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Ddl “Zan”. È possibile parlarne senza propaganda?

di Luigi Sanlorenzo27 Giugno 2021
di Luigi Sanlorenzo27 Giugno 2021
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Antonio Canova, “Amore e Psiche che si abbracciano”, 1788-1793; marmo, 155×168 cm. Parigi, Museo del Louvre

Il dibattito in corso sul disegno di legge Zan è “esondato” dalle aule parlamentari e sta diventando una questione internazionale. Da un lato, la presa di posizione della Stato del Vaticano che rischia di incrinare i rapporti con la Repubblica italiana, tirando in ballo il Concordato, stipulato nel 1929 inserito nella Costituzione e rinnovato nel 1984 con l’Accordo di Villa Madama, dall’altro, la contrapposizione tra Unione Europea e l’Ungheria di Victor Orban, portatrici di due visioni divergenti in merito alle questioni di genere.

E di tutta evidenza che siamo di fronte ad un tema fortemente divisivo sul quale ogni soggetto politico costruisce la propria narrazione rivolgendola ai diversi segmenti di società di cui aspira ad ottenere il consenso. Lascerei quindi da parte ogni aspetto connesso al dibattito politico per indagare piuttosto gli elementi fondamentali, e spero obiettivi, della questione in esame.

Inizierei separando due questioni. Chiunque ha il diritto di  agire un comportamento diverso rispetto alla maggioranza della società in cui vive e a poterlo esprimere nelle forme e con i limiti posti dai  principi generali che regolano la convivenza civile: rinunzia ad ogni tentativo di imporlo come modello agli altri, pretesa legittima di vederlo non discriminato in ogni campo ma rispettato e tutelato dalla legge, massima libertà ad educare i propri figli in attesa che i medesimi siano in grado di autodeterminarsi, piena autonomia di costituirsi in associazioni, movimenti e soggetti politici che concorrano allo crescita culturale del proprio paese e tutto quanto insomma le società civili e democratiche hanno concepito nel tempo in merito all’ espressione concreta del patrimonio multiforme delle proprie idee.

Tale patrimonio non è fisso nel tempo ma si arricchisce attraverso le nuove generazioni di inedite sensibilità, del raggiungimento di traguardi scientifici impensabili, della maturazione di convincimenti ideali, del riconoscimento di diritti negati nelle epoche precedenti e che formano un’identità sempre fluida e aperta alle trasformazioni. Si tratta del medesimo processo di apprendimento che in natura favorisce le specie che sanno evolversi e decreta la scomparsa di quelle che resistono ai mutamenti, come ben sanno quanti si occupano di “cambiamento” in assoluto e negli specifici settori.

Peraltro, va ricordato che ogni metamorfosi naturale e sociale non è mai immediatamente di massa ma inizia da singoli individui, da ristrette avanguardie e talvolta da eventi inediti che nel tempo si guadagnano il consenso e, in alcuni casi, divengono costume e, progressivamente, identità. In altri casi, esaurita la spinta propulsiva, il tentativo si arresta e, se significativo, ne resta traccia nei libri di storia o nei trattati scientifici. Poiché è nella natura dell’uomo procedere per tentativi, errori e successi verso la propria evoluzione individuale e sociale.

Per restare in tema e a titolo di esempio nella cultura greco/ellenistico/romana l’omosessualità, come pure la pedofilia – che resta comunque altra cosa dal tema in questione – erano accettate e praticate anche in contesti di grande rilievo culturale e di elevata civiltà giuridica, mentre altri come la negazione della divinità erano ragione di implacabili persecuzioni. Non a caso l’accusa strumentale rivolta a Socrate da Meleto  – riportata da Platone nella nota Apologia e per la quale il filosofo accetterà, in nome del rispetto di leggi pur non condivise, anche la propria condanna capitale – non è quella di corrompere sessualmente i giovani ma di non riconoscere gli dei della città e di volerne introdurre di nuovi (ildaimonsocratico)  ricercando la verità presente in ciascun essere umano, mettendo in crisi sterili certezze mediante l’esercizio dell’ ironia  e facendola partorire maieuticamente all’interlocutore  attraverso l’esercizio del dialogo.  Siamo alle origini della filosofia, della politica, dell’autonomia della ricerca sociale e scientifica, della psicoanalisi.

