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Umberto Eco, la Sicilia e la vertigine del complotto

di Luigi Sanlorenzo17 Febbraio 2020
di Luigi Sanlorenzo17 Febbraio 2020
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Umberto Eco [Foto: Università Reggio Calabria]

“Non v’era una trama – disse Guglielmo – ed io l’ho scoperta per caso.” 

[Il Nome della Rosa, Bompiani, Milano 1980, pag. 494]

Nell’infinto oceano della produzione saggistica e letteraria di Umberto Eco, di cui ricorrerà il 19 febbraio il quarto anniversario della scomparsa, il tema del complotto è forse il più ricorrente e, a tratti, il più ossessivo. Affrontati nel modo colto ed ironico che gli era proprio, il mondo della cospirazione e del mistero, l’universo della simulazione, la vertigine del sospetto hanno rappresentato la cifra di colui che, già in vita, è stato considerato il più grande intellettuale del nostro tempo.

Eco fu tra  i fondatori,  insieme  ad Alberto Arbasino, Furio Colombo, Edoardo Sanguineti, Michele  Perriera, Oreste del Buono  e Angelo Guglielmi ed altri,  del Gruppo 63 costituitosi  proprio a Palermo con l’intento di proporre e tentare un rinnovamento nel panorama chiuso e provinciale  della letteratura italiana. La Sicilia dei misteri e dei complotti intessuti di codici e di significati accessibili a pochi non poteva non colpire la fervida immaginazione del narratore e la puntigliosa attenzione del semiologo.

Nel 1971 curò la prefazione all’edizione de I Beati Paoli di Luigi Natoli edita da Salvatore Fausto Flaccovio, un testo che in molte case palermitane prese il posto dell’ormai vetusta quanto amorevole raccolta dei fascicoli pubblicati dal Giornale di Sicilia in 239 puntate dal 6 maggio 1909 al 2 gennaio 1910. “Il filone che abbiamo deciso di chiamare «romanzo popolare» nasce e si afferma in Francia dopo che Emile de Girardin fonda nel 1833 «Le musée des familles».

Certo si potrebbe parlare di romanzo popolare per il più antico filone narrativo anglosassone, che dalla «Clarissa» di   Richardson e dai romanzi di Fielding o di Defoe, passando  attraverso i  capolavori della gothic novel, arriva sino a Dickens. Si tratta in effetti dell’apparizione di una narrativa per la borghesia, influenzata dal fatto che anche le donne cominciano a diventare acquirenti di merce romanzesca.

Ma, a caratterizzare il romanzo popolare francese dell’epoca di cui si parla, stanno vari fattori concomitanti: la  stampa popolare promossa da Girardin raggiunge anche le classi più umili della popolazione e si sa che durante l’uscita a puntate de «I misteri di Parigi» anche gli analfabeti si riunivano in portineria per farsi leggere la vicenda.

È la nascita di un nuovo pubblico, al quale la narrativa popolare parla ma di cui anche parla. Le plebi, le classi subalterne incominciano a diventare l’oggetto del racconto. Si pensi, oltre che a «I misteri di Parigi», a «L’Ebreo errante», a I Miserabili», per arrivare sino ai personaggi e all’universo proletario torinese che appare nelle pagine di Carolina Invernizio.

Il romanzo popolare francese non parla solo del popolo per poter vendere al popolo: di fatto subisce l’impatto di una situazione politica e sociale generale, è contemporaneo della nascita dei movimenti socialisti ed è scritto da narratori che in un modo o nell’altro si sentono coinvolti in una battaglia democratica.

In Sicilia, I Beati Paoli è ancor oggi l’unico libro che molta gente del popolo abbia letto nel corso della sua vita.” E, in effetti, ancora oggi I Beati Paoli sono nella memoria, in molti casi come unica esperienza di lettura, degli anziani dei ceti più popolari.

