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Quei corpi nudi in TV, il trash che avanza

di Francesco Pira

Trovare l’anima gemella puntando sulle pulsioni sessuali nel vedere le parti intime con le telecamere accese. L’ultima frontiera della televisione che non ci piace

E’ arrivata anche in Italia, sulla piattaforma streaming Discovery+  Naked Attraction,  un nuovo programma televisivo che teoricamente dovrebbe servire a far incontrare le anime gemelle. Ma non puntando a scaldare il cuore o a far incontrare le anime, ma i corpi. Ed è proprio la pulsione sessuale il motore del successo di questo format che, come scrive Style, magazine del Corriere della Sera, nella puntata per fare il casting della trasmissione “ha coinvolto più di 600 aspiranti “nudisti” per un’età compresa tra i 19 e i 45 anni”.  A condurre Naked Attraction Nina Palmieri, che ha già lavorato nel programma di Italia 1 Le Iene.  Un dating televisivo per trovare, come precisa Style: “l’anima gemella ma anche un partner sessuale che piaccia dal punto di vista fisico. Quindi partiamo da lì, dall’istinto, dal primo sguardo che cade sui particolari che “contano” e che di solito vengono nascosti, dalle vibrazioni “sessuali” trasmesse da un corpo nudo”.

Il giorno di San Valentino, e nei giorni che hanno preceduto la festa degli innamorati, abbiamo visto sui canali Discovery uno spot con dei corpi nudi che avevano dei cuoricini nelle parti intime che pubblicizzavano questo nuovo show. Enrico Rossi nel suo articolo molto dettagliato su Style ha spiegato come: “La ricerca inizia dal basso, dai piedi, e man mano procede all’insù e sempre con l’occhio pronto a giudicare le diverse parti del corpo degli aspiranti amanti. Ogni centimetro di pelle sarà valutato e se rientrerà nei gusti del concorrente della puntata si potrà proseguire fino alla finale. La scelta sarà presa considerando la prestanza fisica degli ultimi due concorrenti rimasti in gara e giudicati come i più idonei. E sarà in quel momento che il concorrente deciderà se spogliarsi e giocare ad armi pari”.

Un programma che ha già avuto successo in Inghilterra, dove è già alla settima stagione, ma anche in Germania, Danimarca e Finlandia.

Come dire che il trash anche in Italia conquista sempre nuovi spazi. Altro che tv di qualità. Nel giorni scorsi sono stato ospite della trasmissione Carpe Diem, condotta dalla brava giornalista Silvia Toniolo, sull’emittente regionale toscana noi tv, per parlare proprio di trash in tv, con un conduttore bravo Pino Strabioli, anche regista ed attore teatrale. Ho provato ad argomentare che per  definire la TV trash possiamo prendere a prestito la definizione di spazzatura (trash) della Treccani come: la qualifica attribuita in tono polemico a prodotti ritenuti di cattiva qualità, di breve durata nel tempo, messi sul mercato a basso prezzo al fine di ottenere guadagni immediati; più spesso, con riferimento al mondo dello spettacolo o dell’editoria, detto di programmi, trasmissioni, pubblicazioni considerati come ricettacolo di volgarità, programmati o diffusi solo per andare incontro ai gusti di un pubblico largo e poco esigente.

Nella definizione emerge un elemento che trovo particolarmente significativo, ossia per chi sono confezionati questi programmi, un pubblico poco esigente. Eppure proprio questi programmi ottengono risultati in termini di ascolto particolarmente significativi tanto da avere contribuito alla grande rivoluzione avvenuta nella televisione e storicamente avviata negli anni duemila con l’arrivo di un nuovo format: il reality. In un saggio scritto a quattro mani con la collega Cava, nel quale analizzavamo l’evoluzione del gossip, abbiamo dedicato ampio spazio alla fenomenologia del voyeurismo che proprio un certo tipo di televisione estremizza e potenzia. Qui la televisione diventa una protesi ottica che alimenta i desideri legati alla pulsione del guardare che stimolano il coinvolgimento emotivo. Una sorta di potere di osservare, senza essere visti, le storie degli altri, immedesimarsi, oppure ergersi a giudici delle vite esposte, dove riconosciamo pulsioni, difetti e miserie.

Penso che la parola chiave sia propria la mediocrità, che diventa il fulcro intorno al quale si costruisce il programma. Basti pensare alla campionessa di ascolti Mediaset, Barbara D’Urso, per la quale ho coniato il termine barbaradursizzazione, riferito ad una forma di devianza del giornalismo, per evidenziare come si sia dato vita a un tipo di televisione che si poggia esclusivamente sull’emotainment, dove questioni intime e private vengono analizzate, ridicolizzate o pietisticamente presentate davanti alle telecamere e poi rivisitate sui social network con commenti molto discutibili. La condivisione dei sentimenti umani diventa così il traino di molti programmi che spingono lo spettatore ad identificarsi con le parti in causa”. 

Ritornando al fenomeno dei reality, ritengo che proprio il successo di questo format abbia nel tempo costruito un rapporto privilegiato proprio con il pubblico giovane e questo per una serie di motivi. In primis lo storytelling specifico, la sceneggiatura del format dove personaggi coinvolti sempre più spesso vip o cosiddetti tali, si cimentano con situazioni dove la patina dell’irraggiungibile si confronta con il ridicolo. Poi la spinta tecnologica, con l’introduzione del satellitare, del digitale terrestre, della televisione via web e on demand, che consente, partendo dalla messa in onda del programma all’interno del palinsesto generalista, di spacchettare, rimodulare, personalizzare la fruizione del programma.

Ed in ultimo ma non per ultimo, l’interattività sempre più spinta, per cui il programma televisivo diventa spunto conversazionale all’interno dei gruppi sui social. Tanto che il format funziona tanto quanto riesce a penetrare nei flussi conversazionali. La fruizione non è più top – down. La televisione non è più al centro, ma diventa elemento che entra in un universo di connessioni, dando vita ad una permeabilità di contenuti e di pubblici e che alimenta l’audience diretta e indiretta. Il tutto con una velocità incalcolabile.

Non credo alla TV complottista. Di pensare in partenza ad una televisione capace di anestetizzare le masse. Credo però, e questo è un discorso complesso, che la TV commerciale rispetto alla TV in bianco e nero del Maestro Manzi ha avuto esigenze diverse, è nata per catturare il telespettatore e farlo diventare un consumatore orientabile e condizionabile. E la storia della televisione italiana ci consegna un uso dell’infotainment a fini esclusivamente politici. In un’Italia che ha grossi problemi nello smaltimento dei rifiuti, la TV spazzatura rappresenta un ennesimo problema di smaltimento”.

In questo momento storico la TV spazzatura, in quanto tale, non rappresenta la preoccupazione più grande. La televisione sarà vista da un pubblico che sarà composto sempre di più da persone anziane e con un basso livello culturale. E’ molto più preoccupante l’interconnessione tra TV e web concentrata su format on demand, che fanno credere all’utente di poter decidere il finale di qualunque proposta d’intrattenimento. E’ un’illusione, una pura illusione.

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