In tema di comportamento sessuale quella’ età scomparirà con la progressiva  affermazione,  fuori dai limitati confini geografici in cui erano nate, delle religioni rivelate quelle ciò i cui profeti hanno raccolto in un Libro (la Torah, la Bibbia e il Corano) le verità assolute che hanno ricevuto dalla divinità nel corso di momenti specifici della propria esistenza terrena e che hanno tramandato ai propri successori costituiti in casta sacerdotale rabbinica, cristiana o musulmana con il comandamento esplicito dell’inalterabilità nel tempo o, quanto meno, sino a quando la medesima divinità non dovesse manifestarsi nuovamente.

Tradizionalmente tutti i regimi totalitari della storia, (ad eccezione del nazismo che, dopo l’iniziale apporto dei cattolici tedeschi e l’atteggiamento “prudente” di Pio XI e quello ancora considerato opaco del suo successore, interpretò un proprio culto pagano) sono stati favoriti e sorretti da ciascuna di queste tre religioni trovandovi preziosi alleati nella repressione, pur con strumenti diversi, di ogni “devianza”. E ancora oggi nonostante i grandi cambiamenti statuiti dal Concilio Vaticano II nei paesi cattolici e ortodossi di stretta osservanza ed elevato tasso di pratica sacramentale sui temi morali la convergenza è evidente. Medesimo fenomeno è osservabile nella teocrazia sciita iraniana, nei regni e nelle repubbliche islamiche, nello Stato di Israele e in Cina,  dove il posto delle filosofie confuciana e taoista, contrarie all’omosessualità ma in qualche modo tolleranti duranti le dinastie Song, Ming e Qing,  è stato preso ormai da un secolo dal Partito comunista,  anche in linea nel corso del XX secolo con la maggior parte dei partiti ispirati al socialismo reale. Non va dimenticato al riguardo il vero e proprio linciaggio del Partito comunista Italiano, con la conseguente emarginazione, nei confronti di Pier Paolo Pasolini.Ma questa è una lunga storia che ho già raccontato.

Appare, pertanto, inutile aspettarsi dalla Chiesa Cattolica, che pure ha spostato molto in avanti il proprio pensiero sociale – ma non dogmatico, si badi bene – a partire dal Pontificato di Francesco e dalle sue note affermazioni sugli omosessuali, sempre ricomprese nella categoria del “Chi sono io per giudicare” ma non certo estese in termine di magistero ad altre tipologie o alla liceità delle unioni civili. Un atteggiamento che non ha superato i confini della solidarietà, della misericordia e dell’ammissione ai sacramenti di omosessuali celibi o nubili. Alla fine, si raggiungerà un compromesso, elidendo dall’articolato del DdL Zan gli articoli considerati più radicali.

La seconda questione riguarda il cosiddetto “orgoglio omosessuale” poi estesosi alle altre forme di comportamento e di autopercezione di genere. Tralasciando sporadiche ed individuali prese di posizioni elitarie di grandi intellettuali del recente passato da Oscar Wilde ad Andrè Gide, da Luchino Visconti a Franco Zeffirelli e al già citato Pasolini o dichiarazioni dicoming outda parte di personaggi dello spettacolo come Rudol’f  Nureev, Daniel Newman o Jodie Foster, il fenomeno può farsi risalire al primo diffondersi dell’epidemia da Hiv, ovvero “Virus dell’immunodeficienza umana”, più comunemente conosciuto come AIDS o “cancro dei gay” che negli anni ottanta vide attribuire proprio alle comunità omosessuali la principale responsabilità del contagio, elemento smentito successivamente in considerazione della presenza del virus anche in altre tipologie di comunità eterosessuali. Un pregiudizio duro a morire di cui in molti ricordiamo il carattere di “stigma” poi portato sugli schemi da film famosi quali “Philadelphia” con Tom Hanks, Denzel Washington e Antonia Banderas, “Che mi dici di Willy” con Campbell Scott e Patrick Cassidy o ancora “The Hours” con Meryl Streep e Nicole Kidman.

