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Cent’anni di dignità. Antropologia e identità dei comunisti che ho conosciuto

di Luigi Sanlorenzo
Nella foto: il sindacalista, dirigente del Pci e senatore Emanuele Macaluso (1924 – 2021)

Sono molti i contributi, le riflessioni, le pubblicazioni che stanno ricordando con cifre e sfumature molteplici e contrapposte il centesimo anniversario della fondazione del Partito Comunista Italiano, la cui centralità è essenziale per comprendere anche in Italia quel Secolo breve raccontato da Eric Hobsbawm nel 1994 in cui gli eventi dal 1917 al 1989 hanno costituito la sostanza del ‘900.

E’ un fatto storico ormai accertato che l’avvio del secolo scorso segnò la fine dell’ Età del Positivismo, che aveva sostituito l’Idealismo con il proprio portato di razionalità e di fiducia nella scienza, il cui seguito fu caratterizzato da un lato dalla crisi del pensiero cattolico ancora intriso di elementi della Controriforma e  il drammatico tramonto delle idee liberali e dall’altro il prevalere di ideologia vitaliste che trovarono in Friedrich Nietzsche e in Gabriele D’annunzio gli apostoli più fervidi. La Grande Guerra, la Rivoluzione d’Ottobre, l’epidemia di influenza “spagnola” e la Grande Depressione del 1929 connotarono il periodo 1915- 1930 e fecero strame di una solida ed operosa società borghese che, uscita dalle stagioni risorgimentali dell’800 si preparava a dare una svolta alla società ed a consolidare la propria egemonia culturale ed economica che, come avvenne negli Stati Uniti prima e dopo la crisi di Wall Street, aveva assicurato sviluppo e lavoro,  attirando milioni di emigrati da ogni parte d’ Europa i cui discendenti sono oggi in larga parte classe dirigente del Paese, finalmente purgato dall’anomalia che lo ha afflitto per quattro anni  e che non bisognerà mai dimenticare, a futura memoria, come amava dire Leonardo Sciascia.

In Italia la situazione sociale e politica all’inizio del secolo era drammatica. Con spirito profetico la Chiesa Cattolica si era interrogata sulle conseguenze che l’estrema povertà avrebbe comportato e l’Enciclica di Leone XIII “De Rerum Novarum” del 1891 fu per la prima volta nella storia millenaria del papato il primo segnale di attenzione alle questioni sociali, dando avvio alla Dottrina sociale di cui “Fratelli tutti” di Jorge Bergoglio è la pagina più aggiornata e discussa.

L’ originalità dell’enciclica leonina risiede nella  mediazione: il Papa, ponendosi esattamente a metà strada fra le parti – come più tardi fece Giovanni Paolo II nella “Centesimus annnus” –   ammonisce la classe operaia di non dar sfogo alla propria rabbia attraverso le idee di rivoluzione, di invidia e odio verso i più ricchi, e chiede contemporaneamente ai padroni di mitigare gli atteggiamenti verso i dipendenti e di abbandonare lo schiavismo cui erano sottoposti gli operai. Il Papa, inoltre, auspica che fra le parti sociali possa nascere armonia e accordo nella questione sociale. Ammette per la difesa dei diritti dei lavoratori le associazioni «sia di soli operai sia miste di operai e padroni». Invita anzi gli operai cristiani a formare proprie società piuttosto che aderire ad un’«organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico». L’enciclica esprime una condanna nei confronti del socialismo, della teoria della lotta di classe, della massoneria, preferendo che la questione sociale venga risolta dall’azione combinata di Chiesa, Stato, impiegati e datori di lavoro.

“Nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue”. 

In Europa l’ approccio più rivoluzionario era sostanzialmente quello anarchico-repubblicano traguardato sugli attentanti ai regnanti: nel 1900 Umberto I d’Italia muore assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci, nel 1903 Alessandro I di Serbia e sua moglie Draga Mašin vengono uccisi da un gruppo di ufficiali dell’esercito, nel 1908 Carlo I del Portogallo è vittima insieme al figlio Luigi Filippo, principe ereditario, di un complotto repubblicano, nel  1913 Giorgio I di Grecia è assassinato dall’anarchico Alexandros Schinas, nel 1914 Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este cade sotto i colpi dell’anarchico Gavrilo Princip, nel 1918 Nicola II di Russia è giustiziato dai bolscevichi con tutta la famiglia e alcuni domestici.

