio libico.

Dopo la sua scelta nei colloqui di Ginevra guidati dall’ONU, il nuovo governo di unità nazionale – ad interim – guidato da Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh, che ha  ricevuto una maggioranza di 132 voti su 178 la fiducia dal Parlamento libico il 10 marzo 2021, cinque giorni dopo ha prestato giuramento e si è insediato a Tripoli, sostituendo entrambi i governi rivali precedenti: quello di Fayez Al Serraj e quello fedele al maresciallo Khalifa Haftar, con sede a Tobruk.  

Dbeibeh ha ora il mandato preciso di accompagnare la Libia verso libere elezioni il prossimo 24 dicembre, un compito non facile; riunificato in modo pur ancora precario il paese, il nuovo presidente ha iniziato a chiedere aiuti per contrastare le bande tribali e le milizie armate che da sempre hanno rappresentato la piaga principale anche in funzione di resistenza nazionalistica nei confronti degli occupanti prima turchi  poiché dell’impero ottomano la Libia fu parte fino dal 1551 al 1912,  poi  italiani illusi dal sogno fatale dell’impero.

Tale tradizione resistenziale ebbe veri e propri eroi quali Omar al-Mukhtar  l’ultra settantenne  e venerato capo della resistenza fatto giustiziare nel 1931 dopo un processo farsa e senza alcuna pietà dal Maresciallo Rodolfo Graziani, su esplicito ordine del Governatore Pietro Badoglio e   sotto il cui comando gli italiani commisero molte atrocità anche contro i civili,   anche con l’impiego dei gas quali l’iprite già sperimentato appunto  a Ypres in Belgio durante la Grande Guerra. Ancora oggi la visione del film “Il leone del deserto” del regista siriano Mustafà Accad che narra le vicende del patriarca senussita dal punto di vista arabo, è vietato per censura ministeriale e non è mai stato distribuito dal servizio pubblico italiano; lo fu soltanto su Sky nel 2009.

Una brutta pagina che ha lasciato complessi di colpa pesanti poichè  non fummo certo quegli  “italiani brava gente” di cui avrebbe narrato successivamente l’omonimo film di guerra del 1964 diretto da Giuseppe De Santis, ambientato durante la Campagna italiana di Russia e che è rimasto a lungo un appellativo, in larga parte aderente alla realtà, degli italiani in ogni parte del mondo.

Tornando all’attuale presidente ad interim del Consiglio libico Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh,  si è già detto come in più occasioni abbia sostanzialmente chiesto aiuti e armi per difendere la propria periclitante posizione ed accompagnare il paese verso la transizione democratica, scansando i tanti agguati lungo il cammino dei prossimi mesi.

In breve,  va ricordato che gli Stati Uniti di Donald Trump, chiusi negli ultimi anni al proprio interno i nome di America First e  i principali paesi dell’Unione Europea si sono rifiutati questi  ultimi  ancora sotto il peso dell’antico colonialismo e con in corso le tante manifestazioni popolari che hanno preteso perfino l’abbattimento di statue di protagonisti di quel secolo, in Italia perfino  quella di Indro Montanelli nei giardini di Milano,  dimenticando ogni regola dell’analisi storica che impone ad ogni giudizio i confini posti  dal contesto storico e culturale in cui sono maturati gli eventi.

In tale vuoto si è ora potentemente inserita la Turchia di Erdogan che, coltivando l’antico sogno di resuscitare l’impero ottomano e privo degli scrupoli europei, non ha esitato ad accomodarsi su tale comodo divano – parola peraltro di origine turca, diwan, che vuol dire “luogo dove il potere prende decisioni” –    e fornire alla Libia quanto richiesto, stabilendo un’influenza determinante nell’area, di cui vedremo presto gli sviluppi non certo rassicuranti.

Insomma, è come se dal 1939 al 1941, gli Stati Uniti, memori delle atrocità commesse dagli inglesi durante la Guerra d’Indipendenza di cui il film “Il Patriota” con Mel Gibson del 2000 è un affresco drammatico e affascinante, avessero negato appoggio al Regno Unito con i convogli marittimi che precedettero l’ingresso in guerra dopo Pearl Harbour nel dicembre del 1941, lasciando che le isole britanniche fossero conquistate dalle armate di Adolf Hitler, cambiando così il volto della storia.

Alcuni sprovveduti commentatori hanno criticato la recente visita del premier italiano Mario Draghi a Tripoli, la prima all’estero, di cui Agenzia giornalistica AGI ha riportato il significato: “Un incontro che il premier italiano, alla sua prima missione all’estero, definisce “soddisfacente, caloroso e ricco di contenuti”. Draghi sottolinea il “momento unico” che sta attraversando il Paese. “Il governo di unità nazionale è stato riconosciuto e legittimato dal Parlamento e sta procedendo alla riconciliazione nazionale. In questo senso il momento è unico per ricostruire un’antica amicizia e una vicinanza che non ha mai conosciuto pause”, spiega prima di ricordare “che l’ambasciata italiana è stata l’unica aperta durante tutti questi lunghissimi anni di conflitto e di pericolo”.

Si deve cogliere dunque l’opportunità del presente, insiste, “per ricostruire e guardare al futuro in Libia” ma per farlo, avverte, “il cessate il fuoco deve continuare e deve essere strettamente osservato”.