La reazione a quella terribile accusa fu un’incredibile e mai vista solidarietà e un compattamento inedito nel mondo omosessuale posti a tutela di migliaia di persone nel tunnel difficile dell’identità sessuale ma anche di interessi concreti di molti esponenti gay, meno espliciti e conosciuti, in ruoli di assoluta rilevanza soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito.

Con gli anni 2000 i movimenti LGBT di tutto il mondo iniziano a vedersi riconosciuti i diritti di coppia. Ha infatti inizio la lunga serie di Paesi che promulgano leggi per istituire le unioni civili tra persone dello stesso sesso, sebbene la Danimarca sia stata precorritrice dei tempi, promulgando la legge nel 1989, mentre l’Italia ha dovuto aspettare più di 25 anni, fino al 2016.

Le prime associazioni LGBT iniziarono a nascere nel dopoguerra, ma soltanto dopo che la Democrazia Cristiana perse gran parte del suo potere. Essa, infatti, aveva da sempre tentato di bloccare qualsiasi tentativo di associazionismo omosessuale, come ad esempio la creazione della prima rivista omosessuale “Tages” di Bernardino Del Broca. Le prime associazioni che nacquero furono: la ROMA-1 (Rivolta Omosessuale Maschi Anarchici – prima fase) di Massimo Consoli nel 1963, che cambiò nome nel 1972 in Fronte Nazionale di Liberazione Omosessuale; il Fuori! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) di Angelo Pezzana e Mario Mieli nel 1971, con sede principale a Torino, che fondò anche un suo giornale dallo stesso nome; il CIDAMS (Centro Italiano per la Documentazione delle Attività delle Minoranze Sessuali) nel 1973 sempre ad opera di Massimo Consoli, che ebbe il merito di aprire ufficialmente all’interno del Partito Comunista Italiano la cosiddetta “questione omosessuale”, ad un anno dall’assassinio di Pierpaolo Pasolini. Il Fuori!, invece, aderisce al partito radicale, rinunciando in questo modo alla rappresentatività di tutte le persone omosessuali italiane.

La nascita di Arcigay, invece prende le mosse a partire da un evento di cronaca nera avvenuto a Giarre, in Sicilia, nel 1980. Due ragazzi, Giorgio Giammona e Antonio Galatola, rispettivamente di 25 e 15 anni, vengono trovati morti, mano nella mano, uccisi con un colpo di pistola alla testa. Non si è mai arrivati ad un colpevole nonostante le piste portassero a pensare che fossero stati uccisi su incarico delle famiglie ed addirittura, sembra, con il benestare dei due ragazzi. Questo caso di cronaca portò alla ribalta per la prima volta a livello nazionale la questione della discriminazione contro le persone omosessuali.

Da qui, a Palermo, nacque la prima sezione dell’Arci dedicata ai gay, ad opera di un sacerdote apertamente omosessuale, Marco Bisceglia, e dei giovani Nichi Vendola, Massimo Milani e Gino Campanella. Anche le donne lesbiche diedero vita al primo collettivo lesbico siciliano “Le Papesse”. Il delitto di Giarre, viene considerato il punto di inizio del movimento omosessuale italiano contemporaneo. Il 3 marzo 1985, all’assemblea di Bologna dei circoli arcigay, si decise di unire i circoli in un’associazione nazionale assumendo il nome di ArciGay, con presidente Beppe Ramina e segretario Franco Grillini. Nel 1996, dalla separazione di Arcigay nasce Arcilesbica che, sebbene costituisca un soggetto autonomo da Arcigay, ne rimane soggetto federato. Arcilesbica ha tra i suoi scopi anche il raggiungimento della totale parità tra i sessi, indipendentemente dall’orientamento sessuale.

