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La scomparsa di Giorgio Chinnici, presidente della più fertile stagione consiliare di Palermo

di Luigi Sanlorenzo22 Ottobre 2020
di Luigi Sanlorenzo22 Ottobre 2020
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Mai come oggi i consigli comunali sono considerati luoghi rissosi dove maggioranza ed opposizione si confrontano sui temi scottanti della città, influendo poco o niente sulle scelte dell’amministrazione attiva. La maggioranza ha,ob torto collo, una funzione spesso di presidio e difesa degli atti della Giunta, l’opposizione, invece,  sovente abbaia alla luna cercando di contrastarli, pur dichiarando di volerli migliorare. La consiliatura 1993/1997 fu la prima dopo l’istituzione dell’elezione diretta del Sindaco, introdotta in Sicilia con la legge regionale n.7 del 1992.

L’assemblea, fino a poco prima presieduta dal Primo Cittadino, diventava un soggetto nuovo ed autonomo con un proprio Presidente eletto dai consiglieri a maggioranza qualificata. Si chiudeva l’epoca in cui i singoli partiti potevano far decadere sindaco e giunta ritirando i propri assessori,  ruolo compatibile, allora,  con quello di consigliere e riducendo a una farsa il valore della necessaria stabilità del governo locale.  I numerosi componenti, oggi ridotti a quaranta, disponevano di una facoltà di interdizione assoluta e ciò comportava un potere individuale, talvolta palesemente condizionante sul piano politico,  che si esprimeva in una serie d’intromissioni dirette nella gestione dei fatti amministrativi ,di decisiva influenza sugli uffici ,  di privilegi personali e di visibilità cittadina,  spesso preludio ad ulteriori evoluzioni del peso politico dell’interessato.

Con la stagione delle Autonomie Locali, si apriva una nuova pagina. Il ruolo del Consiglio ne risultava fortemente ridimensionato: restava determinante nella produzione di atti di grande rilievo richiesti dalla nuova normativa quali lo statuto, il piano regolatore generale con le relative varianti, i regolamenti di settore, i bilanci di previsione e consuntivo, gli atti ispettivi attraverso interpellanze ed interrogazioni. L’attività residua riguardava la presentazione di mozioni, vincolanti per l’amministrazione e di ordini del giorno a carattere di indirizzo, di raccomandazione o di auspicio. A differenza del passato,  la gestione dell’aula e la  rappresentanza ufficiale del Consiglio era ora appannaggio del Presidente e non più dei singoli consiglieri che mantenevano tuttavia lo status di rappresentanti dei cittadini con i poteri ispettivi connessi. E tale ne è la rappresentazione scenografica che, come in Parlamento, vede gli scranni di governo essere posti al di sotto della presidenza dell’aula.

Il Consiglio Comunale veniva a dotarsi di un proprio Ufficio di Presidenza composto dal titolare e da due vicari cui era demandato il compito di fissare il calendario dei lavori d’aula e  l’inserimento dei punti all’ordine del giorno di propria iniziativa o, più frequentemente, su richiesta del sindaco e degli assessori. Per lo svolgimento di tali funzioni l’ Ufficio era, ed è,  destinatario di una dotazione finanziaria, di personale addetto, di locali e di risorse logistiche proprie.

La prima e più alta sfida per il nuovo Organo fu la stesura e l’approvazione dello Statuto Comunale, reso obbligatorio dal Nuovo Ordinamento degli Enti Locali  per tutti i comuni italiani al fine di valorizzarne la storia, definirne e potenziarne le vocazioni specifiche, stabilire le regole generali per il funzionamento della macchina comunale affidata esclusivamente a sindaco e giunta,  unitamente a tutte le scelte gestionali.

In teoria, l’occasione della stesura dello statuto avrebbe dato ad ogni singolo comune, dal più piccolo al più popoloso, l’opportunità di definire la propria identità e il proprio destino. Di fatto, in Sicilia, molti consigli adottarono una copia standard prodotta dall’ ANCI  cui vennero apposte modifiche poco significative.

Non fu così al Comune di Palermo che, dotatosi di un Assessore alla Cittadinanza nella persona di Alfio Mastropaolo,  professore ordinario di Scienza della Politica all’Università degli Studi di Torino,   ne fece l’interlocutore privilegiato del Consiglio per la produzione di tale atto ri-fondativo di una  Città in cui il ricordo recente delle stragi di Capaci e di via D’Amelio aveva generato una nuova temperie civile e molte speranze di rinnovamento, come ancora oggi recita il prologo all’articolato.