Anche sul fronte dell’emergenza migranti, l’Italia conferma “aiuto e sostegno”. Draghi esprime “soddisfazione per quel che la Libia fa per i salvataggi” in mare e aggiunge che “il problema non è solo geopolitico ma anche umanitario. “E da questo punto di vista – afferma – l’Italia è uno dei pochi, forse l’unico Paese, che continua a tenere attivi i corridoi umanitari”. “Il problema dell’immigrazione per la Libia – continua – “non nasce solo sulle coste ma si sviluppa anche sui confini meridionali. E l’Unione europea è stata investita del compito di aiutare il governo libico anche in quella sede”. Draghi conferma infine che l’Italia “aumenterà le borse di studio per gli studenti libici” e che c’è “l’intenzione di riportare l’interscambio culturale ed economico “ai livelli degli anni passati e anzi di superarli. C’è un desiderio di cominciare, voglia di fare, di futuro e di ripartire in fretta.”

Ci vuole poco per capire quanto  in ballo  siano i timori europei e gli interessi italiani,  eppure molti non riescono ancora oggi a sopportare il nuovo corso impresso da Draghi alla politica italiana e il crescente ruolo, stavolta politico e non finanziario nell’Unione Europea dov’ è più probabile che egli sia il successore della von der Leyen nel 2024 piuttosto che di Sergio Mattarella in Italia nel 2022; ciò anche in considerazione della necessità di guidare il paese anche dopo le elezioni nazionali del 2023 come auspicato da più parti consapevoli che la transizione epocale del Paese richiederà anni difficili ed una guida affidabile.

E’ di tutta evidenza come il gesto di Erdogan di lasciare in piedi la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen martedì scorso, sia stato la risposta, rozza e barbarica, alle preoccupazioni dell’Unione circa le mire turche nell’Egeo in danno della Grecia e in Libia che, non va dimenticato, possiede risorse petrolifere ancora molto ingenti di cui gli italiani di un secolo fa non si accorsero mai. L’episodio di Ankara è stato reso ancor più grave dalla mancata reazione del Presidente del Consiglio degli Stati Europei, il belga Charles Michel, che presto dovrà trovarsi un’altra occupazione visto che il suo mandato iniziato nel 2019 dura due anni e mezzo e non sembra che ci sia in programma di rinnovarlo, come sarebbe consentito, per altrettanti. Un bel guaio nell’economia domestica del titolare di una delle figure più cacine degli ultimi anni, cui verrebbero a mancare uno stipendio di circa venticinquemila euro al mese oltre ad un assegno per la residenza, dato che si è scelto di non dotare tale carica di un “alloggio” istituzionale.

Al di là di Monsieur Michel di cui importa poco oggi più di ieri, resta la morale da trarre dalla vicenda internazionale di Recep Tayyp Erdogan ormai sotto gli occhi di tutti come lo fu, peraltro, anche quella di Adolf Hitler coccolato in chiave antibolscevica, come un bambino capriccioso fino a quando ciò divenne intollerabile. Nè appaia esagerato il confronto in considerazione delle costanti violazioni dei diritti umani e di repressione del dissenso in Turchia, almeno per quel poco che filtra dalle strette maglie della polizia segreta del nuovo sultano, come peraltro, dopo pochi giorni,   calò il silenzio sulla riconversione della Basilica di Santa Sofia ad Istanbul da museo patrimonio dell’Umanità a moschea di stretta osservanza musulmana –  ne ho scritto altrove il 27 luglio scorso – senza che gli islamici moderati, che pure esistono in Turchia e nel mondo,  abbiano trovato nulla da eccepire.

Quanto a lungo l’Europa subirà il ricatto del trattenimento dei migranti ai confini orientali dell’Unione per i quali sborsa al dittatore turco ogni anno oltre sei miliardi di euro per tenerli lontani dalle linde città tedesche, francesi o italiane?  

Quanto a lungo la presenza turca nella NATO – e come tale ospitante nel proprio territorio, in forza della dottrina del nuclear sharing, tra 50 e 90 testate nucleari nella base aerea di Adana, Incirlik –  indurrà il democratico Joe Biden ad essere meno esplicito con Erdogan come più radicale è stato giustamente nei confronti di Vladimir Putin? Sono domande a cui l’accelerazione delle mosse turche esigerà presto più di una risposta, fuori da complessi di colpa, colpevoli resipiscenze, pavide esitazioni che il nuovo futuro  che va a costruirsi dopo la pandemia ha il dovere di dare, almeno finchè esisterà una libera stampa in grado di non dare tregua a dittatori variamente camuffati e ad imbecilli, indecisi e complici di chi pensa, come la Cina, la  Russia e seppur in forma minore la Turchia,  sia giunto il momento di lanciarsi in vari modi alla conquista del mondo libero.

Intanto, va registrata la dichiarazione inviata ai media italiani dal presidente del Gruppo del PPE al Parlamento Europeo, Manfred Weber: “Il primo ministro Draghi ha ragione. Sotto la guida del presidente Erdogan la Turchia si è allontanata dallo stato di diritto, dalla democrazia e dalle libertà fondamentali nell’ultimo decennio. La Turchia non è un Paese libero per tutti i suoi cittadini. Se l’Europa vuole costruire un partenariato costruttivo con Paesi come la Turchia, ed è nel nostro interesse strategico farlo, dovremmo parlare chiaramente e onestamente dei fatti sul campo” – Weber ha poi aggiunto – “È anche il motivo per cui abbiamo chiesto già da anni al Consiglio di chiudere finalmente   la procedura di allargamento della Turchia all’Ue. Siamo categoricamente contro una prospettiva di adesione della Turchia all’Ue e finché è sul tavolo ostacola un rapporto più realistico e franco con il Paese”.

Per quanto tempo l’ombra di Monaco peserà ancora sulla fragile ed esitante Unione Europea?

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