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Il M5S e il finanziamento pubblico. Una dualità che trascina polemiche da ogni fronte

di C. Alessandro Mauceri

[Foto da Linkiesta.it]

La proposta del Movimento 5 Stelle di tornare a parlare di finanziamento pubblico ai partiti ha riaperto una ferita che si pensava chiuda da anni. Una decisione che ha spiazzato molti. Primi fra tutti i membri stessi del partito: da sempre, esponenti di spicco del partito (come Di Battista, prima della scissione) avevano ripetuto di non volerlo fare. Perfino durante la recente conferenza stampa, Vito Crimi ha commesso non una ma due gaffe: la prima sui fondi delle restituzioni, la seconda sul “finanziamento privato in regime fiscale agevolato mediante iscrizione al registro nazionale di cui al DL 143/2013” (ma il DL 143/2013 esiste ma non ha nessuna attinenza con l’argomento trattato; esiste il DL 149/2013 che riguarda proprio ”l’abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore”). Gaffe che nessuno si sarebbe aspettato da una persona che riveste un ruolo di primissimo piano all’interno di uno dei partiti della maggioranza.

Qual’è la verità su tutta questa faccenda? Perchè tanta preoccupazione? Molti telegiornali (e gli stessi vertici del partito) hanno parlato della possibilità di ripensare agli aiuti ai partiti. Cos’è non hanno detto? Qual’è la verità su questa spinosa questione?

Per capire come stanno le cose, bisogna fare un passo indietro. Fino al lontano 1974. Quell’anno, la “legge Piccoli” introdusse il finanziamento pubblico ai partiti. La motivazione ufficiale fu contrastare alcuni scandali che si erano verificati. Furono previsti aiuti ai gruppi parlamentari i quali furono obbligati a versare il 95% di queste somme ai partiti di appartenenza. Al tempo stesso venne introdotto il finanziamento per l’attività elettorale. Nel 1981, queste somme vennero rivalutate (aumentandole). Il 1993, dopo lo scandalo di Tangentopoli (quello che, sulla carta, avrebbe dovuto segnare la fine della cosiddetta Prima Repubblica), si tenne un referendum popolare promosso dai Radicali. La maggioranza dei votanti decise per l’abolizione del finanziamento ai partiti. Ma non i finanziamenti per l’attività elettorale. Anzi, nel 1999, questi aumentarono (dietro la giustificazione che dovevano far fronte alle minori entrate dei partiti). Un non senso ideologico ma che non bastò ad impedire che nelle casse dei partiti politici finissero ancora montagne di quattrini.

Solo durante il governo Monti, nel 2012, questi “rimborsi” vennero ridotti. Poi, anche a seguito di tante polemiche sull’argomento e della minaccia di un nuovo referendum, vennero definitivamente aboliti durante il governo Letta. Avvenne durante il breve periodo nel quale a governare il paese fu la stessa persona che ora è a capo di uno dei partiti della maggioranza del governo Draghi.

Ma il decreto legge 47/2013 (convertito nella legge 13/2014) non tolse le mani dei partiti dai fondi pubblici. La normativa cancellò i rimborsi elettorali (che avevano sostituito il finanziamento ai partiti), ma non subito: i partiti continuarono a ricevere rimborsi elettorali fino al 2016. Inoltre, nessuno pensò di cancellare altre forme di finanziamento “indiretto”. In base ai regolamenti di Camera e Senato, i gruppi parlamentari ricevono contributi per finanziare le loro attività istituzionali. Fondi provenienti dal bilancio di Camera e Senato, cofinanziati con soldi pubblici. Somme tutt’altro che esigue: basti pensare che, nel 2019, tra Camera e Senato, ai partiti sono stati regalati oltre 50 milioni di euro! Solo nel 2020, tra Camera e Senato, nelle casse del M5S sono finiti oltre 13 milioni di euro (dati Openpolis aggiornati al novembre 2021)! Somme a sette zeri ma che, evidentemente, non bastano a soddisfare le necessità del M5S.

Il punto è che (ma questo i media e gli stessi proponenti del ritorno alla legge del lontano 1974 non lo hanno detto), a differenza di tanti altri partiti, il Movimento 5 Stelle non è un partito politico. Il movimento un tempo guidato da Grillo, infatti, non compare nel Registro nazionale dei partiti politici riconosciuti ai sensi del decreto-legge 28 dicembre 2013, n. 149, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 13. parlamento.it – Commissione per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici – Registro partiti politici . Qui sono presenti tutti gli altri partiti. Anche quelli più inaspettati. Partiti dai nomi poco noti come “Energie Per L’Italia”. Oppure “Team K”. O “Realtà Italia” (registrato nel 2015 è stato cancellato dalla lista nel 2020). O “Unione Sudamericana Emigrati Italiani”. Partiti che raramente finiscono sulle prime pagine dei giornali o dei media nazionali. Magari con nomi particolari come “Stella Alpina” o “Fare!”.

Scorrendo l’elenco dei partiti si trova anche qualche sorpresa. Ad esempio, si scopre che la Lega non è un solo partito, ma due: Lega per Salvini Premier (registrato nel 2018) e Lega Nord per l’Indipendenza della Padania (chi pensava che il nome fosse stato cambiato, si sbagliava).

Grande assente in questo lungo elenco pare essere proprio il M5S. Anche in questo caso pare siano due i “movimenti” pentastellati: l’associazione M5S fondata per le politiche del 2018, che continua a esistere e un’altra associazione M5S, presieduta da Grillo. Ebbene per strano che possa sembrare quest’ultima ha bilanci quasi zero (almeno secondo quanto indicato nella relazione al rendiconto dell’ultimo anno disponibile. Chi volesse leggere i numeri del documento può farlo sul sito Associazione-M5S-2020.pdf (movimento5stelle.eu)).

Questo significa che per funzionare questi movimenti devono fare affidamento ai gruppi parlamentari (e a una serie di altri soggetti giuridici, anch’essi con una propria ragione sociale, ad esempio, legati a raccolte fondi per le elezioni o all’organizzazione di manifestazioni). La cosa che sorprende vedendo i bilanci ridotti allo zero è che, solo nel 2020, il M5S ha incassato ben 14,4 mln di euro come contributi di Camera e Senato destinati ai suoi gruppi parlamentari (dati Openpolis).

Ma questo significa che non sono i deputati a dipendere dal partito, pardon, dal movimento. É esattamente il contrario. Forse è in quest’ottica che dovrebbe essere rivista la decisione sorprendente di tornare a parlare di 2×1000 per i partiti di cui ha parlato l’associazione presieduta da Giuseppe Conte. E forse è in quest’ottica dovrebbe essere vista anche la decisione dell’agosto di quest’anno di cambiarne lo statuto. Una decisione che non serviva (solo) a creare la carica di presidente del movimento. Forse doveva servire al “nuovo” movimento per metterlo in condizione di poter accedere a nuovi fondi. Magari diventando come quelli che finora i grillini avevano sempre detto di non volere. Quelli che li avrebbero resi non molto diversi da un partito politico come tanti altri.

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