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L’ultima sfida per Roma capitale

di Luigi Sanlorenzo

Il giuramento degli Orazi (Jacques-Louis David, 1784 Museo del Louvre, Parigi)

La campagna elettorale per il nuovo sindaco di Roma è ormai entrata nel vivo. Dopo lunga attesa, il centro-destra candida in un inedito ticket l’amministrativista Enrico Michetti a primo cittadino e, quale vice, il magistrato Simonetta Matone notissimo volto televisivo ospite da anni a “Porta a Porta”; in pectore, per la Cultura, Vittorio Sgarbi. Già c’è chi lo chiama “il tridente” in funzione anti PD, quasi ad evocare le lotte tra i gladiatori nel Colosseo che anche stavolta ci riserveranno momenti di altissima tensione, fino a quando il popolo non avrà deciso in quale direzione volgere il proprio pollice.

Iniziano così le prove generali dell’ embrione di una futura federazione tra Fratelli d’Italia, la Lega di Matteo Salvini, Forza Italia e la nuova formazione di Toti e Brugnaro (hops! stavo scrivendo Toti & Totino) “Coraggio Italia” – l’asse delle repubbliche marinare – che ha gettato lo scompiglio nel partito che fu del Cavaliere.

Mentre gli avversari si uniscono, il Partito Democratico si rivela immemore della lezione di strategia di Giulio Cesare nel De Bello Gallico che portò alla sconfitta dei vari popoli federati da Vercingetorige, alleandosi con i cavalieri germanici e riunendo le proprie forze nella battaglia di  Alesia del 52 a.C.  In un passato ora dimenticato, alla scuola delle Frattocchie anche questi elementi servivano a formare i dirigenti del Partito. Altri tempi !

Lasciando scoperto il fianco destro, il leader del Nazareno ha ormai sguinzagliato l’ex ministro dell’ Economia del governo Conte bis, Roberto Gualtieri,  all’inseguimento del deputato europeo  Carlo Calenda,  già in campo da mesi con una propria task force programmatica e all’opera nei quindici municipi della capitale governata dalla controversa Virginia Raggi.

La sindaca è  riproposta da quello che fu il Movimento Cinque Stelle, ormai orbato di Beppe Grillo e Davide Casaleggio,  oggi in piena e sofferta trasformazione,  diviso tra  i governisti di Crimi e di  Di Maio  e la ventina di parlamentari dissidenti che guardano ad Alessandro Di Battista – che pur si schermisce –   e che si definiscono nel gruppo misto a Montecitorio “Alternativa c’è” (infelice denominazione che ricorda il tristo movimento tedesco in lenta ma progressiva ascesa, nonostante il recente insuccesso in Alta Sassonia,  dove ha perso oltre il 3% dei consensi attestandosi a quasi il 21%) fieramente all’opposizione dell’esecutivo guidato da Mario Draghi, chiamato dal dioscuro superstite  “il governo dell’assembramento”. Il simbolo contiene una sola stella, chissà dove sono finite le altre ?

Mentre lasciamo al proprio destino la galassia degli astri che tramontano,  in attesa che il tocco taumaturgico di Giuseppe Conte ne completi la metamorfosi in comete in grisaglia  o in polvere di stelle, giova qui occuparsi della contrapposizione che, certamente al primo turno vedrà contrapposti il Partito Democratico guidato da un Enrico Letta irriconoscibile rispetto al moderato professore di Sc.Po. di soli pochi mesi fa e il summenzionato fondatore di “Azione” si pone una domanda esiziale: “chi ha paura di Carlo Calenda ?”

La competizione vede in palio la vita quotidiana di quasi tre milioni di cittadini e il destino di una capitale e schiererà sul campo tre distinte forze di centro sinistra a fronte di una, ben più  compatta,  di Destra in una città che non ha mai nascosto le proprie simpatie per i colori scuri. Va ricordato infatti che nel giugno 2016, in piena auge del governo Renzi,   Meloni e Marchini (civico di destra)  totalizzarono oltre il 30% dei voti (quando il consenso nel Lazio non avrebbe superato due anni dopo  il 5% per FdI e la lega il 17%)  Roberto Giachetti quasi il 25 % e Virginia Raggi oltre il 35%. Al ballottaggio,  Raggi incrementò il proprio risultato di oltre 32 punti  e Giachetti soltanto di sette. Sembra passato un secolo.

Come Roma aprì allora la strada al partito di Grillo prefigurando già al primo turno il dato nazionale del 2018,  oggi, stando ai sondaggi più accreditati, l’aprirebbe alla Destra.