Fatti davanti ai quali perfino l’anarchico cristiano e pacifista Leone Tolstoj ebbe a scrivere: “Se gli uccisori di re sono spinti a essere tali da un sentimento personale di indignazione suscitato dalle sofferenze del popolo in schiavitù di cui appaiono loro responsabili Alessandro, Carnot, Umberto o da un sentimento personale di offesa e vendetta, allora tali azioni per quanto ingiuste appaiono comprensibili”.

L’equilibrio auspicato da Leone XIII stava già saltando e alla voce della Chiesa si unì presto, pur con altri toni, il movimento socialista che si era innestato sull’antica radice anarchica di Michail Bakunin dando vita nel 1884 a Forlì  al Partito Socialista Rivoluzionario Italiano fondato da Filippo Turati e Andrea Costa divenuto poi il 14 agosto del 1892 Partito socialista Italiano che – bizzarria delle date-  sarebbe scomparso dalla scena politica italiani cento anni dopo con Tangentopoli e l’inchiesta di Mani Pulite. Il suo ultimo segretario, e presidente del consiglio Bettino Craxi, come da tradizione del partito mazziniano, preferì l’esilio a Hammamet in Tunisia dove, indomito e mai pentito della propria opera politica, preferì morire, anche ad esito di un ‘intervento chirurgico approssimativo, il 19 gennaio del 2000, dopo aver rifiutato con fiero sdegno una mediazione tendente a farlo ricoverare in Italia.

Il partito ebbe sin dall’inizio la caratteristica che, pur in forma diversa, ha connotato la Sinistra italiana. Da un lato il riformismo di Filippo Turati e Andrea Costa, dall’altro il convincimento profondo da parte di Malatesta e Sivori dell’inevitabilità della soluzione insurrezionale e rivoluzionaria, avente per obiettivo la dittatura del proletariato teorizzata dal marxismo-leninismo e concretizzatasi nel “socialismo reale” che successivamente sarebbe stato guidato dall’Unione Sovietica.

Nella tormentata storia d’Italia del primo ventennio del secolo le contraddizioni insanabili portarono cento anni fa alla scissione di Livorno e alla nascita del PCI, troppo tardi orami per schierare, ad avviso di chi scrive, un partito unito e riformista che avrebbe evitato i disordini gravissimi il cui timore indusse Vittorio Emanuele II ad affidare l’ordine e la sicurezza dello Stato a Benito Mussolini e alla sua banda di scalmanati. E fu regime. Il peccato originale della frammentazione fu poi riscattato durante la Resistenza, cessata la quale, però, le divisioni tornarono e si sarebbe dovuto aspettare la segreteria di Enrico Berlinguer per ricomporla attraverso lo strappo da Mosca e la definitiva adesione alla soluzione riformista, costata ulteriori scissioni. Il resto è storia recente e cronaca, con tutti limiti che ciò sta comportando, anche nella celebrazione in corso in questi giorni politicamente travagliati; accade quando certi temi non sono ancora stati consegnati agli storici di professione che, per fortuna, lavorano in anni in cui il clamore politico è cessato.

Dopo la necessaria ricostruzione del prima e del dopo di quel fatidico 1921, è ora il momento di contestualizzare il contributo del PCI in Sicilia, dove le condizioni di vita erano pressoché immutate dall’unificazione, la borghesia operosa che altrove aveva impresso progresso e sviluppo non era mai stata egemone e il feudalesimo restava immutato da secoli. Centinaia di migliaia di isolani erano emigrati negli Stati Uniti e in America meridionale, occupando nel volgere di un paio di generazioni posti di grande responsabilità in ogni settore. In patria, invece, la situazione era immutata: una nobiltà in prevalenza agraria decadente ma ancora egemone, un ceto borghese ridotto ed opportunista come già detto, industrializzazione a zero, viabilità ed infrastrutture medievali. Su tutto, il potere della mafia, blandita dai ricchi, coperta dall’omertà dei ceti medi e accettata dal popolo soprattutto delle campagne con la medesima rassegnazione con cui il contadino accetta la grandine o la siccità, come “Industria della protezione privata” la cui più completa analisi si trova nell’opera fondamentale del professor Diego Gambetta dell’Università di Oxford, pubblicata in italiano da Einaudi nel 1994.

