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Tra precarietà e smarrimento, l’urgenza di una nuova leadership mondiale

di Luigi Sanlorenzo

 

La zattera della Medusa (Le Radeau de la Méduse) [dipinto di Théodore Géricault 1818-1819 olio su tela Museo del Louvre (Parigi)]

 Il segno della transizione sta accompagnando la nostra epoca ormai da molti anni. La  velocità che contraddistingue i processi sociali, economici e della conoscenza sta richiedendo nuove capacità di analisi e di decisione che presentano caratteristiche inedite nella storia dell’Umanità.

Tali capacità si declinano al futuro e consistono nell’individuazione con largo anticipo della direzione in cui si evolveranno i fenomeni e non più in quella – tutta emergenziale – di trovare soluzioni a problemi che si manifestano improvvisamente e direttamente nella propria complessità.

Quanto sta accadendo, anticipato da anni da pensatori quali Bauman, Beck, Gallino, Giddens ed altri, ha già configurato una società smarrita in cui classi sociali, regioni del  mondo, singoli individui vagano in quell’Odissea del post-moderno che, a differenza dell’epos omerico, non possiede la speranza di rivedere Itaca.

Il mondo procede disordinatamente e privo di guida verso scenari in cui non solo la storia dei singoli popoli è diventata quella dell’intera Umanità ma dove anche la Natura pone a tutte le latitudini gli stessi allarmi ambientali, globalizzando catastrofi naturali, le cui cause quasi sempre possono essere fatte risalire ad antiche e recenti responsabilità umane.

I grandi ideali che dall’Illuminismo in poi hanno puntato a costruire, almeno in Occidente,  i valori della solidarietà quale risultato dell’affermazione dei principi di uguaglianza tra tutti gli individui, hanno trovato nell’agire economico un argine insormontabile ed a quello sono ormai subordinati e subalterni.

L’Europa ha perso da decenni il ruolo di guida nella costruzione di un mondo migliore e negli Stati Uniti d’America la possibilità non remota di una riconferma di Donald Trump presenta forti rischi di arretramento sociale. Cina e India sono ancora avvinte nelle contraddizioni secolari che contrappongono il massimo dell’era post industriale al mantenimento di condizioni di vita medievali nelle sterminate aree interne e che riguardano ancora miliardi di persone.

Il continente africano è sempre più lontano dalla definizione del proprio destino e continua ad essere il luogo del massimo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’immane tragedia della fame, dell’ AIDS e di antiche epidemie ancora endemiche. Sull’Africa sembra essere calata una cortina di silenzio dietro la quale si stanno consumando destini individuali e collettivi di grande drammaticità.

Migrazioni dalle proporzioni planetarie sono in corso e quelle poche decine di migliaia di esseri umani diretti verso quel mito dell’Occidente  che non esiste più e che i media raccontano ogni giorno,  sono soltanto la parte emersa di un iceberg dalle proporzioni gigantesche e in rapida rotta di collisione con la realtà che abbiamo conosciuto.

In tale scenario, nel nostro Paese  i percorsi formativi e le modalità di ricambio della classe dirigente rimangono sostanzialmente quelli del secolo scorso e dove qualche barlume si è acceso, presto è stato oscurato dalla mediocrità generale. Ovunque competenza e merito sono ancora mete lontane da raggiungere quali criteri guida da opporre ad tristi appartenenze ed a squallide cooptazioni che abbassano sempre più velocemente il livello della responsabilità individuale e il potenziale di cambiamento radicale oggi non più differibile.

Nelle maggior parte delle scuole e delle università si continuano ad insegnare, con modalità didattiche arcaiche, discipline dell’ormai sepolta era industriale e saperi obsoleti che, alla prova decisiva del tentativo di entrare o di restare dopo una certa età  nel mondo del lavoro,  rivelano limiti invalicabili.