Ma, andiamo con ordine. Perché il partito fondato da Walter Veltroni e da Romano Prodi all’insegna del definitivo superamento del massimalismo comunista, con un orizzonte dichiaratamente riformista e che ha avuto quali esponenti di primo piano Matteo Renzi e Paolo Gentiloni,  preferisce presentarsi ai romani con un candidato chiaramente sbilanciato a sinistra come Roberto Gualtieri, cresciuto nella FGCI e nei DS, ex seguace di Massimo D’Alema e poi membro della corrente di Matteo Orfini, il principale affossatore del sindaco indipendente, il luminare medico di fama internazionale  Ignazio Marino,  che tra il 2013 e il 2015  tentò di intervenire “chirurgicamente” e senza sconti per alcuno,  sul corpo malato della capitale?

Che vi sia in ballo la questione nazionale e l’ alleanza strutturale con i pentastellati voluta da Letta in funzione anti Salvini/Meloni è di tutta evidenza, ma non al punto di rischiare che Roma sia sacrificata sull’altare di tale prospettiva, peraltro ancora incerta, rappresentando il trampolino simbolico ed una premessa di risonanza internazionale per l’affermazione della Destra nel Paese. Non si individuano altre ragioni, tenuto conto che i mali della capitale sono di origine strettamente gestionale, un campo in cui Carlo Calenda può vantare un’ esperienza manageriale molto solida, peraltro confermata durante l’incarico biennale di ministro dello Sviluppo Economico nei governi Renzi e Gentiloni. E Roma, nel ricordo ancora presente di Ernesto Nathan,   avrà bisogno sempre di più di un sindaco laico  e capace,   non di un partito dall’egemonia precaria. Una considerazione che tocca anche le altre grandi città metropolitane che andranno al voto nel 2021,  da Milano a Napoli a Torino ed anche a Palermo, atteso che pare difficile che il capoluogo siciliano possa ancora reggere fino alla scadenza naturale dell’attuale sindacatura del giugno del 2022. Ma di ciò ho già scritto su queste pagine.

Il tema del governo “laico” delle grandi città è certamente tra i tanti e necessari cambiamenti che dovranno affermarsi nel dopo pandemia, lasciando al passato “la lotta per le investiture” di medievale memoria e puntando piuttosto ad una visione manageriale  che sappia affrontare la complessità amministrativa e gestionale dei grandi agglomerati urbani in profonda trasformazione sociale, economica, ambientale ed abitativa. Basterà agitare ancora logori stendardi quali ad esempio l’impegno a non aumentare il consumo di suolo,  se non procedendo all’abbattimento di ciò che non può essere recuperato e ad un nuovo sviluppo sulle medesime aree di un’edilizia popolare di moderna e sostenibile concezione che faccia dimenticare il Corviale, le Vele di Scampia o lo ZEN ?

O, ancora, portare avanti legittime e sacrosante politiche di accoglienza senza preoccuparsi in modo strutturato e non emergenziale dei processi di integrazione dovuti a chi fugge da condizioni di vita inaccettabili ? Non è ancora tramontato il tempo di sottrarre alle bandierine della politica il governo della vita quotidiana di milioni di cittadini, in una triste replica delle consultazioni nazionali ?

Cosa disturba di Carlo Calenda ? Il suo essersi fatto da solo nonostante le illustri parentele in campi totalmente diversi e l’essere diventato padre a sedici anni ? La sua rivendicazione della competenza in uno scenario politico che ne ha fatto strame sino a pochi mesi fa ? La sua cultura dialogante con quella parte di elettorato centrista che ha guardato a Draghi nei mesi più bui,  mentre il PD faceva quadrato intorno a  Giuseppe Conte ?

O forse si pensa che un uomo dell’intellighenzia piddina come Gualtieri possa incontrare l’appeal delle borgate romane pericolosamente in bilico tra due opposti populismi che hanno prosperato proprio sulla mancata risoluzione dei problemi concreti dei cittadini e sono pronte a premiare ulteriori ed illusionistiche soluzioni semplificate a problemi complessi ? O, infine,  si ha motivo di temere che,ancora una volta dopo Ignazio Marino, una sindacatura traguardata sulla risoluzione delle troppe questioni aperte da decenni nella capitale avvizzita del Paese possa recare danno ad opache e insospettabili connessioni con potentati di molteplice natura ?

Basteranno tardive resipiscenze in un ballottaggio che potrebbe non esserci, a porre rimedio ad un errore di realismo, tenuto conto, peraltro,  che Calenda ha già annunciato che non darà alcuna indicazione ai propri elettori su futuri eventuali assi capitolini tra PD e Movimento Cinque Stelle ?

In conclusione, sembra proprio che il Partito Democratico di Enrico Letta, perdendo l’occasione di sostenere Calenda o quanto meno di consentirgli la partecipazione alle elezioni primarie del prossimo 20 giugno,  abbia deciso di andare verso un suicidio annunciato in quelle torbide e vorticose acque del fiume che di cadaveri di sventurati popolani e di illustri dilettanti del governo di Roma custodisce da millenni le tombe liquide. Essi, come racconta Tito Livio nel IV Libro di “Ab Urbe condita” : “si gettarono nel Tevere dopo essersi velati il capo”.

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