Nel corso degli anni, il movimento LGBT italiano si è distinto per la numerosità delle sue associazioni e movimenti, tra i quali si ricordano l’A.GE.D.O. (Associazione genitori di uomini e donne omosessuali), il MIT (Movimento identità transessuale) e Famiglie Arcobaleno (Associazione Genitori Omosessuali). Il primo Gay Pride si svolse nel 1994 a Roma, con la partecipazione di oltre 10mila persone, mentre nel 2000 si svolse, sempre a Roma, in concomitanza del Giubileo, il World Gay Pride con oltre 500mila persone ed infine nel 2011, ancora una volta a Roma, si svolse l’Europride con la partecipazione di circa un milione di persone. Una storia di indubbio rilievo che può essere approfondita attraverso il volume recente di Maya De Leo, “Queer: storia culturale della comunità LGBT” Einaudi, 2021.

Il 20 maggio del 2016, cinque anni fa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firmò la legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso e sulle convivenze di fatto, promossa dalla senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà. Entrò in vigore il 5 giugno e il 23 luglio venne firmato il decreto attuativo e per quanto la legge sanasse anche forme diverse dalle unioni omosessuali riconoscendo ai partnes diritti prima riservati solo ai coniugi uniti dai vincoli concordatari o con solo rito civile. Secondo ISTAT, nel 2019 si sono costituite 2.297 unioni civili tra coppie dello stesso sesso, mentre i dati provvisori del 2020 dicono che c’è stato un crollo generale di matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi, a causa della pandemia. In totale, al 2019 e dopo l’entrata in vigore della nuova legge, il numero complessivo delle unioni civili è pari a circa 12 mila.

Fin dall’inizio, il dibattito sul ddl Cirinnà coinvolse la Conferenza Episcopale Italiana, politici cattolici e di destra, associazioni di giuristi cattolici e vari movimenti anti-abortisti e contrari ai diritti delle persone LGBT+ che a Roma, nel gennaio del 2016, organizzarono un “Family day” riempiendo striscioni e cartelli con slogan contrari al ddl. Al raduno, erano presenti l’allora ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti («Sui valori non c’è un patto di governo né di maggioranza»), Giorgia Meloni («Ho appena scoperto di aspettare un bambino. Sono sempre più convinta che il ddl è una legge contro i bambini»), mentre Alfano, su Twitter, diede la propria «piena adesione» all’iniziativa.

Alcune delle argomentazioni utilizzate allora contro le unioni civili si ritrovano ancora oggi contro il ddl Zan. In nome della difesa del matrimonio quale base della cosiddetta “famiglia naturale” si contestava, soprattutto, il fatto che i diritti per le coppie omosessuali diventassero troppo simili a quelli del matrimonio civile e che la legge avrebbe sicuramente aperto la strada all’affido, all’adozione e alla gestazione per altri. Chi si opponeva alla legge diceva infatti che la sua approvazione avrebbe fatto “dilagare” il ricorso alla gestazione per altri, argomentazione usata anche da un pezzo di femminismo. La gestazione per altri però non aveva a che fare con la legge Cirinnà, in Italia è illegale ed è rimasta tale (storicamente, poi, ne usufruiscono all’estero in grandissima parte le coppie eterosessuali). Nessuno di quei timori si è dunque concretizzato, finora.

In base alle precedenti considerazioni, il cammino sembra rispecchiare quello di analoghe battaglie per i diritti civili conclusesi con successo. Perché allora il DdL “Zan” sta diventando – forse più che il referendum sulla tentata abolizione della legge sul divorzio o dell’interruzione volontaria di gravidanza confermate dagli italiani e che segnarono gli anni 70 con consistenti modificazioni della società – l’ultima frontiera in cui si combatte una battaglia epocale?