Ciò alimenta una disoccupazione che non ha precedenti e che tocca tutte le generazioni e le zone geografiche, livellando sempre più verso il basso bisogni e desideri, sogni ed aspirazioni, consumi e stili di vita.

Molto sembra immolato sull’altare in cui si celebrano tecnologia e intelligenza artificiale,  invocate come soluzioni miracolistiche in grado di cambiare il mondo; si trascura di considerare, invece, che solo un’inedita antropologia può invertire le attuali tendenze negative.

Pur conoscendo la verità, larga parte della politica mondiale  continua con arroganza ad alimentare speranze attingendo a teorie economiche socialiste o neo-liberali, oggi entrambe improponibili perché profondamente trasformato è il contesto in cui applicarle. Mutazioni sociali, antropologiche e perfino genetiche trovano impreparate classi dirigenti sempre meno adeguate e sempre più provvisorie e, anch’esse, smarrite e disorientate.

Termini come decadenza, degrado, delegittimazione connotano istituzioni, società, ambienti naturali e si riflettono ormai su più  generazioni che ne stanno sperimentando gli effetti sul proprio destino. Dalla sponda  di una società delle certezze e delle garanzie collettive si staccano zattere di profughi che dovranno imparare a navigare a vista in cerca di nuovi approdi e alla ricerca di un nuovo senso dell’esistenza: uomini e donne che già oggi sperimentano la necessità di guidare da soli la propria vita senza più potere fare affidamento su sistemi sociali di protezione.

Pochissime tra queste persone sono oggi attrezzate per farlo. La maggior parte di esse sperimenta la propria fragilità e si lascia andare alla deriva o converge intorno a falsi profeti che ne sfruttano le residue speranze e ne eccitano i peggiori istinti.

Nella disattenzione totale sorgono prepotentemente nuovi bisogni educativi, tutti dentro il nuovo paradigma dell’incertezza cui, soprattutto i giovani adulti non sono stati preparati da coloro che pure sapevano bene quale mondo si stesse costruendo e che avevano il dovere di attrezzarli perché sapessero affrontarli.

Gli insegnamenti di Morin, i moniti di Rifkin, le previsioni di Bion, il paziente invito a prepararsi a fare i conti con le tecnologie per non esserne disumanizzati proposto da Heidegger, Severino, Galimberti e molti altri,  sono rimasti nel chiuso dell’Accademia e non hanno contaminato come avrebbero potuto e dovuto la società italiana.

Precarietà, smarrimento ed erranza saranno nei prossimi decenni i compagni di vita di molte generazioni che avranno il compito di aprire nuove strade per se stesse e per quelle che le seguiranno. Generazioni che dovranno avere al proprio interno singole individualità capaci di guidarle lontano da un passato ormai in fiamme, in salvo verso nuove mete che esse avranno dovuto e saputo immaginare prima di proporle come nuovi traguardi da raggiungere,  pur con fatica e sacrificio.

Singole individualità dotate di inedite capacità quali il coraggio – fisico e non solo intellettuale – il discernimento, il rigore morale, la responsabilità di sentire il servizio agli altri come lo scopo della propria esistenza, l’ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione, la fantasia e l’immaginazione per distinguere prima di altri la direzione da prendere davanti ai tanti bivi che il futuro presenterà.

Esse dovranno apprendere presto la capacità di scegliere e di decidere, quando altri si attardano nell’autocommiserazione o, all’opposto, nello sterile narcisismo,  sapranno sopportare la sofferenza che ne deriverà e al raggiungimento di ogni nuova tappa,  dovranno essere capaci di verificare di aver compiuto la propria opera e, soprattutto,  di aver preparato altri per continuarla e migliorarla: una nuova leadership mondiale per un’inedita antropologia. La formazione in ogni settore di una nuova classe dirigente orientata in tale direzione è l’unica possibilità che rimane alla nostra generazione per riscattare colpe, errori, omissioni. Farlo presto sarà il nostro ultimo dovere.

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