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Presidenziali USA 2020. Cosa non hanno detto Trump e Biden

di C. Alessandro Mauceri
Presidenziali USA 2020 (AFP or licensors)

Con l’avvicinarsi della data delle elezioni presidenziali, non passa giorno senza che i telegiornali parlino degli Stati Uniti d’America.

Tutti sembrano concentrati sulle previsioni, su chi sarà l’inquilino della Casa Bianca per i prossimi anni, su chi avrà il compito di guidare gli USA, il paese che, agli occhi di molti, appare come il paradiso in Terra, pieno di ricchezze e di belle ragazze come quelle che si vedono nei film e nei telefilm che si vedono in televisione.

La realtà è completamente diversa. Oggi l’America è un paese con mille problemi. Alcuni dei quali così gravi che nessun presidente è stato in grado di risolvere.

A cominciare dalla tanto sbandierata ricchezza degli USA. La realtà è che, oggi, nel paese ci sono oltre 40 milioni di poveri. Una percentuale altissima. Come ha confermato il rapporto di Philip Alston, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e sui diritti umani, più della metà dei poveri americani vive in povertà “estrema” o “assoluta”. “Gli Stati Uniti hanno la più elevata disparità di reddito nel mondo occidentale, e questo può essere aggravato solo dai nuovi massicci tagli delle tasse a beneficio schiacciante dei ricchi”, ha detto Alston.

Una povertà che ha molte conseguenze dal punto di vista sociale e geopolitico. Ad esempio, per molti cittadini curarsi è un lusso che non possono permettersi. Un problema che è cresciuto durante il periodo della pandemia: negli Stati Uniti si continua a morire di Covid-19 ma è la comunità afro-americana quella più colpita. A Chicago, ad esempio, i neri sono il 30 per cento della popolazione ma rappresentano il 70 per cento delle morti per coronavirus – e circa la metà dei casi di contagio. In Lousiana, meno di un terzo della popolazione è nera, ma il 70 per cento dei morti sono neri. Stessa cosa in Alabama dove il 27 per cento dei residenti è afro-americano, ma i morti sono per metà afro-americani.  “Le diseguaglianze che hanno piagato questa città, questa nazione, stanno ancora causando dolore e colpiscono le vite di innocenti”, ha detto il sindaco di New York City, Bill de Blasio, “È disgustoso. È preoccupante. È sbagliato”.

Ed è ancora più sbagliato che nessuno ne parli. Nessuno dei contendenti alla presidenza osa mai prendere questo discorso. Del resto non sorprende: si tratta sempre di membri di famiglie benestanti, spesso con una tradizione politica pluridecennale (si pensi ai Kennedy, ai Bush e a molti altri), soggetti che con le fasce più povere della popolazione che andranno a governare non hanno alcun rapporto.

Ma non finisce qui. La gestione della “cosa comune” degli ultimi decenni ha portato gli Stati Uniti d’America ad essere “poveri” loro stessi: ad accumulare un debito pubblico spaventoso. Sotto la presidenza Obama, in parte a causa della crisi del 2008, il debito pubblico USA è quasi raddoppiato passando da 10.600 miliardi di dollari a circa 19.000. Ma questo trend non si è arrestato sotto la presidenza di Donald Trump. Nei giorni scorsi, i media si sono concentrati sulla notizia (emersa dopo l’ultimo scontro per le presidenziali) del conto corrente di Trump in Cina. Ma forse sarebbe stato meglio parlare di un altro problema: i 6.500 miliardi di dollari nelle mani di paesi esteri. A cominciare proprio dalla Cina (1.100 miliardi), seguita dal Giappone (con 1.060). Gli USA sono il paese con il debito pubblico più alto del pianeta in termini assoluti (seguiti proprio da Giappone e Cina!). Un debito che, anno dopo anno, continua a crescere in maniera esponenziale e che qualcuno, prima o poi, dovrà pur pagare (e con gli interessi). A meno di non rimanere schiavo delle banche. Ma di questo, nel confronto Trump-Biden, non si è parlato.

Così come nessuno ha parlato di un altro dato: il tasso di criminalità e soprattutto la sua evoluzione nell’ultimo periodo. Fino al 2013 c’era stato un leggero costante calo della criminalità. Ma dal 2014 i numeri dei reati e delle violenze sono tornati a crescere.  E ancora una volta quello di cui parlano i media non è che la punta dell’iceberg: secondo l’FBI nelle grandi città, come Los Angeles, la criminalità è diffusa ma esistono grandi differenze tra le zone ricche (più sicure) e quelle più povere (pericolose).

Negli ultimi mesi a questi dati si sono aggiunti gli scontri razziali. Un fenomeno strettamente legato alla vendita di armi. Già durante la passata campagna per le presidenziali, Trump aveva cercato di convincere gli americani che avrebbe fatto di tutto per favorire la vendita di armi (addirittura per corrispondenza). Una dichiarazione assurda (tanto che non se ne fece più nulla). Ciò nonostante è sorprendente l’impennata della vendita di armi durante la pandemia. Rivendicando il diritto al Secondo Emendamento molte persone hanno preferito comprare armi piuttosto che cibo e medicinali: dal 1° gennaio al 13 marzo 2020 allo stesso periodo del 2019, i background checks, i controlli preventivi su chi compra un’arma, sono aumentati del 300 per cento!

