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Marat-Corday: una storia maledetta

di Valentina Becchetti25 Agosto 2020
di Valentina Becchetti25 Agosto 2020
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Jacques-Louis David, LA MORTE DI MARAT, 1793

Una sigla un po’ tetra, un titolo eclatante e una voce soavemente distaccata avrebbero potuto accompagnare il caso dell’anno, se nel 1793 ci fossero state Franca Leosini, Roberta Petrelluzzi e Federica Sciarelli per raccontare cosa avvenne la sera del 13 luglio a casa di Jean-Paul Marat, uomo politico e giornalista francese, brutalmente ucciso nella sua vasca da bagno da Charlotte Corday, una convinta girondina, mai pentita e immediatamente condannata alla ghigliottina.

Ci darebbero i cenni biografici dei protagonisti, ci spiegherebbero i fatti, ci darebbero il movente, sollecitando inoltre la nostra curiosità con interviste, testimonianze, foto e colpi di scena dell’ultimo minuto. Ma non c’erano. C’erano però gli artisti a testimoniare, enfatizzare e riportare i fatti. Uno in particolare, Jacques-Louis David, pittore filo-giacobino e amico stretto di Marat, fu incaricato di dipingere la morte dell’amico e la scena del delitto, un delitto politico, in un momento storico difficile in cui, alla fine, tutti erano diventati nemici di tutti e in cui una sinistra più radicale (i giacobini) aveva preso il sopravvento su quella più moderata (i girondini). Jean-Paul Marat era una delle figure emblematiche del Giacobinismo e ciò fu la causa dell’omicidio di cui rimase vittima.

Jean-Paul Marat era nato nel 1743 in Svizzera. Dopo aver esercitato la professione medica, iniziò ad interessarsi alle vicende della Rivoluzione Francese, scoppiata nel 1789. Fu in quell’anno che fondò L’ami du peuple [L’amico del popolo], tramite il quale consolidò le sue posizioni radicali. Eletto presidente del Club dei Giacobini, Marat iniziò a pubblicare articoli intensi e pungenti, intrisi di un fanatismo sanguinario, con i quali incitava i francesi a ribellarsi ai Girondini che erano al potere. Nel settembre del 1792 fu eletto deputato alla Convenzione e andò a sedersi tra i banchi della coalizione dei membri più radicali.

I primi contrasti tra Girondini e Giacobini si delinearono su tre temi principali: la guerra contro l’Austria per la liberazione dei popoli oppressi dall’assolutismo e per la difesa della Rivoluzione in patria; il federalismo sostenuto dai girondini e avversato dai giacobini, invece favorevoli a una Francia “una e indivisibile”; e, infine, il processo al re Luigi XVI per il quale i Giacobini chiedevano la condanna a morte mentre i Girondini tentennavano.

Alla fine, la guerra contro l’Austria accentuò l’odio popolare verso il sovrano che venne destituito il 10 agosto 1792, Quindi processato e giustiziato il 21 gennaio 1793. Anche l’idea federalista subì i rinnovati attacchi da parte dei Giacobini; leggi dure e persecuzioni colpirono tutto ciò che era considerato controrivoluzionario, compreso il club dei Girondini, i cui capi vennero in gran parte arrestati e giustiziati su richiesta di Jean-Paul Marat. Fu la fine dei Girondini.

Marie-Anne-Charlotte de Corday d’Armont era una giovane donna della provincia francese, girondina, convinta che Marat fosse il maggiore sobillatore della guerra civile. Giunse a Parigi l’11 luglio 1793 dove apprese dal deputato Lauze-Duperret che Marat da tempo non si presentava più alla Convenzione e che Riceveva soltanto in casa. La donna allora scrisse più volte a Marat per essere ricevuta, ma senza successo. Dopo aver acquistato un coltello, decise infine di scrivere un biglietto in cui dichiarava di essere in possesso di una lista di nomi di cospiratori di Caen.

