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La strada (piena di buche) della concessione Autostrade

di C. Alessandro Mauceri
Foto LaPresse – Vince Paolo Gerace 11/08 /2018.
Auto in transito alla barriera di Milano sud

A più di due anni dal crollo del ponte Morandi, a Genova, nessuno parla più di revoca della concessione di Autostrade. Eppure il termine ultimo è scaduto già da alcuni giorni. Pare senza che, da una parte o dall’altra, si sia giunti ad una qualsiasi conclusione. A fine settembre il governo aveva concesso ad Atlantia, la holding della famiglia Benetton che detiene l’88% di Aspi), dieci giorni per vendere la società alla Cassa Depositi e Prestiti, pena la revoca della concessione. Ma l’incontro dei vertici di Atlantia di qualche giorno fa per riprendere i negoziati con Cassa Depositi e Prestiti non sembra aver raggiunto alcun risultato concreto. E Aspi, a due giorni dalla scadenza dell’ultimatum, non ha risposto.

Eppure il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, aveva avvertito: “Se l’accordo non venisse rispettato per responsabilità del concessionario si dovrà procedere con la revoca”. Ma nella recente audizione della ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, di risoluzione della concessione (e quindi anche della Convenzione) non si è parlato. Solo dopo che la notizia era finita su alcuni giornali, è saltato fuori che CDP avevano spostato tardivamente la scadenza al 18 ottobre.

Come sempre, in Italia, si tratta di una vicenda ingarbugliata e che rischia di finire tra le mani dei giudici. Per capire perchè è bene fare un passo indietro. Nessuno ricorda più i titoli dei giornali italiani che, nel 1999, diedero la notizia della privatizzazione di Società Autostrade parlando di entrate per le casse dello stato di 5 mila miliardi (di lire). A quei i tempi le Autostrade producevano oltre 3.500 miliardi (sempre di lire) di fatturato. Poi, nel 2003, la concessione autostradale venne data ad Autostrade per l’Italia, controllata al 100% da Autostrade SpA, che, nel 2007, divenne Atlantia Spa.

La concessione ad Aspi è una “concessione di servizi” che può essere revocata per diversi motivi come, ad esempio, “per inadempimento del concessionario”. Ma a confermare l’inadempimento non è il governo ma la magistratura. L’amministrazione aggiudicatrice, in altre parole lo stato, dovrebbe citare la società e, solo una volta accertato l’inadempimento, potrebbe revocare la concessione al concessionario senza dover pagare penali. Anzi, in questo caso potrebbe richiedere il risarcimento dei danni. In mancanza di un giudizio, invece, sarebbe lo stato a dover risarcire i danni ad Aspi per la revoca della concessione.

Il punto è che, l’ultima versione della convenzione tra stato e Aspi, entrata in vigore nel 2008, alla naturale scadenza, ovvero nel 2018, è stata prorogata fino al 2042.

Ma, nel caso in cui lo stato decidesse di revocarla senza una sentenza del tribunale (anche in caso di grave inadempimento del concessionario), dovrebbe pagare ad Aspi i ricavi “prevedibili” fino al 2042. Secondo una stima riportata da IlSole24Ore, la revoca immediata della concessione costerebbe alle casse dello stato una somma tra i 15 e i 20 miliardi di euro (a fronte di una penale che invece dovrebbe pagare Aspi di 1,5-2 miliardi di euro). In altre parole, in base alla convenzione stipulata i rischi economici connessi con la revoca della concessione potrebbero essere tremendi per le casse dello stato.

Ma non finisce qui.

Da una relazione di Atlantia del giugno 2019 emergerebbe che, ad aprile dello scorso anno, il Ministero dei Trasporti abbia ipotizzato la nullità dell’art. 9-bis della convenzione, ovvero proprio quello che prevederebbe che “il concessionario avrà diritto […] ad un indennizzo/risarcimento a carico del concedente in ogni caso di recesso, revoca, risoluzione”. Ragion per cui, Aspi, il 4 giugno 2019 ha aperto un contenzioso presso il Tar del Lazio “a fini puramente cautelativi”, per chiarire l’interpretazione della convenzione. Ma non basta. Mai come quando si parla di somme a nove zeri i dettagli sono importanti. Così il governo ha tenuto a sottolineare che non si chiede la “revoca” ma la “revisione” delle concessioni autostradali. In altre parole, in barba alle promesse fatte agli italiani dopo il crollo del ponte Morandi (quando, è bene non dimenticarlo, persero la vita 41 persone), di revocare il mandato alla società, ora il governo è sceso a più miti giudizi. E parla solo di rinegoziare con Aspi i termini della concessione. Una soluzione che eviterebbe contenziosi e risarcimenti miliardari. Ma che lascerebbe le strade del Bel paese in condizioni pericolosissime.

Dall’analisi de IlSole24Ore emerge infatti che, dal 1997 ad oggi, Aspi (e simili) avrebbero realizzato meno della metà (il 46,5%) degli investimenti concordati con il Governo. In altre parole, “sembrerebbe, quindi, che Autostrade abbia tenuto tirata la leva del freno circa l’andamento dei lavori”. Ancora una volta discutibile (in tribunale) la giustificazione addotta per una simile mancanza e per ritardi nei lavori che appaiono biblici specie in alcune regioni come la Sicilia: secondo la società la colpa non sarebbe sua ma di “incertezze normative, abnormi tempi di approvazione dei progetti, nonché, da ultimo, lo stallo relativo all’approvazione dell’aggiornamento dei piani economico-finanziari” (nota Aiscat 23/09/19). Motivazioni in parte condivise dallo stesso Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Che in questo modo ha permesso alla società di continuare su questa strada. Senza prendersene cura e manutenzionarla.

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