Del resto lo stesso Trump ha invitato i suoi sostenitori a recarsi ai seggi “armati” per controllare le votazioni. Se a rivolgere lo stesso invito fosse stato uno dei dittatori africani le reazioni internazionali sarebbero state ben diverse. Invece dopo la dichiarazione di Trump, nessuno, a livello internazionale, ha detto una sola parola.

Se poi si guarda alla vendita di armi e armamenti per le “missioni di pace” di cui gli USA si vantano da decenni, i dati del Sipri lasciano a bocca aperta: il 38% della vendita di armi e armamenti in tutto il mondo viene dagli USA (più del doppio rispetto al secondo paese, la Cina con il 14%). Un giro d’affari spaventoso. Centinaia di volte superiore alla somma che, secondo i dati della FAO, basterebbe ad eliminare la fame nel mondo. Ma di fame nel mondo i candidati alla Casa Bianca non hanno parlato.

A ben guardare, sembra che tutto, in America, ruoti intorno al denaro. Ricchezza, povertà, salute (con le assicurazioni private: se ce l’hai vieni curato, se non ce l’hai vieni lasciato morire), guerre in tutti i continenti, vendita di armi anche a costo di un aumento delle violenze. Anzi proprio quest’ultimo dato per alcuni potrebbe essere visto positivamente: molti istituti penitenziari americani sono privati e gestiti da grosse aziende.

Del resto, è stato lo stesso Trump ad ammetterlo, nell’ultimo incontro/scontro con il rivale, quando ha detto che molte delle sue scelte ambientali (a cominciare dal ritiro dagli accordi della COP di Parigi che stanno causando danni enormi a tutto il pianeta) sono stati dettati da ragioni economiche.

C’è un argomento, però, di cui né Trump né Biden hanno parlato (e che nessun giornale ha fatto rilevare in un momento così delicato). Proprio ieri, Trump ha attaccato la Cina per il modo di gestire gli Uiguri una minoranza etnica oggetto di persecuzioni e spesso richiusa in campi di “rieducazione”. Peccato che abbia dimenticato di Guantanamo e degli altri campi di detenzione segreta degli USA sparsi in tutto il pianeta. Veri e propri lager dove neanche i rappresentanti riescono ad entrare per verificare il rispetto dei diritti umani dei prigionieri.

Già, i diritti umani: secondo i dati dell’OHCHR delle Nazioni Unite, gli USA hanno ratificato solo 5 dei 18 trattati internazionali dei diritti umani oggi vigenti. In tutto il mondo, solo cinque paesi hanno fatto peggio: Butan, Niue, Palau, Tonga e Tuvalu. 

Una situazione che potrebbe sembrare una mera formalità (in molti dei paesi che pure hanno ratificato questi accordi, le violazioni sono frequenti), ma che non lo è. A dimostrarlo alcuni dati che caratterizzano gli USA (ma anche di questi, i candidati alla Casa Bianca e i media preferiscono non parlare mai).

A cominciare dalla pena di morte: gli USA sono l’unico paese “sviluppato” (con il Giappone) a riconoscerla e farvi ricorso. O l’uso delle pene corporali sugli studenti: se autorizzato dai genitori, questo metodo obsoleto e in palese violazione della Convenzione dei Diritti del Fanciullo (non è un caso se gli USA sono l’unico paese delle Nazioni Unite a non averla mai ratificata!) è ancora ammesso in alcuni stati americani.

Ma ciò che dovrebbe sorprendere di più sotto il profilo dei diritti umani è un altro dato. Un fenomeno del quale giornali, televisioni e candidati alla presidenza degli USA non hanno parlato: in 23, quasi la metà, degli Stati che compongono gli USA, non esiste un’età minima per il matrimonio.

Questo significa che, se entrambi i genitori e un giudice acconsentono, può essere sposato o sposata un/a bambino/a di qualsiasi età. Una mancanza che mette i bambini, molto spesso ragazze giovani, a rischio di abusi sessuali, violenze e una infinità di problemi spesso documentate (dall’impossibilità a continuare gli studi a gravidanze precoci e molto altro ancora).

Chi pensasse che, in realtà, potrebbe trattarsi solo di pochi, sporadici casi, farà bene a ricredersi: da uno studio del 2018 che ha analizzato le licenze di matrimonio in quasi tutti gli USA, è emerso che, tra il 2000 e il 2015, sono stati più di 200.000 i matrimoni con minori (l’87% di ragazze e il 13% di ragazzi).

Ma di tutto questo, non parla mai nessuno quando parla degli USA. Un paese agli occhi di molti un paradiso. Ma forse non per quelli che ci vivono.

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