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Pereunt et imputantur. Una guida istruttiva per i prossimi candidati a sindaco di Palermo

di Luigi Sanlorenzo
[Foto: L’orologio civico sul prospetto di Palazzo delle Aquile, Palermo]

Ancora una volta si colgono bizzarri inviti a seguire per il rilancio della città modelli politici e non piuttosto di buona amministrazione e di gestione di taglio europeo. In principio fu il partito di Palermo, un invito rivolto ad ogni identità politica a “togliere la propria maglietta, ripulire il campo di gioco da fango e detriti del passato e riscrivere le regole comuni”. Un disegno che come un fragile mandàla fu presto spazzato via dalla conversione di larga parte dei politici siciliani che, folgorati sulla via di Arcore, traghettarono larga parte delle proprie truppe cammellate dalla Democrazia Cristiana, dal Partito Socialista e da quelli che allora ancora si chiamavano liberali e repubblicani, nel nuovo partito animato da strategie di marketing, culto dell’immagine, belle presenze e qualche contatto,  meno commendevole ma molto redditizio in termini di voti,   con il cuore profondo della città.

Già alle elezioni politiche del 1994, il simbolo del cambiamento, il giudice Antonino Caponnetto eletto per acclamazione nel 1993 presidente del Consiglio Comunale, fu sconfitto nel collegio uninominale di Palermo Centro da Guido Lo Porto, classe 1937, protagonista sin da studente della Destra cittadina, presente in Parlamento dal 1972 e che nel 2001, l’anno del “sessantuno a zero”in Sicilia, sarebbe diventato presidente dell’Assemblea Regionale. Il padre del pool antimafia non la prese bene e lasciò il seggio a Palazzo delle Aquile per tornare nella sua Firenze e mantenere viva la memoria di Falcone e Borsellino in centinaia di incontri nelle scuole italiane. Morì nel 2002.

Sul seggio più alto di Sala delle Lapidi fu eletto Giorgio Chinnici, recentemente scomparso e da molti rimpianto.

Grazie alla vasta maggioranza,  il primo mandato di Leoluca Orlando eletto con oltre il 75% dei consensi e larga parte di componenti “tecnici” in Giunta,  durò con buona tenuta ed ottimi risultati in termini di atti rifondativi della Città fino al 1997 (Statuto, PRG, Decentramento)  mentre il secondo, di minore impatto sulla città e con un ritorno alle “giunte politiche”  fu interrotto anzitempo per le dimissioni avvenute nel 2000 al fine di concorrere, invano,  alla prima elezione diretta del presidente della regione contro Totò Cuffaro. Sarebbe seguito il Commissario straordinario nella persona del magistrato Guglielmo Serio che operò per circa un anno in autonomia dai partiti, come prescritto dalla legge.

Si aprì dunque il decennio di Diego Cammarata eletto al primo turno entrambe le volte con un consenso personale più fisiologico del 56% nel 2001 e del 54% nel 2007 che, pur incalzato da una serrata opposizione, cercò di modernizzare a suo modo la città lanciandola nel circuito delle “città da bere” definendola  cool; consapevole dei propri limiti gestionali, ebbe soprattutto l’acume di istituire il Direttore Generale nella persona di un professionista di grandi capacità, l’ingegner Gaetano Lo Cicero poi passato all’AMIA con minor fortuna, predisponendo il Piano Strategico, allora abbondantemente finanziato dall’Unione Europea e giungendo “quasi” in porto,  nonostante il peggioramento della situazione finanziaria, il tracollo di AMIA e di GESIP e, negli ultimi anni,  il crescente malcontento cittadino alimentato dai tanti attacchi portati dall’opposizione. Fu costretto, infatti, a rassegnare le dimissioni nel gennaio del 2012 a pochi mesi dalla scadenza naturale del mandato.

