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La schiavitù nel XXI secolo. Quell’affronto all’umanità che pochi combattono e troppi ignorano

di C. Alessandro Mauceri

In molti paesi del mondo, il 2 dicembre si è celebrata la giornata mondiale per l’abolizione della schiavitù. Purtroppo, nonostante sia stata formalmente abolita, la schiavitù continua ad esistere. A volte, sotto nuove forme che vessano i soggetti più deboli, come i minori o i migranti. Altre volte in modo incredibile: stampata come marchio indelebile nel cognome di uomini, donne e bambini.

Come in Tunisia, il primo paese arabo ad abolire la schiavitù. Qui la pratica della schiavitù è vietata addirittura dal 1846 (ancora prima che negli USA, dove venne abolita 19 anni dopo). Ma tra le leggi e i buoni propositi e la realtà a volte il passo spesso è più lungo di quanto ci si aspetti. E così, dopo quasi due secoli, molti tunisini riportano ancora nel proprio cognome la parola “ati” che significa “liberato da” un marchio che ricorda che provengono da famiglie di ex schiavi.

Oggi, sono molti i tunisini che discendono da coloro i quali erano una volta schiavi. Secondo un’indagine del 2018, i tunisini neri (tra il 10 e il 15% della popolazione), hanno una serie di svantaggi. E molti sono vittime di razzismo. “I tunisini non lo sanno davvero. Non viene insegnato nelle scuole. Non è nei libri di storia. È un caso di amnesia”, ha dichiarato Saadia Mosbah che fa parte dell’associazione antirazzista M’anemty (il mio sogno). “Se più persone lo sapessero, si potrebbe limitare il razzismo e diminuire il dolore che le persone provano.

Solo un paio d’anni fa, nel 2018, la Tunisia ha approvato una legge che criminalizza la discriminazione razziale. Una legge che ha permesso a molti di cancellare quella parola dal proprio cognome. Come per Hamden Dalì un’ottantenne che, grazie all’aiuto di un gruppo di avvocati, è riuscito a far rimuovere quel marchio infamante, eredità della schiavitù che continua a essere diffusa in tutto il mondo.

Secondo l’Organizzazione Mondiale del Lavoro, sono oltre 40 milioni le persone vittime di schiavitù “moderna”. 5,4 ogni 1.000 abitanti. E quasi tre quarti (71%) sono donne e ragazze. Ancora peggiore la situazione per i bambini: in alcuni paesi, uno su quattro è vittima di varie forme di schiavitù moderna.

Una schiavitù che è sotto gli occhi di tutti. Anche di chi finge di non vederla o di non sapere che spesso sono “moderni” schiavi a produrre i vestiti si coprano in certi negozi o a lavorare nei campi per coltivare il cibo che finisce sulle tavole delle famiglie che vivono nei paesi occidentali. O che lavorano nelle fabbriche sottopagati e schiavizzati. O che si lavorano nelle case come addetti alle pulizie o bambinaie. Come se fosse una cosa normale. Nessuno pensa che spesso queste persone subiscono violenze o minacce, sono costrette a indebitarsi in modo da renderle dipendenti o, per lavorare, vengono ricattate da chi ha sequestrato il loro passaporto e minaccia di farle cacciare dal paese.

Ancora oggi, nel XXI secolo, esiste una forma di schiavitù basata sulla discendenza: persone che sono trattate in schiavitù perché i loro antenati erano schiavi o perché le loro famiglie “appartenevano” a famiglie di schiavi. Ancora oggi, per molte persone, lo stato di schiavo viene tramandato sulla linea materna. Tutto questo avviene non molto lontano da noi: in tutta la fascia del Sahel, in Africa, in Mauritania, in Niger, in Mali, nel Ciad, nel Sudan e in molti altri paesi da dove provengono alcuni dei migranti che spesso sono trattati con disprezzo quando cercano di fuggire dal proprio paese.

Ancora oggi, nel XXI secolo, esistono persone nate in schiavitù che devono affrontare una vita di sfruttamento e che vengono trattate come “proprietà” dei loro cosiddetti “padroni”: lavorano gratuitamente, allevando gli animali o lavorando nei campi o nelle case dei padroni e possono essere ereditati, venduti o regalati come regali o doni di nozze. Per loro fuggire dalla schiavitù è una sfida enorme. Anche per quelli che non sono più schiavi, spesso è difficile cambiare stile di vita e trovare un lavoro dignitoso cancellando il marchio di “ati”, “schiavi”, che li rende per sempre vittime di discriminazione. Per molti di loro anche solo ottenere documenti di identità per poter fruire dei diritti civili più elementari, come il diritto di voto o andare a scuola o aprire un conto in banca, è una sfida.

“Nel diciannovesimo secolo la comunità internazionale si è riunita per dichiarare la schiavitù un affronto all’umanità. Oggi i governi, la società civile e il settore privato devono unirsi per sradicare tutte le forme contemporanee di schiavitù e per restituire diritti umani e dignità a tutte le persone che ne sono state private”, dichiarò, qualche anno fa, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon. Che fine ha fatto il target 8.7 degli SDGs, gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile, che promettevano di eradicare ogni forma di schiavitù? E dove sono finiti gli “accordi di Palermo” (il Protocollo delle Nazioni Unite sulla prevenzione, soppressione e persecuzione del traffico di esseri umani, in particolar modo donne e bambini, noto anche come il protocollo sulla tratta degli esseri umani o Protocollo UN TIP, e il Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Criminalità organizzata transnazionale contro il traffico di migranti via terra, via mare e via aria).

Celebrare ricorrenze come quella del 2 Dicembre non servirà a nulla fino a quando, nel mondo, la tratta degli schiavi esiste e continuerà ad esistere e finché non verranno adottate misure concrete per cancellarla. Anche dal loro cognome.

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