Mentre si rinvia il lettore al testo del Ddl finora approvato soltanto dalla Camera dei Deputati, è il caso di porre le domande principali: della nuova, eventuale, prossima legge si temono l’affermazione della liceità di una vasta gamma di comportamenti e percezioni dell’identità sessuali con i risvolti anche nelle abitudini sociali e nelle procedure organizzative e amministrative? Spaventa l’inasprimento delle pene edittali per chi discrimina o usa violenza in nome del pregiudizio omofobo? Fa paura l’intrusione statale nelle scuole paritarie, in larga misura rette da soggetti del mondo cattolico e non solo, quando invece i ragazzi e le ragazze italiani vivono ormai una completa e totale immersione nella società laica?

Credo che in un paese come l’Italia che ha saputo accettare ormai da decenni la presenza in ruoli apicali della componente femminile in ogni settore e giustamente pretende ora che ciò avvenga anche ai massimi vertici dello stato, tutto ciò rappresenti un falso problema. Mi convince piuttosto il timore della Chiesa Cattolica e di larga parte dell’opinione pubblica, stando ai sondaggi, che nel disegno di legge siano presenti tre elementi che destano preoccupazione: l’affermazione per legge che esistano molteplici forme di identità e comportamento sessuale, elemento presente sì in natura ma in modo estremamente sporadico, quando invece tale tema dovrebbe essere stato preceduto da una più ampia e multidisciplinare analisi che mi sembra sia mancata finora; l’affidamento alla sentenza di un giudice in merito alla conseguenze di libere opinioni espresse sul tema da parte di terzi, pur lontani dai soggetti coinvolti nell’eventuale dinamica della discriminazione o dell’aggressione, e da ritenere responsabili di “istigazione” e un qualche sentore di proselitismo da parte della comunità LGBT che troverebbe soprattutto nelle giovani generazioni, confuse per definizione nelle fase infantile e dell’adolescenza e spesso prive di un solido contesto familiare o, in generale, educativo un campo molto fertile.

Ci vuole poco a passare dalla ragione al torto, specialmente su materie talmente delicate quali la sfera sessuale e affettiva e il suo manifestarsi sin dai primi anni di vita e sino alla fine di essa nei diversi stadi evolutivi che la contraddistinguono. Credo che riconoscere tali limiti nel testo ora all’esame del Senato, attraverso i coerenti emendamenti, preservi le ragioni di una battaglia indubbiamente progressista e per ciò stesso  rappresenti la necessità che un provvedimento legislativo sia prima di tutto chiaro in ogni sua parte, quindi utile all’evoluzione della società a cui si rivolge e, infine,  esente del rischio di scatenare nuovi e più complessi conflitti socio culturali di cui certamente un paese in piena svolta di civiltà e di auspicata transizione della propria identità, quella sì necessaria, urgente e  complessiva, non ha alcun bisogno.

Luigi Sanlorenzo

Palermo 1956. Di formazione filosofica, economica e scout ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso istituti di credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 al Comune durante la Primavera di Palermo e sino al 2017, nell’Università degli Studi di Palermo, sino al 2015. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata, presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ISIDA e CERISDI di cui è stato consulente del presidente. In qualità di titolare di Studiofor Management Education ha progettato e diretto per oltre dieci anni altrettanti master professionalizzanti in Direzione del Personale. E’ stato presidente regionale Sicilia e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Formatori (AIF, MIlano) e presidente della Commissione RYLA del Distretto Rotary 2110 Sicilia e Malta. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche della formazione e del management e con quotidiani online. Tra i più noti esperti italiani di leadership, è presidente dell’associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l’Autonomia) fondata a Palermo nel 2001.Dal 2022 è Direttore della rivista Nuovi Approdi dove riporta anche i suoi articoli precedentemente pubblicati da LoSpessore.com

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