Il decennio di Cammarata aveva comunque convinto il centro destra di potere ancora determinare il sindaco del capoluogo nella persona del giovane Massimo Costa esponente di quella Palermo “bene” cresciuta nel frattempo sotto il “sole” di Silvio Berlusconi (vincitore delle politiche nel 2001 e nel 2008) e di Gianfranco Miccichè suo plenipotenziario in Sicilia, pur con brevi parentesi di iniziative autonome. Tuttavia l’imprevista discesa in campo di Leoluca Orlando dopo il ritiro di Rita Borsellino, la candidatura di Fabrizio Ferrandelli, il mutato clima nazionale già piegato dei disagi dalla crisi finanziaria del 2008 e dai costanti richiami europei e quello regionale funestato dalle vicende di Cuffaro prima e di Raffaele Lombardo dopo, nonchè qualche personalissima gaffe infelice, lo gratificarono di soli 24mila voti con un pallido 12% che lo escluse dal ballottaggio.

Preceduto da un breve commissariamento ad opera di Maria Latella, poco meno di venti anni dopo il primo mandato con elezione diretta, Orlando era nuovamente sindaco di Palermo per la terza volta con una maggioranza quasi monocolore proveniente dalla Lista Italia dei Valori, dovuta alla legge elettorale regionale del tempo,  tale  da garantire il pieno controllo del Consiglio Comunale nonostante il declino di Antonio Di Pietro, una nuova denominazione di tipo “civico” dell’ ex partito e qualche abbandono successivo,  mai comunque determinante.

Un assetto che vide il salvataggio dei lavoratori AMIA, oggi RAP e GESIP, oggi RESET, senza tuttavia grandi cambiamenti nella percezione dei cittadini circa il miglioramento dei servizi previsti dai rispettivi, costosi, contratti. Anni in cui videro comunque la luce tre linee di Tram dal discusso percorso,  i tanti disagi e ritardi connessi ai tanti cantieri pubblici,  le ZTL e le pedonalizzazioni che ancora oggi dividono la città e infine il traguardo parzialmente risarcitorio e fruttifero di Palermo capitale italiana della cultura, la kermesse di Manifesta di cui solo  in questi giorni è pervenuta parte del finanziamento nazionale, il generoso intervento di Massimo Valsecchi su Palazzo Butera  e il primo atto formale del nuovo Piano Regolatore oggi ancora in itinere – il Genio Civile ha rilasciato il proprio nulla osta solo qualche mese fa –  per l’adozione definitiva da parte del comune e infine l’approvazione regionale. Non sembra tiri aria di raggiungere a breve quest’ultimo obiettivo.

Con minore tenuta in consiglio e un frequente ricambio di assessori, anche il mandato in corso che, in larga misura ha ereditato le questione aperte del precedente e sta scontando la devastazione sociale ed economica aggravata ulteriormente dalla pandemia, probabilmente sarà completato a scadenza nel 2022  e si chiuderà così un”era” politica, comunque prevalentemente riconducibile ad un’unica figura e che, prima o poi,  saranno gli storici a giudicare non potendolo fare gli elettori visto che Leoluca Orlando, classe 1947,  non potrà più candidarsi e, a quanto sembra, ancora una volta non lascerà eredi politici a cui tributare meriti o attribuire colpe.

Et de hoc satis, come avrebbe detto il compianto cardinale Salvatore Pappalardo che tanto amava le citazioni latine.

Palermo non è solo questione morale nè di attenzione agli ultimi. E’ una grande città, la quinta del Paese, capoluogo di una regione situata strategicamente tra tre continenti. Ospita una cospicua parte del patrimonio artistico e culturale italiano ed è il secondo centro storico per estensione in Europa.

Nei suoi confronti ci sono attenzioni sane, finora tenute in stand by per le note cause nazionali a cui in Sicilia si sommano le altre ben note, da parte di imprenditori internazionali e di fondi sovrani pronti ad interloquire con amministratori competenti ed affidabili in grado di parlare il linguaggio della post modernità, fuori da velleitarismi ed ideologismi che il nostro tempo rende solo demagogici.

Il Comune è inoltre sull’orlo del dissesto finanziario e dovrà operare scelte drammatiche anche sui propri dipendenti diretti e indiretti, giudicati in più occasioni dall’Unione Europea in numero assolutamente esorbitante nel raffronto con città della stessa fascia dimensionale e collocazione geografica.

