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Nuova emergenza ambientale. Tonnellate di carburante nelle spiagge turistiche delle Mauritius

di C. Alessandro Mauceri

Il governo delle Mauritius ha dichiarato lo “stato di emergenza ambientale” dopo che una nave naufragata ha iniziato a rompersi, riversando oltre 1000 tonnellate di petrolio e altri combustibili nell’Oceano Indiano.

Alla fine di luglio, la Mv Wakashio, di proprietà giapponese ma battente bandiera di Panama (!), in viaggio dalla Cina al Brasile con quasi quasi 4.000 tonnellate di olio combustibile e 200 tonnellate di diesel a bordo, si era incagliata non lontano da Pointe d’Esny, vicino alla riserva del Blue Bay Marine Park dove si trovano molte spiagge turistiche. Solo da giovedì, però, a causa della falla aperta e ampliata dalle cattive condizioni meteo, il carburante ha cominciato a riversarsi nelle acque cristalline: sono già oltre mille tonnellate quelle finite in mare.

É la prima volta che Mauritius si trova ad affrontare una simile emergenza. Nel corso di una conferenza stampa, il Ministro dell’ambiente mauriziano, Kavydass Ramano, ha dichiarato che il paese sta affrontando una crisi ambientale senza precedenti. “Questa è la prima volta che ci troviamo di fronte a una catastrofe di questo tipo e non siamo sufficientemente attrezzati per gestire questo problema”, ha detto Sudheer Maudhoo, il ministro della pesca. Una situazione resa ancora più grave dal fatto che il paese basa la propria economia sulle sue lagune incontaminate per il turismo e la pesca. Posta a 1.200 miglia al largo della costa orientale dell’Africa, Mauritius conta 1,3 milioni di abitanti ai quali ogni anno si aggiungono quasi 1,4 milioni di turisti (dati 2019 Ministero del turismo) che affollano le spiagge e in cerca delle molte specie rare o in via di estinzione

Per giorni, dopo il disastro, le autorità non hanno potuto far nulla tranne evacuare personale di bordo. Solo successivamente è intervenuto un team di recupero che però non sarebbe riuscito a stabilizzare la nave. A questo punto non è stato più possibile non chiedere aiuto. I primi ad intervenire, dalla vicina isola di Reunion (sotto la giurisdizione francese) sono stati gli uomini dell’Eliseo “Quando la biodiversità è in pericolo, bisogna agire in fretta. La Francia c’è, potete contare sul nostro aiuto”, ha scritto il presidente francese Macron che ha anche inviato un aereo militare con attrezzature per monitorare l’inquinamento. Anche il governo di Tokyo ha promesso di inviare alcuni esperti “con conoscenze specifiche delle attività di soccorso nei disastri ambientali”.

La paura è che con il peggiorare delle condizioni meteo, possa aumentare la fuoriuscita di petrolio causando l’ennesimo disastro ambientale per colpa di una nave piena di petrolio. “Ancora una volta vediamo i rischi nel petrolio”, ha dichiarato Happy Khambule, responsabile della campagna climatica ed energetica di Greenpeace, che ricordato che migliaia di specie nelle lagune sono a rischio. “L’aggravamento della crisi climatica, oltre a devastare gli oceani e la biodiversità e minacciare i mezzi di sussistenza locali intorno ad alcune delle lagune più preziose dell’Africa”.

Dal canto suo, la società proprietaria del Wakashio, la Nagashiki Shipping, ha promesso di “proteggere l’ambiente marino e prevenire un ulteriore inquinamento”. Ad oggi non è chiaro, però, se la società si è offerta di pagare per le operazioni di pulizia o di offrire un risarcimento per i gravi danni. Ad una richiesta in tal senso, un rappresentante dell’azienda non ha risposto.

La polizia mauriziana ha aperto un’inchiesta.

Ogni anno sono molti gli “incidenti” causati da fuoriuscite di petrolio. E sempre con conseguenze ambientali catastrofiche. L’ultima due mesi fa, a giugno, in Russia: più di 20.000 tonnellate di gasolio sono state versate in un fiume della Siberia nord-orientale.

E quasi sempre, dichiarare lo stato di emergenza non è basta a rimarginare le ferite inferte all’ambiente messo a dura prova sempre di più ogni giorno che passa.

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