Nel poderoso saggio introduttivo dove il  “romanzo popolare” rivalutato senza mezzi termini come genere letterario, Eco descrisse una Sicilia dalle profonde contraddizioni da cui emergeva un disperato bisogno di equità sociale che non trovava nei poteri costituiti alcuna risposta e generava così l’universo parallelo di giustizieri variamente denominati nel tempo e, per certi aspetti, antesignani della mafia e della relativa simbologia che sollecitava, prima dello lo scrittore che sarebbe diventato,  il semiologo affermato che già era da anni.

“Da una parte vi sono coloro che soffrono, subendo sia l’azione criminale dei prevaricatori che l’azione correttrice dei benefattori, passivamente: sono gli innocenti, protetti e vittime al tempo stesso. Essi non hanno possibilità di partecipazione attiva, sono popolo laborioso, ragazze sedotte, plebe che non può che attendere e sperare.

In fin dei conti la lotta, anche se può perderli o salvarli, non li riguarda, e passa sopra le loro teste. É una questione che riguarda gli eroi e i protagonisti. Quando qualcuno emerge da questa massa per tentare di diventare un protagonista, ponendosi al servizio dei protagonisti veri, alla fine viene distrutto, sia che tenti l’avventura del crimine sia che provi ad allearsi con l’eroe (tipico l’esempio del Chourineur ne «I misteri di Parigi»; ma si veda ne «I Beati Paoli» gli adepti minori della setta che finiscono sulla forca, mentre Coriolano possiede una sorta d’immunità che è diritto di classe ma anche di esigenza mitica, poiché appartiene alla coorte dei superuomini).

Contro agli oppressi e agli innocenti sta il gruppo dei dominatori, cattivi o buoni che siano. Talora il dominatore può provenire dalle classi più miserabili (come il Rocambole dei primi romanzi) ma, baciato in fronte dal destino romanzesco, di fatto egli entra a far parte della classe egemone, sia pure sotto mentite spoglie e da quel momento non ne esce più.” 

Cos’è stato il fenomeno planetario de Il Nome della Rosa se non il trionfo alla fine del XX secolo del romanzo popolare fruibile da ogni categoria di lettori, secondo i codici del livello culturale posseduto?A contorno della trama del romanzo di Natoli, Eco ci ha lasciato una descrizione della Palermo sotterranea che, pur tributaria dei diari del marchese di Villabianca e degli scritti del sacerdote storico Vincenzo Di Giovanni,sembra anticipare le atmosfere che saranno descritte molti anni dopo nell’abazia de Il Nome della Rosa, nella Parigi esoterica de Il pendolo di Foucalt, nei sotterranei di Costantinopoli in Baudolino.

“Nelle grotte e nei cunicoli della Palermo sotterranea del Trans-Papireto e del Trans-Kemonia sono ambientate le tenebrose gesta della setta dei Beati Paoli. Ma la fantasia popolare – per un naturale fenomeno di estrapolazione – ritenne e ritiene ancora che ogni cavità esistente nel sottosuolo della città o del suo vicino territorio sia stata utilizzata dai componenti della società segreta.

Sono sorte così le più impensabili leggende sull’esistenza di lunghi camminamenti sotterranei che consentivano di raggiungere anche le più lontane contrade di campagna; leggende che trovano un giustificabile sostegno nella presenza nella zona nordovest del territorio palermitano di vastissime cave di pietra coltivate in galleria che rendono in buona parte vuoto ed anche percorribile il sottosuolo”.

Ma, ène Il Cimitero di Pragache Umberto Eco riserva alla Sicilia una particolare attenzione, rivelando, pur attraverso l’artifizio letterario, le vere ragioni che portarono all’esplosione in mare e all’ affondamento del piroscafo Ercole su cui viaggiavano il giovane e già noto scrittore Ippolito Nievo, vice intendente di Garibaldi in Siciliae soprattutto i riservatissimi rendiconti economici che avrebbero spiegato molti aspetti della fulminea conquista di un intero regno da parte di mille scompagnati, seppur gloriosi,  guerriglieri in camicia rossa.