Candidarsi a Sindaco vuol dire prima di ogni altra cosa essere consapevoli di ciò e renderne consapevoli gli elettori, evitando di promettere ciò che non è possibile mantenere ma aiutando anzi processi di de-localizzazione dell’offerta di lavoro verso territori ancora in grado di assorbire manodopera, in particolare quella non altamente qualificata.

Candidarsi a Sindaco vuol dire conoscere e mobilitare una borghesia che ha già fatto emigrare i propri figli e rimane in città solo perchè non ha bisogno di alcun servizio pubblico e, quando occorre, prende un aereo per curarsi o per andare a teatro. A tale borghesia occorre parlare il linguaggio della speranza possibile di tornare ad avere un ruolo – culturale, produttivo, gestionale, internazionale – senza più bisogno di genuflettersi davanti al mafioso o all’assessore regionale di turno, restituendo diritto di cittadinanza al merito, all’impegno e al rischio imprenditoriale.

Palermo è stanca di un’antimafia da parata che è servita solo a perpetuarne la marginalità sui media che la hanno ormai congelata negli stereotipi della mafia e del relativo contrasto e storie di vittime e parenti delle stesse, cui va tributato rispetto e mantenuto alto il ricordo e la testimonianza ma non automaticamente il ruolo messianico di solutori di problemi concreti.

Palermo ha bisogno di una straordinaria normalità in cui l’Europa possa credere e investire perchè chi la rappresenterà nel mondo ne avrà visione di lungo respiro, capacità manageriale, stima e riconoscimento internazionale. Allora i palermitani torneranno ad essere fieri di esserlo e solo questa nuova energia sarà l’origine di nuovi comportamenti di ordinaria onestà e di solidarietà di tipo nuovo, in grado di promuovere la dignità umana e l’identità territoriale.

La soluzione della questione morale è solo l’esito di tale processo poichè nessuna morale astratta ha mai cambiato il mondo senza passare attraverso manifestazione di atti concreti di cambiamento della realtà quotidiana e della tensione degli attori che vi interagiscono. Non appaia allora secondario invitare i prossimi candidati a Sindaco a mettere alla prova la propria onestà intellettuale aiutandoli ad analizzare la propria capacità attuativa, di rispondendo, innanzitutto a se stesso, alle seguenti domande, con la premessa che segue:

” Consapevole che potrò fare affidamento, non certo sul gettito da tasse di una città povera, ma solo  sui trasferimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e sui residui fondi europei, sono disposto  ad inserire nel programma e ad  impegnarmi a realizzare entro la metà del mandato i seguenti punti:”

  • ridurrò del 20% i dipendenti del Comune nel rispetto della loro dignità e tutela
  • ridurrò del 50% i dirigenti, non tecnici, del medesimo ente
  • sottoporrò a verifica periodica l’intero personale sulla base dei modelli di controllo di efficienza/efficacia usati in ogni paese UE
  • disporrò normali servizi notturni di Polizia Municipale
  • parallelamente alla digitalizzazione dei servizi burocratici finanziati dal PNRR amplierò gli orari di ricevimento del pubblico, comprendendo anche turni in giorni pre-festivi e festivi
  • pedonalizzarò il Centro Storico da Piazza Croci alla Stazione FF.SS, soltanto quando l’offerta dei mezzi alternativi alla mobilità privata avranno raggiunto il 50% del totale previsto
  • metterò all’asta europea i servizi di trasporto pubblico e raccolta rifiuti realizzerò almeno 4 degli 8 centri di Municipalità previsti dal PRG del 1997, delegando i relativi poteri e risorse umane ed economiche ai presidenti ed ai consigli di circoscrizione
  • farò dello ZEN, a costo zero, un modello di riferimento virtuoso per le periferie italiane
  • sfrutterò ogni sinergia, economica, sociale e gestionale possibile con i comuni dell’Area Metropolitana
  • darò la priorità alla sicurezza/dignità degli edifici scolastici di pertinenza comunale e metropolitana
  • estenderò all’intero territorio la raccolta differenziata e incoraggerò la realizzazione di termovalorizzatori di moderna concezione
  • creerò corsie formative e programmi di integrazione per giovani e donne di provenienza extracomunitaria anche antica a cui è doveroso riservare la meritata parte nella nuova classe dirigente
  • presenterò alla comunità internazionale degli investitori un Piano Strategico che ponga Palermo tra le opportunità del secolo, offrendo le garanzie di governance necessarie e non solo un vago richiamo alle pur nobili e prestigiose eredità storico culturali della città.
  • selezionerò le collaborazioni esterne strettamente necessarie mediante bando pubblico e con criteri che privilegino il merito
  • otterrò la consegna da parte della Regione Siciliana del Castello Utveggio per farne una scuola di eccellenza in partenariato con i migliori centri internazionali di management e governance con specifica attenzione e sostegno economico a soggetti selezionati provenienti dall’area del Mediterraneo, nuova prospettiva dell’Unione Europea
  • chiederò la consegna delle caserme che andranno in dismissione e ne concorderò con l’Università l’uso per campus ed alloggi per gli studenti fuori sede

