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Un parlamentare su 5 cambia casacca nella totale indifferenza degli italiani

di C. Alessandro Mauceri

Il Parlamento italiano sembra un bazar: governi che cambiano, decisioni senza senso, deputati e senatori che da un giorno all’altro passano da un partito all’altro o decidono di fare di testa propria. Non ci si capisce più niente. Come è possibile tutto ciò? E com’è possibile che nessuno faccia nulla per fermare questo bailamme?

L’Italia è una “democrazia rappresentativa”. La “democrazia”, la gestione della “cosa comune” non può più essere diretta (fatta una eccezione che vedremo dopo): è necessario delegare qualcuno che “rappresenti” i cittadini nelle aule del Parlamento e decida per loro. Il punto è: fino a che punto questo “rappresentante” deve tenere fede alle promesse fatte durante la campagna elettorale? O, al contrario, cambiare idea circa le promesse fatte ai propri elettori e far di testa propria?  

L’articolo 67 della Costituzione afferma che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Secondo i Padri Costituenti, il vincolo di lealtà degli eletti non avrebbe dovuto essere rivolto al partito con il quale si erano candidati ma direttamente con i cittadini che li avevano votati. Secondo questa interpretazione cambiare schieramento sarebbe una scelta secondaria. Oggi, a riaprire questa “questio” è l’incremento esponenziale dei cosiddetti “cambi di casacca”. L’ultimo caso è quello del M5S: decine di parlamentari hanno deciso di uscire dal partito scatenando la reazione dei vertici del partito che hanno chiesto ai “probi viri” di decidere sul loro futuro. Ma i numeri sono molto più preoccupanti: solo nella legislatura attuale, quasi duecento i parlamentari hanno cambiato partito! Duecento su poco più di novecento (tra Camera e Senato). Tanti, tantissimi. Forse troppi. Al punto da far sorgere il dubbio che, in un contesto politico come quello attuale, potrebbe essere necessaria una qualche forma di vincolo di mandato. Specie se si considera il sistema elettorale attuale. Tanto più che, a volte, sono gli stessi partiti a cercare di imporre un qualche vincolo.

Ormai, il fenomeno dei cambi di casacca è diventato una prassi abituale e non sorprende più nessuno: lo scorso anno, il 2020, “i cambi di casacca sono stati complessivamente 57” si legge in un recente rapporto OpenPolis. E, anche lo scorso anno tra i partiti, anzi tra i “movimenti” dove si sono registrati più casi c’è “il Movimento 5 Stelle che ha perso complessivamente 33 membri. Ma tutte le principali forze politiche nel corso di quest’anno hanno registrato flussi in entrata o in uscita”. 

Il punto, forse, è proprio questo. I parlamentari non fanno più parte di “partiti” politici, di soggetti che nascono dalla condivisione di ideali comuni. Sono semplicemente associazioni, “leghe”, “movimenti” che quasi sempre ruotano attorno al personaggio politico di moda (basti pensare al modo in cui si presentano alle elezioni non tanto con il nome del partito ma con quello del capo di turno). É questo il perno della questione: i Padri Costituenti potevano liberare gli eletti dal vincolo di mandato perché, a quei tempi, chi veniva eletto in un Partito (con la P maiuscola) era una persona che ne condivideva gli ideali e approvava il modo di gestire la cosa comune.

Oggi, gli ideali del partito sembrano non esistere più. Si corre dietro a questa o quella primadonna, a questo o a quel personaggio che porta più voti. Quasi senza nessun riferimento al modo di gestire la res pubblica. I media sono pieni di frasi pronunciate da questo o quel rappresentante di partito e smentite dai fatti, solo poche settimane dopo.

L’ultimo governo Draghi ne è la dimostrazione: partiti che fino a pochi giorni prima si lanciavano insulti e dichiarazioni di guerra, ora siedono tutti attorno ad un tavolo a condividere le decisioni del premier (sembra quasi di riascoltare la poesia di Trilussa sulla guerra). Decisioni spesso in netto contrasto con i programmi politici sbandierati solo pochi giorni fa da alcuni di questi “partiti”. Si pensare alla scelta se restare o no nell’Unione Europea: fino a poche settimane fa, alcuni di quelli che ora sono al governo urlavano contro Bruxelles e i prestiti del MES. Ora, per loro, è la soluzione a tutti i problemi dell’Italia. Lo stesso per quanto riguarda le scelte adottate dal predecessore di Conte a colpi di DPCM: ora che al suo posto siede Draghi, e di nuovo si parla di lockdown e politiche restrittive, nessuno ha più nulla da dire.

Nell’ultimo anno, per decidere queste misure (che causeranno danni spaventosi non solo dal punto di vista economico ma anche sociale al paese) nessuno ha pensato di ricorrere all’unico strumento di democrazia diretta che esiste in Italia: il referendum. Non lo hanno fatto nemmeno i partiti che, storicamente, hanno proposto più spesso il ricorso alla consultazione popolare. Da quando siedono al governo, anche per loro, non è più necessario sentire il parere della gente.

Il punto è che, in Italia (ma anche all’estero), non si seguono più ideologie e i deputati, sia alla Camera che al Senato, non vengono eletti sulla base di programmi politici o di ideali. A dimostrarlo (per chi avesse ancora qualche dubbio) i numeri: dei quasi duecento parlamentari che hanno lasciato il partito con il quale sono stati eletti, solo una minima parte sono nei gruppi misti di Camera e Senato (complessivamente, 55 membri), la stragrande maggioranza ha cambiato “ideali” ed è passata ad un altro partito. A farlo è stato più di un parlamentare su sei: in barba al mandato ricevuto dagli elettori, ha deciso di cambiare casacca e unirsi ad un altro gruppo. E di decidere sul futuro del paese in modo diverso da quello che avrebbe dovuto fare sulla base del mandato ricevuto dai propri elettori. Forse, rileggendo questi numeri, non sarebbe male ripensare a cosa intendevano i Padri Costituenti quando hanno lasciato liberi i deputati dal vincolo di mandato e rispettare i principi che sono alla base di democrazia rappresentativa.

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