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Quando lo smartphone è troppo smart

di C. Alessandro Mauceri

C’era una volta il telefono. Uno strumento che serviva per “telefonare”. Per far sentire la voce di una persona ad un’altra lontana. Ora, con la diffusione dei cellulari (specie quelli di ultima generazione), parlare è solo l’ultima delle utilità: le “applicazioni”, i software, i programmi sono decine. Dai giochi (online e offline) per passare il tempo ai programmi per accedere a servizi importanti (inclusi quelli della pubblica amministrazione).

Dai programmi per gestire i propri risparmi in banca ai sistemi per i rapporti con scuole o università. E poi un’infinità di altri software per fare di tutto (dai rapporti con le concessionarie al noleggio condiviso di auto e monopattini, alla visita virtuale di alcuni musei). Per non parlare delle decine di programmi per lavorare in remoto, in video conferenza che durante la pandemia hanno avuto un vero e proprio boom.

Con una simile diffusione di applicazioni era inevitabile che accadesse. Cosa? Che qualcuno decidesse di sfruttare alcune di queste app per accedere ai dati personali degli utenti. Per poi utilizzarli per scopi i più disparati. A volte anche in modo poco trasparente.

A denunciare questo pericolo è stata l’Autorità Garante per la Privacy. In un comunicato diffuso il 29 Settembre, l’Autorità per la Privacy ha invitato tutti a fare attenzione a tenere il “microfono sempre acceso” e ha annunciato di aver avviato “un’indagine sulle app “ruba dati” e sul mercato dei dati”. Smartphone: attenzione al microfono sempre acceso. Il Garante Privacy… – Garante Privacy

Secondo quanto riportato nel comunicato, si tratterebbe di “un fenomeno sempre più diffuso”. Il sistema adoperato sarebbe sorprendentemente semplice: al momento del download, molte app chiedono, tra le autorizzazioni di accesso, anche l’utilizzazione del microfono del cellulare. Poi, una volta concessa questa autorizzazione (di solito gli utenti lo fanno senza informarsi a fondo sull’uso che verrà fatto dei propri dati), la voce degli ignari utenti verrebbe registrata e utilizzata per vari scopi. Prima di tutto quello commerciale.

A spingere il Garante per la Privacy ad avviare un’indagine in collaborazione con il Nucleo speciale privacy e frodi tecnologiche della Guardia di Finanza, è stato un servizio televisivo e la segnalazione di alcuni utenti che avevano segnalato che bastava “pronunciare alcune parole sui loro gusti, progetti, viaggi o semplici desideri per vedersi arrivare sul cellulare la pubblicità di un’auto, di un’agenzia turistica, di un prodotto cosmetico”.

Per questo, ’Autorità ha avviato un’indagine che prevede “l’esame di una serie di app tra le più scaricate e la verifica che l’informativa resa agli utenti sia chiara e trasparente e che sia stato correttamente acquisito il loro consenso”.

Ma la questione potrebbe essere molto più spinosa. Il punto non è se l’utente è informato dell’uso che si farà del microfono (o di altri dati caricati sul cellulare). Non bisogna dimenticare, infatti, che ad utilizzare questi smartphone spesso sono minorenni o adolescenti. Inoltre, spesso, quando si scarica una app non tutti gli utenti leggono fino all’ultimo rigo delle note informative sulla privacy. A questo si aggiunge che pochi degli utilizzatori delle app più diffuse si prendono la briga di leggere fino in fondo i documenti, dove si parla dell’autorizzazione all’uso dei dati personali. Per non parlare del fatto che spesso sono scritte in modo criptico (per non dire volutamente incomprensibile).

Non basta che gli utenti siano informati dell’uso che farà dei dati rilevati di nascosto chi gestisce quella app. Sarebbe più utile impedire che questi dati venissero rilevati. Questo sarebbe rispettare davvero la privacy dei cittadini.

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