in mancanza del raggiungimento di buona parte di questi ed altri obiettivi che la necessaria previa consultazione della cittadinanza riterrà preliminarmente e responsabilmente di  individuare in apposite assemblee programmatiche,  prendo già ora l’impegno  di  non ricandidarmi,  per favorire l’alternanza democratica in generale e, in particolare all’interno del mio schieramento e per far crescere una squadra di giovani e competenti amministratori pubblici quale prospettiva di continuità che ripari la cittadinanza da improvvisate classi dirigenti.”

Ovviamente saranno opportune e gradite tutte le dichiarazioni/iniziative sulla legalità e il contrasto alla mafia che egli vorrà fare ma, ove ritenesse in piena coscienza che almeno un terzo delle scelte sopra indicate non siano alla propria portata, impegni altrove la propria azione generosa. Sarà un bene per la sua igiene mentale e, soprattutto, per la Città.

Mentre assistiamo a funanbolici tentativi di esperimenti politici che dopo la maggioranza “Ursula” oggi si spingono a richiedere maggioranze “Draghi” mostrando di non aver compreso il senso dell’attuale esperienza emergenziale di governo, corre l’obbligo di consigliare piuttosto di cominciare per tempo ad elaborare un nuovo programma per la città ed a candidare, con le modalità proprie di ogni schieramento,   il più adeguato tra i non molti che potrebbero interpretarlo, regalando così ai palermitani che resteranno ed a quelli che vorrebbero tornare in presenza di un reale cambiamento,  un futuro di normalità a lungo promesso e quasi mai realizzato.

A quanti vorranno cimentarsi, a questo punto non occorre ricordare null’altro. Basterà che alzino gli occhi al prospetto di Palazzo delle Aquile dove immediatamente sotto la protezione benedicente di Santa Rosalia, campeggia dal 1864  insieme all’orologio civico  un monito molto concreto ed operativo circa l’urgenza di fare presto, rispondendo personalmente di ogni ulteriore ritardo poichè : (Horae) Pereunt et imputantur; un motto di autore ignoto che formò oggetto di una missiva spedita da un amico non meglio identificato , Giovanni B.,  a Gabriele Buccola (Mezzojuso,  1854 – Torino, 1885) considerato il padre della psicologia scientifica italiana e della “cronometria mentale” mondiale, le cui intuizioni sono state pubblicate nell’ opera più importante “La legge del tempo nei fenomeni del pensiero. Saggio di psicologia sperimentale” del 1883. Gli è intitolata una strada tra le vie Francesco Paolo Perez ed Oreto.

Il contenuto di quella lettera scritta oltre un secolo e mezzo fa propongo, quale corposa ed opzionale appendice, come conclusione di questo articolo della domenica affidato come sempre alla paziente curiosità dei lettori de Lo Spessore.