Le testimonianze ci dicono che Charlotte venne fermata dalla portinaia che non voleva farla entrare. Tuttavia riuscì a passare e ad arrivare alla porta di Marat. Alphonse de Lamartine ci riferisce che la sorella Di Marat le impediva l’accesso e che Marat, che stava facendo il bagno per curare una fastidiosa malattia della pelle, disturbato dall’alterco tra le donne, chiese spiegazioni e fu così che il biglietto ingannevole finì nelle sue mani. A quel punto, ordinò di introdurre la donna e chiese di rimanere da solo con lei. La sorella (in alcuni scritti, invece, si parla della compagna di Marat), si mise ad origliare. La Corday rimase in piedi di fronte alla vasca in attesa di essere interrogata e, quando le fu posta la domanda sulla situazione in Normandia, Charlotte riferì che a Caen c’era una forte coalizione controrivoluzionaria che si stava organizzando per marciare verso Parigi. Marat ne era già a conoscenza e sapeva che la Rivoluzione aveva preso contromisure e la congedò. La donna allora estrasse il coltello e lo pugnalò sotto alla clavicola, squarciando la carotide. Poi ritirò il coltello e lo lasciò cadere ai suoi piedi. A quel punto, prima di morire, Marat urlò “A me, mia cara amica”. Ebbe solo il tempo di gridare aiuto. La Corday venne fermata da Laurent Bas, l’incaricato delle spedizioni del giornale, mentre la compagna di Marat cercava di fermare l’emorragia. Jean-Paul Marat morì in pochi minuti. Velocemente la casa si riempì di visitatori: la notizia si sparse per tutta Parigi. Charlotte Corday venne sottratta al linciaggio solo perché si sperava di avere da lei i nomi dei mandanti e dei complici, peraltro inesistenti poiché la giovane donna aveva compiuto il gesto in totale autonomia. Venne trascinata via e rinchiusa nella prigione di Abbaye. In tribunale non mostrò il benché minimo rimorso o pentimento per il delitto commesso e, dopo un sommario processo dall’esito scontato, quattro giorni dopo, il 17 luglio 1793 venne condannata alla ghigliottina. Charlotte Corday si diresse al patibolo senza un cedimento né un segno di paura, certa di aver compiuto il proprio dovere.

L’omicidio di Marat venne visto dai più come il martirio di un eroe. Durante l’autopsia, il cuore venne asportato, imbalsamato e donato al Club dei Cordiglieri che lo appesero al centro della sala delle riunioni, mentre la sua vasca, durante il funerale, venne esposta sull’altare a mo’ di simbolo religioso. E Roberspierre compose una solenne orazione in onore dell’urna di Marat. Per tutta la notte del 16 luglio un corteo sfilò in suo onore.

L’assassinio di un giornalista, di una delle voci più ascoltate dal popolo, fu un crimine che impressionò le forze della rivoluzione e, tra gli altri, il pittore Jacques-Louis David, che era particolarmente coinvolto sul piano emotivo in quanto grande amico di Marat. Fu, quindi, incaricato dalla Convenzione di dipingere un quadro, da esporre nella sala dell’Assemblea, che rendesse omaggio al martire della Rivoluzione. Dopo tre mesi il capolavoro era ultimato: La morte di Marat. Il dipinto conobbe subito una grande popolarità come dramma della Rivoluzione francese, poiché raffigurava una delle conseguenze più estreme dell’eroismo: la morte, l’estremo sacrificio. Era la santificazione di un rivoluzionario che per tenere fede ai propri ideali aveva sacrificato la sua vita.

Jean Paul Maratassassinato [dipinto di Jacques-Louis David (1748-1825)]

Per enfatizzare l’aspetto eroico del soggetto, David lo raffigura immerso nella vasca nel momento successivo all’assassinio, senza mostrare i particolari più atroci e raccapriccianti. David sceglie inoltre di spogliare il luogo del delitto di tutto ciò che possa distogliere lo sguardo dal protagonista martire, anche per evitare che il fatto sia degradato a banale episodio di cronaca nera. David cerca la glorificazione e non riproduce né la tappezzeria né le altre suppellettili che erano realmente presenti nella stanza. Ma la lascia disadorna, austera, essenziale, dove il secondo piano è un fondo verdastro monocromo, sfumato da un lato con un pulviscolo dorato che sembra una luce divina che illumina Marat. La ferita aperta sul costato gronda sangue. Il viso di Marat è sereno e disteso, sembra quasi addormentato ed è appoggiato sul bordo della vasca. Il braccio destro, invece, abbandonato a terra con ancora la penna tra le mani, è adagiato su un lenzuolo bianco ormai completamente macchiato di sangue: si tratta di una citazione de La deposizione Borghese di Raffaello, compiendo una vera e propria sacralizzazione della vittima.

