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L’era delle news a consumo. Divari tra media e argomenti trattati

di C. Alessandro Mauceri

Spesso i media e i social network (oggi l’informazione viaggia più su questi canali che su quelli “istituzionali”) dedicano più attenzione a notizie futili, avvenimenti che hanno poca importanza. A queste notizie vengono concessi enormi “spazi” di manovra. Al contrario, di altri temi, di altri argomenti e notizie non si parla quasi mai. E quando lo si fa, quasi sempre, al “trafiletto” iniziale non segue alcun approfondimento, nessun aggiornamento, nessuna spiegazione. Niente.

A dimostrare che questa è l’amara realtà, un rapporto di Care International pubblicato nei giorni scorsi. Dal rapporto emerge che le notizie riguardanti le 10 crisi umanitarie più gravi del 2020 hanno ricevuto (tutte insieme) meno attenzione da parte dei media rispetto a quella dedicata alla presentazione di una recente console per videogiochi.

Casi come la diffusione della violenza in Guatemala, la fame in Madagascar e le catastrofi naturali in Papua Nuova Guinea, sono finite in secondo piano perché ritenute poco importanti. Ben diversa l’attenzione dimostrata per eventi come l’Eurovision song contest o altri. Una situazione che non è un caso e non si limita a questo o quel paese.

Nei primi mesi del 2021, la scelta degli argomenti è sempre la stessa. Anche in Italia: tutti lì a parlare del Festival di Sanremo, ma solo pochi hanno dedicato spazio al rapporto UNICEF che denuncia che saranno centinaia di milioni i bambini che a causa del coronavirus dovranno rinunciare all’educazione di base. Le conseguenze tra i due eventi, però, sono ben diverse: chiuso il sipario, il Festival (salvo qualche breve strascico sul look di questo o quel gruppo) non cambierà la vita di nessuno. Al contrario, per centinaia di milioni di bambini la vita cambierà. Eccome: non poter andare a scuola significherà essere costretti ad un livello di povertà che durerà tutta la vita. Significherà, dal punto di vista geopolitico, rendere molti paesi poveri ancora più poveri e aumentare il divario che li separa dai paesi sviluppati o in via di sviluppo vanificando gli sforzi fatti fino ad ora. Significherà anche aumentare il numero dei migranti che lasceranno il proprio paese in cerca di una educazione che lì non è possibile (secondo l’IOM, nel mondo, circa un terzo dei migranti – centinaia di milioni di persone – lo fa per motivi di studio).

“Covid-19 ci ha dimostrato che le crisi umanitarie possono verificarsi ovunque, ma per così tante persone, in particolare donne e ragazze, Covid-19 è solo un’altra minaccia oltre a ciò che devono già affrontare”, ha detto la coordinatrice dell’advocacy umanitaria di Care e rappresentante delle Nazioni Unite Delphine Pinault.

Mentre tutti i media sono concentrati sui tassi di contagio in Italia, nessuno parla di ciò che avviene in altri paesi. In Brasile, ad esempio, i TG hanno mostrato folle immani accalcarsi intorno all’ex presidente scarcerato. Nessuno, però, ha dedicato una parola alla situazione dei contagi che, proprio in questo paese, sono ai massimi livelli mondiali. Ancora peggiore, se possibile, la situazione in India: con oltre un miliardo 380milioni di abitanti, questo paese è il secondo più popoloso del pianeta. Ma di cosa sta accadendo qui a proposito del coronavirus non parla nessuno. Così per l’Africa: di questo paese si parla solo quando a proposito di migranti o per fornire notizie brevi e superficiali circa eventi singoli (il protrarsi della detenzione di un ragazzo in Egitto o l’omicidio di un diplomatico italiano e di un carabiniere in Congo); poi il nulla. “Non dobbiamo tacere mentre il mondo ignora le crisi iniziate molto prima del Covid-19 e tuttavia non sono ancora state affrontate”, ha detto la Pinault.

Il punto è che di queste crisi, alle televisioni, ai media, ai social network importa poco o nulla: parlare di questi argomenti non solo non produce ricchezza, ma non consente loro di vendere lucrosi spazi pubblicitari. Anzi, al contrario, si rischia di sviluppare un senso civico che molti ritengono scomodo. Secondo i dati delle Nazioni Unite, a livello globale, sta aumentando notevolmente il numero delle persone che potrebbero aver bisogno di aiuti umanitari (un aumento del 40% rispetto al 2020). Allora meglio non parlare di chi ha bisogno d’aiuto. Anche in Europa, dove non si è più sentito parlare della crisi in Ucraina.

Meglio parlare di videogiochi. O del calcio. O della presentazione della nuova macchina per il prossimo campionato di F1. Una vettura, come si legge nella notizia e si sente negli ampi spazi dedicati dai TG, che ha condotto i propri test nel circuito del Bahrein. Proprio uno di quelli costruiti (come molti altri realizzati nei paesi del Medio Oriente) in tempi record da lavoratori trattati come schiavi. Di questo, però, durante la presentazione della nuova monoposto di F1, non si è parlato. Così come nessuno, sempre a proposito del Bahrein, ha pronunciato una sola parola per ricordare cosa è avvenuto in questo paese proprio dieci fa: il 14 Febbraio 2011, decine di migliaia di cittadini si accamparono nella Rotonda della Perla, nella capitale Manama, protestando e chiedendo giustizia, la fine della corruzione e delle disuguaglianze, libertà, sviluppo, democrazia e dignità. La loro protesta, che seguiva quelle al Cairo, in Egitto, e in altri paesi arabi, durò settimane. Alla fine autorità del Bahrein chiesero aiuto al Consiglio di Cooperazione del Golfo. Rispose l’Arabia Saudita che cancellò le proteste con un colpo di ruspa: le tende in cui si erano accampati i manifestanti vennero rimosse con tutta la pavimentazione della Rotonda della Perla, la piazza centro della protesta (un gesto esemplare per far capire che non sarebbe rimasto alcun ricordo delle proteste). Decine i morti e migliaia le persone arrestate. Da allora, in questo paese, i partiti di opposizione sono fuorilegge, l’unico quotidiano indipendente è stato chiuso e vigono leggi altamente restrittive per limitare la partecipazione politica. Ma i giornali non ne parlarono. Né allora né oggi, a distanza di 10 anni. Di tutto questo, si preferisce non parlare.

Meglio parlare di F1. O del nuovo modello di console per videogiochi…

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