Palermo, circa 1870

“Caro Gabriello,

hai voluto che io ti scrivessi gli argomenti che mettevo avanti in mio favore nella discussione che avemmo intorno alla spiegazione delle parole pereunt et imputantur scritte a caratteri cubitali sotto l’orologio del Palazzo di Città. In fede mia non ne varrebbe la pena, sono chiacchierate che si fanno a voce e non per iscritto. Verba volant e le corbellerie in carta manent. Pure non voglio negarti il piacere, che tu cerchi, di ritorcermi così più dirittamente gli argomenti. Però sappi che io ti lancio la sfida e mi ritiro subito sia per non essere annichilito dalle tue mazzate da orbo, ove tu abbia santa ragione, o invece per rider di nascosto alle tue spalle nel vederti invano arrabbattarti contro un’ombra.

A bomba. Tu, uno dei pochi che vogliansi rendere ragione di tutto ciò che all’occhio volgare passa affatto inosservato, o trascurato, ài tradotto il pereunt et imputantur le ore passano e si computano: spiegazione che si troverebbe per la prima in un dizionario qualunque (e noi lo sappiamo) e che, come tale, potrebbe darla (riportando 10 punti) uno scolaretto da ginnasio. La spiegazione è forse eccellente, come è seria questa piccola disputa al paragone dei varii pensamenti (incredibili se non veri) di altri amici in proposito.

Però io ti faccio osservare che quelle parole latine significhino qualcosa dippiù che non dicano le corrispondenti parole italiane “le ore passano e sono contate”; e che contengano in sé, intimamente, un significato, una forza che non appare punto nelle semplici parole della pretesa traduzione.

A render ciò più chiaro, a riflettere in certa guisa la lucidezza latina, io spiegai così: le ore passano e ci sono addebitate, ovvero le ore passano e pesano su di noi, credendo così azzeccar nel senso logico del detto romano, rendendo meglio il significato (metaforico, se vuoi, ma vero) della responsabilità che à l’uomo del tempo che vola, ossia delle ore che gli son poste a debito, a conto, a carico. Solo in questo largo senso accetterei la voce “sono contate”, quantunque a parer mio il si computano (che vale lo stesso) non riveli quel concetto nobile e morale, cui accenno, sibbene non altro che il sopraggiungere di nuove ore a quelle trascorse.

La differenza mi sembra enorme, anzi sostanziale. Il tuo “si computano o sono contate” indica solamente l’ufficio dell’orologio, cioè le ore passano e l’orologio le segna, le conta. Oh il miracolo! Vorresti cogliere nel latino la meraviglia dei Romani per l’invenzione a venire di uno strumento che accusasse il tempo? Allora ti rispondo che anche prima che s’inventasse l’orologio, e prima che si trovasse qualunque altro strumento o modo per misurare il tempo le ore passavano et imputabantur allo stesso modo di oggi, in pieno secolo decimonono. Se non che gli uomini quanto più sono inciviliti, tanto più sono responsabili del loro operato, della vita scorsa, che non possono più richiamare, nemmeno vivendo eternamente.

Io per contro dall’imputantur rilevo che le ore si contano si, ma a debito dell’uomo, …tu devi rispondere del tempo che passa, devi dar ragione del come lo ài impiegato; perciò mettilo a bene, a profitto; non perder tempo inutilmente o male; ne sei responsabile, guai a te se ne sprechi. Tutta quella roba lì non è detta a caso, né sono io che voglio vederla per forza nel motto latino: no, non è mio studio, o fantasia, è realtà. Dall’imputantur risulta la grandezza del valore del tempo. Gl’Inglesi un po’ egoisticamente àn detto che il tempo è moneta. L’imputantur è una voce eminentemente plastica. I Latini con un solo vocabolo dicevano tante cose!

L’idea dell’imputantur fu dal sommo poeta divinamente scolpita nel verso “che il perder tempo a chi più sa più spiace”.