Raffaello, LA DEPOSIZIONE BORGHESE, 1507

La lettera che Charlotte Corday aveva utilizzato per farsi ricevere è visibile nell’altra mano che è poggiata sulla tavola coperta da un drappeggio verde e che Marat usava come scrittoio. David sostituisce anche il cesto che usava come tavolino, con una cassa che l’artista utilizza per scrivere una dedica al suo amico: «À MARAT, DAVID. 1793. L’AN DEUX», e che ha lo scopo di apparire come una lapide tombale. L’unico elemento che dà una parvenza di disordine è il coltello, lasciato lì di lato, ancora intriso di sangue, unica traccia dell’assassina, la cui persona è cancellata in maniera simbolica e condannata all’oblio, contrariamente a Marat che sarà ricordato per la sua fine eroica a monito per le generazioni future.

Paul-Jacques-Aimé Baudry, CHARLOTTE CORDAY, 1860

Charlotte Corday, divenne a sua volta il simbolo della controrivoluzione. Tuttavia il suo gesto non aveva frenato il Terrore, la violenza inaudita che si riversava ogni giorno in Francia; anzi lo aveva accelerato. Ci vollero settant’anni prima che si avesse il coraggio di parlare di lei come controeroina. Lo fece attraverso il suo dipinto Paul-Jacques Aimé Baudry, che raffigura una scena completamente differente. Diversamente dal quadro di David in Charlotte Corday vediamo la vasca da un’altra angolazione; lo sfondo non è spoglio e il bagno appare molto disordinato con le cose buttate all’aria nel corso dell’omicidio. Marat è raffigurato non composto come nel dipinto di David: il viso è devastato. Il tavolo con la lettera è rovesciato e la lettera è nell’acqua. Il coltello è ancora infilzato nella spalla e la figura di Charlotte è elevata a nuova Marianna. Durante il processo aveva dichiarato di averne ucciso uno per salvarne centomila; Baudry la raffigura fiera, mentre guarda avanti e non a ciò che ha fatto, bensì a chi sarà il prossimo che dovrà essere ucciso per la causa. È vestita di blu imperiale e sta in piedi di fronte ad una cartina della Francia. Al tempo del Secondo Impero, la figura di Marat venne relegata a “cattivo”, mentre Charlotte Corday iniziò ad essere vista come la vera martire della Rivoluzione. Questo dipinto era la risposta al Terrore e voleva ridare la giusta voce al popolo.

Da usurpatore della libertà, così come considerato (e interpretato da Baudry) durante il secondo Impero, con la Terza Repubblica Marat risorge a eroe della nazione francese. Nel corso del tempo la popolarità di La morte di Marat ritrovò il consenso di tutti, mentre Charlotte Corday cadde nel dimenticatoio. La difesa della Corday da parte del suo avvocato le diede la chance di non essere ritenuta una pazza assassina, ma di essere rivalutata nel tempo. Negli omicidi politici non ci sono mai vincitori, ma solo vinti, e le diverse interpretazioni di questi eventi ne sono la testimonianza. Ci sono due morti che con il loro sacrificio non hanno risolto le cose. Franca Leosini, Roberta Petrelluzzi e Federica Sciarelli sarebbero d’accordo.

Valentina Becchetti

Valentina Becchetti nasce a Roma nel 1977. Dopo aver visto la tomba di Ilaria Del Carretto di Jacopo della Quercia nel 1985, la storia dell’arte diventa la sua passione. Si laurea alla John Cabot University in Art History e successivamente prende un Master presso il Sotheby’s Institute of Art London in mercato dell’arte. Lavora al dipartimento mobili di Sotheby’s Londra, poi si ritrasferisce a Roma e lavora nell’ufficio mostre della Soprintendenza del Polo museale a Roma, con il professor Giorgio Leone. Successivamente è direttore scientifico presso una delle più importanti Gallerie d’arte di Roma e d’Europa.

ArteValentina Becchetti

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