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Il confine sottile tra alimento e prodotto commerciale a scopo di lucro

di C. Alessandro Mauceri

La più grande azienda alimentare del mondo, la Nestlé, sembra abbia inviato ai propri dirigenti un rapporto nel quale afferma che oltre il 60 per cento dei prodotti venduti non rispetterebbero la “definizione riconosciuta di salute” e che “alcune delle nostre categorie e dei nostri prodotti non saranno mai “salutari”.

A diffondere la notizia il Financial Times entrato in possesso della presentazione nella quale si direbbe che solo il 37% del cibo e delle bevande di Nestlé (esclusi prodotti come il cibo per animali e la nutrizione medica specializzata) sarebbe tale da ottenere un punteggio superiore a 3,5 in una scala da 0 a 5, secondo il sistema di valutazione della salubrità degli alimenti usato in Australia (3,5 è il limite per la “definizione riconosciuta di salute”). “Abbiamo apportato miglioramenti significativi ai nostri prodotti. . . [ma] il nostro portafoglio ha ancora prestazioni inferiori rispetto alle definizioni esterne di salute in un panorama in cui la pressione normativa e le richieste dei consumatori sono alle stelle”, sarebbero le parole riportate nella presentazione. Secondo i leader dell’azienda, quindi, il problema non sarebbe la qualità dei prodotti venduti nei mercati del pianeta, ma gli standard utilizzati.

Da anni, in tutto il pianeta, è in atto una guerra impari. Da un lato, le istituzioni e le organizzazioni internazionali come la società australiana citata nel rapporto (che fissa dei limiti corretti per i prodotti alimentari) o la FAO che ha denunciato un aumento impressionante dei casi di obesità e sovrappeso (con conseguenze grazi non solo per la salute ma anche dal punto di vista sociale) dovuto soprattutto ad una cattiva alimentazione. Dall’altro, le multinazionali il cui obiettivo finale non è la salute dei clienti ma gli utili da distribuire agli azionisti. Un problema che in un’azienda che ha un fatturato annuo che supera gli 80 miliardi di dollari, ha ripercussioni a livello globale. Lo stesso amministratore delegato, Mark Schneider, ha dovuto riconoscere che i consumatori desiderano una dieta più sana, ma, d’altro canto ha respinto le affermazioni secondo cui alcuni degli alimenti proposti ai mercati di tutto il mondo possono essere definiti malsani. Come dovrebbero essere definiti degli alimenti che non soddisfano la “definizione riconosciuta di salute”? “I nostri sforzi si basano su solide fondamenta di lavoro per decenni”. “Ad esempio, abbiamo ridotto significativamente gli zuccheri e il sodio nei nostri prodotti negli ultimi due decenni, circa il 14-15% solo negli ultimi sette anni”. Miglioramenti che, alla luce dei dati e delle analisi condotte, non sarebbero sufficienti: ad esempio sarebbero molti, troppi i prodotti (a cominciare da alcune famose bevande gasate) che presentano percentuali di zuccheri eccessive.

Secondo una docente della New York University, Nestlé (e le aziende concorrenti) incontrano non poche difficoltà nel rendere i loro prodotti sani: “I ricercatori della Nestlè hanno lavorato per anni per cercare di capire come ridurre il contenuto di sale e zucchero senza modificare il profilo aromatico” ma è difficile. “Il compito delle aziende alimentari è generare denaro per gli azionisti, e generarlo il più rapidamente e nella maggior quantità possibile. Venderanno prodotti che raggiungono un pubblico di massa e vengono acquistati dal maggior numero possibile di persone, che le persone vogliono acquistare, e questo è cibo spazzatura”. Blanda la giustificazione dell’azienda: “Negli ultimi anni abbiamo lanciato migliaia di prodotti per bambini e famiglie che soddisfano i parametri nutrizionali esterni. Abbiamo anche distribuito miliardi di dosi di micronutrienti tramite i nostri prodotti convenienti e nutrienti”.