Ad onta di ciò, tu mi ripeti che la tua traduzione è la giusta, perché le parole italiane ben corrispondono alle latine; e che tu (se è vero che le parole ritraggono le idee) in quel motto latino non trovi altro concetto fuor di quello prettamente espresso dalle dizioni italiane. Amico mio, avrai ragione, ma vedi corto. Tu ài anatomizzato una frase (per te) fossile, non ne conosci la funzione, non ne intuisci la virtù, forse perché fisiologicamente l’organismo di essa ti sembra amputato in parte. Tu dici: perché la frase funzioni con quelle idee ci vorrebbe un nobis.

No, il nobis si sottintende benissimo, come facilmente si comprende il soggetto “le ore” taciuto. Mi dirai che il soggetto ore è facile a capirsi perché il motto è scritto lì sotto un orologio; e io parimenti ti rispondo che il tempo passa – per chi? – nobis, per noi che ce lo dimandiamo e che abbiamo coscienza della sua successione. Quindi non so perché mai pretendere un nobis inutile; mentre certamente il tempo non può computarsi a debito degli elementi, o delle cose, o dei gatti o dei cani, ma sibbene esclusivamente a conto degli uomini.

Un profondo scrittore dice che l’uomo solo, fra tutti gli esseri ond’è popolata la terra, misura le battute del suo polso e novera le ore della sua vita. Eppoi bisogna pure tener presente che quella è una frase concettosa; e tu, maestro di estetica, m’insegni che le frasi tanto più fortemente e bellamente esprimono i concetti quanto più sono laconiche e sintetiche. Ecco perché difficilmente quella benedetta sentenza può voltarsi in italiano con altrettante parole.

Parmi vederti ancora incaponito a negare il concetto morale, e la necessaria relazione con l’uomo. Anzi tu credevi che il pereunt basterebbe da solo ad esprimer tutta quella robaccia. No, il pereunt, a parer mio (che non sono un poeta), non esprime altro che la successione dei fenomeni, e per l’uomo, delle sue azioni. Il busilli però è nell’imputantur, che pretende dall’uomo che quelle azioni sieno buone. Quindi pereunt et imputantur – le ore passano e ci son poste a debito; e noi ce ne sdebitiamo impiegandole a bene, cioè a conservarci e perfezionarci (a momenti ci vedo pure la teoria dell’evoluzione darwiniana!).

Il pereunt, se fosse scompagnato dall’imputantur, non direbbe nulla; l’imputantur viceversa direbbe tutto. Or bene: il concetto si completa con tutti e due i verbi; il pereunt è la parte per così dire fenomenale, l’imputantur è la parte morale. Altrimenti ragionando, non ài capito l’energia della frase riducendo tutto il significato di essa al secco fenomeno del pereunt solamente.

Gabriello carissimo, ritrattati; e così conchiuderemo che quella sentenza racchiude certamente un concetto morale, mal reso dalla tua traduzione, la quale non noterebbe altro che il meccanismo stupido di un orologio che segna l’ore. Grazie allora dell’iscrizione, quando non si sa ricavarne un’utilità pratica! “Che il tempo passa ed è misurato” lo sappiamo tutti; e non c’era bisogno di scriverlo in nessun luogo, tanto meno sotto un orologio. Il motto latino ricorda qualcosa di più; è pieno di anima e di vita, perché in mezzo ci entra l’uomo. La tua traduzione (te lo ripeto) è gretta, vuota del concetto sostanziale. Il motto latino à uno scopo altamente elevato, uno scopo favorevole, anzi inerente alla natura umana. La tua traduzione sfibrata tradisce quello scopo, e non è che un’osservazione fenomenica, che non conchiude nulla.

Quella sentenza è infine un …Laboramus, un …lucro appone, un …operibus credite, che non per nulla si pongono sotto gli orologi a ricordanza degli uomini. La forma di quelle frasi latine è diversa, il concetto è quasi identico. Dico quasi perché pereunt et imputantur à un significato più ricco ancora.

Pereunt et imputantur! non è il freddo e inconscio girare dell’indice di un orologio, ma è invece una solenne e fatidica ammonizione alla gioventù; è un acerbo rimprovero che sprona al lavoro gli oziosi dei 4 cantoni.

Ed ora mi rassegno al vandalismo della tua critica. Addio.  

Tuo  Giov. B.”

 

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