Davanti a tale strapotere nessuna resistenza organizzata aveva mai preso corpo nell’isola lasciando che i pochi ed isolati oppositori venissero massacrati e fatti sparire, sovente nel silenzio delle istituzioni. 

L’unico argine comincio ad essere innalzato con le lotte contadine, il sindacalismo operaio e soprattutto la denuncia pubblica della mafia come nemica dello sviluppo del territorio e della crescita delle coscienze. E ribadisco l’unico argine, tenuto conto che anche la Chiesa Siciliana, nonostante l’Enciclica citata, era rimasta arroccata su posizioni di privilegio e talvolta di connivenza, isolando i pochi sacerdoti attivi sul campo come Padre Giuseppe Messina di cui ho scritto su queste pagine, che ne avevano preso alla lettera il significato schierandosi senza esitazione con i poveri contro i potenti ed i mafiosi, interessati ieri come oggi a reclutare tra gli ultimi, mantenuti tali, i propri manovali.

In tale scenario di impotenza e di rassegnazione i socialisti prima,  con il movimento dei Fasci Siciliani nato nel 1891 – sarà bene ricordarne il primo maggio il centotrentesimo anniversario – represso ferocemente dal conterraneo Francesco Crispi,  e i comunisti successivamente,  la questione dello sviluppo e la lotta alla mafia divennero la missione della Sinistra e surrogarono negli anni anche l’assenza di un ceto borghese aperto, colto e democratico in grado di sviluppare nuove consapevolezze.

E’ impossibile rendere in pochi paragrafi la storia di un fenomeno culturale oltre che politico che prima dell’avvento del fascismo e dopo lo sbarco degli Alleati nel 1943 fu riferimento unico dei siciliani onesti determinati a liberarsi dalla mafia e dalle sue continue ed inquietanti mutazioni. L’elenco di quegli eroi è sterminato: inizia dal curatore dell’acqua del Manicomio di Palermo Baldassarre La Mantia nel 1890 e prosegue in una dolente dossologia di nomi di vittime note e celebrate e di uomini sconosciuti e dimenticati. Sindacalisti, Capi-lega contadini, segretari delle Camere del Lavoro sono in parte ricordati nell’indimenticabile sequenza del film I Cento passi di Marco Tullio Giordana del 2000 in cui un grandissimo Luigi Lo Cascio nella parte di Peppino Impastato li elenca al giornalista interpretato da Raul Bova dall’alto delle brulle montagne siciliane da cui si distinguono i luoghi del martirio. E sovente quando i media si occupano della Corleone mafiosa dimenticano che è anche il paese di Salvatore Carnevale, Placido Rizzotto, Luciano Nicoletti e Andrea Orlando.

La massima occasione di presenza attiva e militante fu l’occupazione delle terre incolte di cui hanno narrato splendidamente libri come il Principe delle Nuvole di Gianni Riotta e film indimenticabili quali Baaria di Giuseppe Tornatore. Il movimento contadino, incentivato dal decreto Gullo del 19 ottobre 1944 che distribuiva i terreni incolti o mal coltivati a cooperative di contadini, si oppose a questo sistema attraverso l’occupazione dei latifondi. I grandi proprietari si difesero utilizzando vie legali, ma non solo. Si scrisse un patto agrario-mafioso per reprimere quella mobilitazione in cui fu palese il grado di collaborazione che si venne ad instaurare tra alcuni esponenti delle forze di pubblica sicurezza e la mafia. Una tardiva ed equivoca Riforma agraria disposta con Legge regionale del 27 dicembre del 1950 fallì nell’intento come attestato dal documento ufficiale sul tema predisposto dall’ Assessorato Agricoltura e Foreste della Regione Siciliana in cui si legge:

