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Gli azerbaigiani dispersi nel conflitto con l’Armenia

di Domenico Letizia

L’esplodere di un conflitto genera sempre una serie di problematiche che anche con la fine delle ostilità continuano a persistere. Gli attivisti per i diritti umani e le organizzazioni non governative monitorano continuamente le violazioni e le sparizioni di civili durante lo scoppio di un conflitto e cosa accade successivamente a tali avvenimenti politici e sociali. Il 30 agosto è la Giornata Mondiale delle persone scomparse, un tema molto sentito anche in Azerbaigian. All’inizio degli anni Novanta, infatti, lo scoppio del conflitto tra Armenia e Azerbaigian ha generato la nascita dell’orrore delle persone disperse e scomparse.

Ancora oggi, risultano dispersi 3890 cittadini dell’Azerbaigian, come risultato dell’occupazione militare dei territori di questo paese da parte dell’Armenia agli inizi degli anni ’90 e durata circa 30 anni. Nonostante la cattura e il maltrattamento dei civili sia vietato esplicitamente dal diritto internazionale umanitario, 267 civili dell’Azerbaigian risultano ostaggio delle forze militari dell’Armenia. La pratica della cattura degli ostaggi civili da parte dell’Armenia e il loro utilizzo come merce di scambio per ricatti politici è confermata dalle stesse istituzioni armene che hanno rilasciato in tutto 1102 ostaggi azerbaigiani, liberati dalla prigionia armena. Tale atteggiamento torna a riaccendere l’attenzione sulla violazione della Convenzione di Ginevra da parte dell’Armenia, in particolare sul trattamento riservato ai civili durante il conflitto.

Attualmente, numerose famiglie dell’Azerbaigian continuano a chiedere alla comunità internazionale di conoscere la sorte dei loro parenti che risultano dispersi e numerose organizzazioni confermano la pratica della tortura da parte delle autorità armene nei confronti dei civili dell’Azerbaigian.

Le istituzioni dell’Azerbaigian denunciano da decenni la sistematica politica di discriminazione e punizione collettiva esercitata nei confronti degli azerbaigiani residenti lungo il confine. Nonostante il continuo lavoro della Commissione statale sui prigionieri di guerra, gli ostaggi e i dispersi istituita dalla Repubblica dell’Azerbaigian con la documentazione prodotta sulle prove del maltrattamento degli ostaggi civili e sulle condizioni degradanti degli ostaggi nei territori occupati, prima della fine conflitto, molte dinamiche meritano di essere ancora comprese e conosciute. Nel corso degli anni Novanta, l’annientamento di massa di numerosi civili e prigionieri di guerra da parte delle forze armate dell’Armenia ha lasciato il segno generando un problema profondo nel tessuto sociale della società azerbaigiana.

Solo qualche anno fa, le istituzioni della Repubblica dell’Azerbaigian sono riuscite ad ottenere informazioni su 54 prigionieri di guerra e ostaggi, tra cui sei donne, grazie al lavoro di monitoraggio effettuato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). I delegati della Croce Rossa sono riusciti a visitare i luoghi di detenzione degli ostaggi e dopo una lunga trattativa solo 17 ostaggi su 54 sono rientrati in Azerbaigian; 12 ostaggi risultano morti assassinati in territorio armeno, principalmente a Erevan. Altre 33 persone sono state dichiarate morte ma i loro resti non stati restituiti ai parenti, mentre di altre 4 persone semplicemente non si sa più nulla. Gli storici, gli studiosi di geopolitica sovietica e postsovietica e gli attivisti delle organizzazioni non governative hanno ben presente come esempio cruento di crimine contro l’umanità quanto accaduto a Khojaly.

Nella notte tra il 25 e 26 febbraio del 1992 la cittadina di Khojaly, nel neo Stato indipendente dell’Azerbaigian, fu teatro di uno dei più gravi e drammatici eventi del conflitto del Nagorno Karabakh, tra Armenia e Azerbaigian.

Il resoconto ufficiale delle vittime del massacro, compiuto dalle truppe armene, conta 613 persone, tra cui 106 donne. Otto famiglie sono state completamente annientate, 487 persone, tra cui 76 bambini sono rimaste ferite. Attualmente, 196 residenti di Khojaly, inclusi 36 bambini e 65 donne, sono registrati dalla Commissione statale sui prigionieri di guerra, gli ostaggi e le persone scomparse (informazioni al 1° luglio 2021) come persone scomparse. Ci sono testimonianze che 95 persone su 196, tra cui 16 bambini e 22 donne, siano state prese in ostaggio a Khojaly dalle forze militari dell’Armenia.

L’8 dicembre 2019 si sono celebrati i settanta anni dalla ratifica della Convenzione di Ginevra, punti cardine del Diritto Internazionale Umanitario che hanno permesso di salvare innumerevoli vite durante i conflitti armati e che rimangono “un punto di riferimento per la tutela delle vittime anche nelle situazioni più atroci”, dichiarò Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa italiana. Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian e la sparizione dei civili dell’Azerbaigian resta uno dei capitoli storici più atroci per l’Azerbaigian, che ha bisogno di maggiore sostegno internazionale per ottenere chiarezza sul destino dei propri cittadini scomparsi.

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