Non mancano, però, considerazioni “negative”: “Crediamo che una dieta sana significhi trovare un equilibrio tra benessere e divertimento. Ciò include avere un po’ di spazio per cibi indulgenti, consumati con moderazione”. “La nostra direzione di viaggio non è cambiata ed è chiara: continueremo a rendere il nostro portafoglio più gustoso e salutare”.

Un atteggiamento quello della Nestlè (e di tutte le altre multinazionali) che non sorprende. Qualche anno fa, fecero scalpore le dichiarazioni del presidente della Nestlé, Peter Brabeck che in un video parlava dell’acqua potabile come di un bene qualunque e come tale vendibile e commerciabile. Scoppiò uno scandalo al quale la la multinazionale rispose con blande giustificazioni. L’azienda si limitò a ribadire che tutte le persone hanno diritto all’accesso all’acqua potabile per soddisfare le loro esigenze di idratazione e di igiene, ma commise l’errore di fare riferimento ai dati dell’OMS che parlano di una quantità da 50 a 100 litri d’acqua al giorno (Nel comunicato rilasciato dopo il video, Brabeck stesso parlava del forte sostegno per la risoluzione 64/292 delle Nazioni Unite sul diritto all’acqua e ai servizi igienico-sanitari).

Il punto è (e questo i vertici dell’azienda non potevano non saperlo) che quella quantità è la soglia “minima” indicata dalle Nazioni Unite per la “sopravvivenza”. Non per condurre una vita “normale” come la intendiamo oggi. Specie nei paesi con elevati livelli consumistici. In Italia, ad esempio, il consumo medio di acqua potabile è superiore ai 400 litri di acqua al giorno. Negli USA, è ancora maggiore. E questo senza tenere conto dell’acqua virtuale, ovvero della quantità di acqua necessaria per produrre i generi alimentari che la stessa Nestlè produce e vende. Se la si considera, si scopre, ad esempio, che per produrre un kg di cioccolato, ingrediente base per la realizzazione di molti dei prodotti di punta della Nestlè, sono necessari oltre 17mila litri di acqua virtuale! Per una pizza (come quelle che il gruppo vende surgelate) servono oltre 1200 litri di acqua virtuale. E per un kg di formaggio oltre 3mila litri.

Qualche anno fa, la multinazionale riuscì a limitare i danni seguiti alle dichiarazioni del suo presidente. Ora il rapporto presentato ai soci dell’azienda ha riaperto la discussione: fino a che punto una società, una multinazionale che produce e vende prodotti alimentari in quasi tutti i paesi del globo può scaricare sul mercato junk food, cibo spazzatura, prodotti che, secondo i test, per la maggior parte non sono nemmeno degni di essere riconducibile alla “definizione riconosciuta di salute“?

Resta da capire quanto tempo sarà necessario perché sia chiaro a tutti che, in molti casi (non solo il settore alimentare ma anche il settore farmaceutico o quello agricolo), non è possibile ammettere che il fine ultimo devono essere il profitto e gli utili da distribuire agli azionisti. Specie quando questi soldi sono ottenuti con metodi a dir poco discutibili: nell’ultimo rapporto della Nestlè, quello aperto al pubblico, (corporate-business-principles-en.pdf (nestle.com) ) si legge che obiettivo della società è “to offer the tastiest and healthiest choices in all of our product categories” e di incoraggiare stili di vita salutari (“encouraging healthy lifestyles”). Il documento è firmato dalla Nestlè la società il cui motto è “noi siamo Nestlè, la società del Buon cibo e della vita Sana” (“We are Nestlé, the Good food, Good life company”), “Il nostro sistema di gestione della qualità è la piattaforma che utilizziamo a livello globale per garantire la sicurezza alimentare, il rispetto degli standard di qualità e creare valore per i consumatori. Il nostro sistema interno di gestione della qualità è controllato e verificato da organismi di certificazione indipendenti per dimostrare la conformità agli standard interni, alle norme ISO, alle leggi e ai requisiti normativi”.

La verità, però, è che alcuni di quegli “organismi indipendenti” non sono d’accordo con le belle parole destinate al pubblico dalla più grande azienda di prodotti alimentari al mondo. Anzi.

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