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“Figli delle Stelle” quel sogno di Alan Sorrenti lungo 43 anni

Il cantautore ha spiegato in una recente intervista come la forza sta nella musica. “Il brano era molto avanti, non per niente fu realizzato a Los Angeles. C’era grande energia, grande innovazione, e le cose che hanno energia restano, ma canzoni con quell’energia oggi non ci sono”

di Francesco Pira

[foto dal sito radiosiani.com]

Figli delle App” è il provocatorio titolo che ho scelto per il mio ultimo libro, da immigrato digitale e adolescente, per richiamare il testo di Alan Sorrenti che cantava: Noi siamo figli delle stelle/ Non ci fermeremo mai per niente al mondo/ Per sempre figli delle stelle/ Senza storia senza età, eroi di un sogno… Oggi non sono sicuro che essere figli delle app significhi essere eroi di un sogno, così come cantava Sorrenti, purtroppo concordo con il pensiero del grande sociologo Zygmunt Baumanil consumismo tecnologico rischia di trasformarci in individui senza storia e identità”.

Il brano “Figli delle stelle” ha fatto fantasticare intere generazioni e ancora oggi è uno dei testi più apprezzati dalla gente. Il tempo si è fermato su quelle parole che, una volta ascoltate, non puoi non canticchiare.

Ho letto con piacere l’intervista di Alan Sorrenti rilasciata al giornalista Piero Degli Antoni, dove l’artista si è raccontato senza freni.

Il giornalista ha chiesto ad Alan Sorrenti come mai i ragazzi, oggigiorno, cantano la sua canzone, a distanza di 43 anni, e lui ha dichiarato che: “La forza sta nella musica. Allora il brano era molto avanti, non per niente fu realizzato a Los Angeles. C’era grande energia, grande innovazione, e le cose che hanno energia restano, ma canzoni con quell’energia oggi non ci sono. Inoltre, penso che il mio brano contenga un messaggio universale, sempre valido che trascende i tempi.

Nell’intervista Alan Sorrenti ha sottolineato come gli anni Settanta siano stati anni di grandi cambiamenti sociali e culturali, sostenendo che: “La parte più calda delle ideologie che si richiamavano a concetti di libertà risalgono alla prima metà degli anni Settanta, di cui la musica fu protagonista. (…) Una grande rivoluzione musicale, molto creativa.

 Poi è subentrato il business, si è persa l’ideologia di partenza, e si sono creati dei prodotti, anche buoni. In questa seconda metà ho abbracciato nuovi stili musicali, il cosiddetto Los Angeles sound. In effetti per 4 anni ho vissuto proprio a Los Angeles.” Sì, perché Los Angeles lo aveva affascinato a tal punto da voler vivere in America.

Il cantautore italiano, che ha festeggiato 70 anni, ha voluto evidenziare come “la dimensione della star” non gli è mai appartenuta. Il suo punto di forza è stato il desiderio di conoscere il mondo e di esplorarlo grazie ai numerosi viaggi che ha compiuto.

Le sue origini sono gallesi e napoletane, ma lui attualmente si sente legato al Napoli e al Sud e ha anche affermato che: “La pandemia ci ha portato a rivalutare la vita, quello di prima per me è il vecchio mondo. Nel nuovo penso che il Sud avrà un grande ruolo con la sua semplicità nel vivere la vita.” Non possiamo negarlo, nell’ultimo anno è cambiato tutto.

Sorrenti ha anche annunciato di lavorare ad un nuovo album con il suo coproduttore Giuseppe Spinelli, di Napoli. Un album di pop innovativo, con spirito rock. Non ha escluso un live di I figli delle stelle arrangiato con suoni attuali.

Certamente, Sorrenti ha ragione quando dice che il suo messaggio ha avuto una portata universale, perché aiuta a credere ancora nei sogni con forza e determinazione.

Credo, però, che l’uso delle nuove tecnologie ha cambiato le prospettive e le aspettative dei nostri giovani. Il mio lavoro di ricerca, contenuto nel mio saggio “Figli delle App”, dimostra come le generazioni che si sono evolute all’interno di ambienti sempre più tecnologici, spesso in solitudine e che oggi sono gli adulti appena diventati genitori, sono tutti accomunati nell’evidente dicotomia tra connessione e relazione.

La pandemia ha acuito dinamiche che palesano disagi già latenti nei nostri giovani. La relazione virtuale, di qualsiasi natura essa sia, non può mai compensare la relazione vissuta in concretezza nella realtà di tutti i giorni, anzi diventa frustrante e lo stare chiusi in casa ha portato ad un aumento del 30% dei ricoveri per autolesionismo o suicidi. Questo è davvero inammissibile.

Il desiderio dei giovani è quello di assomigliare quanto più possibile agli Influencer e ai TikToker, perché i social rendono queste star molto vicine ai ragazzi. Quindi cercano di emularli in tutto e non si rendono conto che il voler essere qualcun altro provoca ulteriori insicurezze e frustrazioni.

Ci troviamo di fronte a tante fragilità e noi adulti abbiamo il dovere di presidiare e soprattutto di educare i nostri figli ad un uso consapevole del web. Non vietare, ma guidare ad un corretto uso delle tecnologie. I giovani, oggi più che mai, non vanno lasciati soli. Siamo noi a dover conoscere il loro mondo per capire quali sono i nuovi codici, i nuovi meccanismi di comunicazione e i nuovi linguaggi che usano i nostri ragazzi.

Proprio per questo motivo ho voluto inserire, all’interno del mio volume, la citazione di San Giovanni Bosco: “Dalla buona o dalla cattiva educazione della gioventù dipende un triste avvenire della società.” L’intento è quello di invitare i giovani a sperare e noi adulti abbiamo il dovere di consegnare a loro una società migliore di quella che i nostri genitori hanno garantito a noi. I nostri preadolescenti e adolescenti  non devono farsi rubare mai i sogni da nessuno e devono credere fino in fondo nelle loro capacità e nelle loro attitudini.

Allora, cogliamo l’invito di Alan Sorrenti e torniamo ad essere “eroi di un sogno…”

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