“La legge di Riforma agraria aveva lo scopo di contribuire a migliorare le condizioni veramente difficili delle campagne siciliane del dopoguerra, e di mettere in atti un meccanismo virtuoso per contribuire allo sviluppo delle aree interne dell’Isola, creando borghi rurali autosufficienti, fornendo assistenza tecnica agli assegnatari, introducendo la meccanizzazione delle principali operazioni colturali e incoraggiando forme associative per l’acquisto delle materie prime e per  trasformazione e la  vendita dei prodotti. Anche se le intenzioni erano sicuramente degne di considerazione, spesso non è stato possibile attuarle sino in fondo, perchè molti assegnatari non hanno preso possesso dei fondi spesso non coltivabili proficuamente per caratteristiche pedologiche o di giacitura o per l’estensione non sufficiente ad assicurare una opportuna dimensione economica. Inoltre molti borghi rurali sono rimasti sulla carta o sono stati poco utilizzati, rendendo difficoltosi agli assegnatari raggiungere i rispettivi lotti, situati a volte a parecchi chilometri dalle loro residenze e serviti da strade non adeguate.”

A partire da quelle lotte, il Partito Comunista Italiano cominciò ad essere presente anche nelle istituzioni locali a partire da Pio La Torre consigliere a Palermo nel 1951 per proseguire con nomi illustri tra cui Leonardo Sciascia, eletto come indipendente nella lista del PCI e l’organico Renato Guttuso. Illuminante al riguardo è la lettura dell’articolo di Alfio Mastropaolo pubblicato sulla rivista Meridiana nel 2017 con il titolo “Come fu inventato il Partito comunista in Sicilia tra il 1943 e il 1948” in cui si analizza la formazione del partito comunista in Sicilia dopo la seconda guerra mondiale e come il partito abbia utilizzato e organizzato la mobilitazione dei contadini e dei minatori, dotandoli di un progetto politico e di un’identità comune. In questo modo un piccolo partito d’avanguardia diventava un partito di massa e uno dei principali attori della vita politica nella Sicilia del dopoguerra.

Sarebbero seguite generazioni di consiglieri regionali e comunali sempre impegnati in quegli anni di grande trasformazione a vigilare e a denunciare complicità e connivenze, sostenuti dal giornale L’Ora, fondato dai Florio nel 1900, risorto nel 1947 per la volontà dell’imprenditore antifascista Sebastiano LoVerde e diretto da Nino Sofia. Fino alla chiusura avvenuta nel 1992 vi crebbero i migliori cronisti del giornalismo siciliano e non solo nonché tra i massimi esperti di cose di mafia: veri e propri archivi viventi di fatti anche minimi che alcun testo ha mai riportato.

Riconoscendomi nell’ area della sinistra cattolica, avendovi militato e ricoperto cariche incarichi istituzionali non mi sono mai identificato nell’area comunista a motivo della formazione ricevuta e della filosofia praticata e insegnata e di ciò prima o poi scriverò; tuttavia tra i miei amici più impegnati e colti vi sono centinaia di persone che in quel partito si sono formate e hanno operato consentendomi oggi di poter tracciare un profilo antropologico dell’identità comunista derivante dall’ esperienza diretta,  di cui mi assumo ogni responsabilità e con cui voglio concludere questo articolo.

Il militante comunista è stato sempre animato da alcuni sentimenti profondi ed identitari: innanzitutto l’onestà praticata, al netto di insignificanti esempi marginali, nella vita quotidiana e professionale a cui il credo politico ha conferito un grande senso del dovere e un’indubbia efficacia. Ha sempre tenuto in somma considerazione l’istruzione e la cultura propria e degli altri pienamente convinto del valore salvifico del sapere che è condizione di libertà intellettuale e di dignità civile. Ha operato gradualmente come fautore dell’emancipazione femminile ad ogni livello, valorizzando ragazze e donne che hanno poi dato lustro al Paese. Si è schierato sempre a favore dei più deboli, affiancandosi in questo a molti compagni di strada di diversa estrazione ma animati dalla stessa passione.