Vi si narra il presunto complotto posto in essere da Cavourperché la cruda ma immaginabile versione dei fatti relativi alla Spedizione dei Mille non venisse mai scoperta e l’intera impresa potesse rifulgere solo della gloria che la retorica ci ha tramandato.

Insomma, il primoattentatunidella Sicilia pre-unitaria in cui confluivano poteri occulti, massoneria e “servizi deviati” al soldo dell’impero britannico e tanta di quella che oggi chiameremmo strategia della disinformazione.E’ immenso e inestinguibile il debito che abbiamo nei confronti di Umberto Eco ed ancora oggi è difficile distinguere di aver appreso più dai suoi saggi che dalle sue storie.

Alzo lo sguardo e individuo i diversi ripiani delle librerie lungo le pareti su cui sono ben separate le opere scientifiche da quelle narrative: sono decine e decine e la sola lista dà le vertigini.  Ne riconosco al tatto i dorsi e percepisco il profumo antico o recente delle pagine. Ne leggo le date di ex libris. Scandiscono quasi mezzo secolo anni di vita e di letture.  Decido di non separare più i testi, anzi di mescolarli, avendo compreso che gli uni sono le origini degli altri e viceversa.

Di quei libri uno tra tutti mi è più caro. Si intitolaCome si fa una tesi di laurea, edito da Bompiani, Milano nel 1977. Si tratta di un’agile guida dalla copertina verde che aiutò molti di noi, studenti siciliani dell’università di massa, alle prese con cattedratici irraggiungibili ed assistenti supponenti a produrre per la prima volta nella vita uno scritto compiuto e argomentato.

Di quelle pagine rimangono ancora nella memoria le parole con cui Eco volle concludere: “Fare una tesi significa divertirsi e la tesi è come un maiale non se ne butta via niente……Vi potrà accadere di tornare alla vostra tesi anche decine di anni dopo. Anche perché sarà stata come il primo amore e vi riuscirà difficile dimenticarla. In fondo sarà stata la prima volta in cui avrete fatto un lavoro scientifico serio e rigoroso e non è esperienza da poco.”

In occasione del conferimento nel giugno scorso dell’ennesima laurea honoris causa da parte dell’Università di Bologna in cui conseguì la prima, in filosofia, nel 1954, Eco ha lanciato una provocazione riprendendo i temi del complotto e del complottismo trattati nell’ ultimo libro pubblicato in vita “Numero Zero” edito da Bompiani, Milano nel febbraio del 2015: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività.

Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. E’un’affermazione pesante e che fa riflettere, specie quando è proferita da chi più di ogni altro intellettuale nel nostro Paese ha contribuito alla diffusione della cultura ad ogni livello e con ogni mezzo, ponendosi in più occasioni contro la casta di cui comunque faceva parte.Tuttavia mi sembra un consiglio paterno da non sottovalutare e una lezione magistrale di cui fare tesoro in tempi turbolenti in cui verità e dissimulazione sembrano intrecciarsi in una trama che ancora ci sfugge.

Luigi Sanlorenzo

Palermo 1956. Di formazione filosofica, economica e scout ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso istituti di credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 al Comune durante la Primavera di Palermo e sino al 2017, nell’Università degli Studi di Palermo, sino al 2015. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata, presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ISIDA e CERISDI di cui è stato consulente del presidente. In qualità di titolare di Studiofor Management Education ha progettato e diretto per oltre dieci anni altrettanti master professionalizzanti in Direzione del Personale. E’ stato presidente regionale Sicilia e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Formatori (AIF, MIlano) e presidente della Commissione RYLA del Distretto Rotary 2110 Sicilia e Malta. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche della formazione e del management e con quotidiani online. Tra i più noti esperti italiani di leadership, è presidente dell’associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l’Autonomia) fondata a Palermo nel 2001.Dal 2022 è Direttore della rivista Nuovi Approdi dove riporta anche i suoi articoli precedentemente pubblicati da LoSpessore.com

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