E’ sempre stato animato da una vocazione pacifista e in appoggio al disarmo nucleare, anche senza rendersi pienamente conto in anni lontani, di fare il gioco dell’Unione Sovietica. Ha promosso in decenni gli istituti ed i luoghi di partecipazione popolare e quando tale spinta si è fermata ne ha pagato le conseguenze.

Non sempre è stato guidato dalle persone migliori ma nessuno dei leader siciliani che ricordo o che ho avuto modo di frequentare è mai disceso al di sotto della soglia della presentabilità. Infine, ha sempre creduto nella necessità dell’auto-miglioramento, dell’autocritica quando necessaria e, dopo il crollo del Muro di Berlino, ha cercato sempre il dialogo con tutti, fatta eccezione con le destre più retrive e con quanti erano sospettati di connivenze mafiose. Il Partito Comunista ha investito fino ad un certo punto della propria storia nella formazione istituzionalizzata dei propri quadri, si pensi all’Istituto di Studi Comunisti alle Frattocchie, alla Fondazione Gramsci, a decine di Centrostudi e tante altre istituzioni e culturali che hanno fatto la storia politica della Sicilia e dell’Italia e di cui il periodico Rinascita era la sintesi più alta e completa. Per anni l’ho acquistato anche a fronte delle poche disponibilità di un adolescente, trovandovi un completamento cultuale di altissimo livello.

Ecco, ho cercato di scrivere qualcosa di più intimo e sentito rispetto a tanti contributi certamente più completi anche se   non sempre rispettosi o per converso celebrativi in eccesso di un’esperienza senza la quale l’Italia non sarebbe diventata un Paese dove, nonostante tutto, la democrazia e la Costituzione repubblicana sono ancora sentiti dai più come valori da difendere, preservare e trasmettere a figli e nipoti. Anticorpi su cui fare affidamento quando sarà il momento del massimo pericolo.

Una missione proclamata ancora una volta qualche sera fa da Sergio Staino a Piazza Pulita su La 7, nella commovente, autentica e sincera aspirazione di un “poeta con la matita” di continuare a credere nell’obbligo morale di adoperarsi perche innanzitutto quaggiù si tenti di realizzare il paradiso, pur rispettando la libertà di chi confida che ne esista pure un altro di diverso genere in quell’altrove a cui tutti, credenti o meno, siamo destinati.

Questa parziale e sicuramente carente ricostruzione del ruolo e del destino di un partito non può che concludersi con le parole di Emanuele Macaluso un patriarca che, al pari del compianto Vittorio Foa, ho sempre seguito con rispetto e attenzione per l’estrema lucidità delle analisi e il tratto umano di grande nobiltà. Intervistato da Daniela Preziosi sul Manifesto nel marzo scorso, alla domanda postagli circa lo stato di salute della sinistra italiana ebbe a rispondere così:

“Stento a definire oggi qual è la sinistra. Ravviso che c’è, che ci sono forze di sinistra, persone che hanno una visione e una cultura di sinistra. Ma non c’è un forte partito che abbia capacità di incidere, di guidare. Il Pd non lo è. La mia critica si conosce, ho scritto un libro su questo (Al capolinea, 2007, Feltrinelli). Ora dobbiamo stare attenti a vedere se cresce una forza di sinistra con più radici nella storia, più consapevolezza. Ma non la vedo. Vedo gruppetti di sinistra, pezzetti di sinistra. E il Pd, che semmai è una forza di centrosinistra che ha una certa dimensione, stenta a capire e a assolvere a una funzione che pure potrebbe assolvere se si sviluppasse una battaglia al suo interno. Non penso a una battaglia di correnti ma a una battaglia politica. Perché le battaglie politiche interne sono necessarie. In un partito ci devono essere forze che chiedono che il partito stesso assolva a una funzione: imprimere più forza e incisività di fronte ai problemi nuovi. Ma non vedo nulla di questo genere. Del resto questa battaglia dovrebbe essere frutto di dibattito. E per il dibattito mancano gli strumenti di elaborazione, di riflessione e anche di contrasto. Mancano le riviste. Manca un giornale.”

Di quelle mancanze io credo che anche chi comunista non è, non è mai stato e forse non sarà mai, abbia il dovere di farsi carico.

 

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