Chiamato a presiedere il Consiglio Comunale di Palermo fu Antonino Caponnetto, il magistrato noto soprattutto per aver guidato, dal 1984 al 1990 il Pool antimafia istituito da Rocco Chinnici nel 1980. Dopo il fatale attentato del 29 luglio 1983 in via Giuseppe Pipitone Federico, infausto presagio di quelli successivi,  Caponnetto ne aveva  preso il posto nel novembre successivo. Accanto a sé chiamò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Gioacchino Natoli, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. La loro attività portò all’arresto di più di 400 criminali legati a Cosa Nostra, culminando nel maxiprocesso di Palermo, celebrato a partire dal 10 febbraio 1986. Concluse la propria carriera nel 1990 e dovette assistere prima alla morte di Falcone e poco dopo di Borsellino.

Da allora, invece di ritirarsi, iniziò instancabilmente a viaggiare tra le scuole e le piazze di tutta Italia per raccontare, soprattutto ai giovani, chi fossero stati Falcone e Borsellino e come avesse avuto inizio un nuovo e decisivo sforzo delle Istituzioni contro il fenomeno mafioso. Caponnetto intervenne in centinaia di scuole, diventando un testimone di etica della politica e della vita civile, della giustizia e della legalità. Nel 1993 fu eletto a furor di popolo nella lista de La Rete alle elezioni amministrative di Palermo e subito indicato quale primo presidente del nuovo Consiglio Comunale.

Nel 1994, candidato al Parlamento,  fu sconfitto dalla valanga di Forza Italia nata pochi mesi prima. Nel collegio di Palermo-Libertà ottenne il 39,3% a fronte del 48,1% dal candidato del Polo delle Libertà Guido Lo Porto che nel 1987 quale membro della Commissione Parlamentare antimafia aveva criticato l’istituzione del maxi processo a Cosa nostra.  Per l’amarezza di un “incomprensibile”  voltafaccia della Città,  Caponnetto si dimise dalla carica e lasciò il Consiglio. E’ scomparso il 6 dicembre del 2002 ma il suo pensiero continua ad essere un riferimento nell’educazione alla legalità, attraverso la Fondazione che ne porta il nome.

Nel settembre 1994 gli subentrai in Consiglio in quanto primo dei non eletti della lista e mai avvertii responsabilità più grande durante l’intero mandato conclusosi nel 1997. Mantenni un contatto telefonico costante che fu sempre benevolo e prezioso. Non  avrei immaginato di tornare a Palazzo delle Aquile diciotto anni dopo nella consiliatura 2012-2017 in un clima politico profondamente mutato.

In un  atmosfera di grande stravolgimento del consenso popolare  nell’arco di pochi mesi, il Consiglio risentì molto delle dimissioni di Caponnetto e dovette interrogarsi sulla scelta di  un successore che avesse un profilo adeguato e altrettanta autorevolezza. La scelta fu immediata e naturale e cadde su Giorgio Chinnici, eletto nella lista Ricostruire Palermo (PDS, Verdi, Città per l’Uomo). Docente di criminologia all’Università degli Studi di Palermo, storico esponente  del Partito Comunista Italiano prima e del PDS dopo la svolta della Bolognina,  era legato da parentela a Rocco Chinnici, la cui memoria venerava,  e godeva di stima incondizionata sul piano accademico e politico. Il tratto personale, improntato a garbo istituzionale e la spontanea elegante affabilità ebbero un ruolo non secondario nell’esito della votazione.

Consapevole delle aspettative della Città nei suoi confronti e allarmato dal dilagante  quanto inatteso consenso di Forza Italia, Giorgio Chinnici assunse su di sé il compito cruciale di condurre il Consiglio Comunale negli anni che seguirono. Era consapevole che la consiliatura avrebbe dovuto affrontare la rifondazione civile e politica di una città tentata di tornare a guardare al passato. L’attendevano il completamento e l’approvazione dello statuto, il regolamento sul decentramento, il nuovo piano regolatore che avrebbe preso il posto di quello di Vito Ciancimino, trascinatosi per decenni attraverso varianti non sempre trasparenti come testimoniano gli  scheletri delle ville incompiute di Pizzo Sella la cui vergogna incombe ogni giorno sui palermitani. Occorreva che il massimo consesso cittadino compisse un salto di qualità e percepisse se stesso, pur nel rispetto del diverso ruolo rispetto all’amministrazione attiva, come un luogo di alta elaborazione dei contenuti politici ed amministrativi, di massima trasparenza, di crescita istituzionale di tutti i consiglieri, di presenza tra i cittadini con dignità non inferiore a quella del sindaco. Si trattava di rendere concreto il motto SPQP (acronimo del brocardo latino “il senato, cioè la giunta e il popolo palermitano, cioè il consiglio”) che, come il più noto romano SPQR,  campeggia nelle molte iscrizioni di Sala delle Lapidi quale chiaro indicatore del bilanciamento dei poteri, mai assoluti per alcuno.

Consapevoli del fatto che la crisi dei partiti si era ormai consolidata,  ancor prima di sfociare nel disastro rivelato dall’indagine del pool milanese di  Mani Pulite,  azzerandone il ruolo formativo nei confronti dei rappresentanti eletti,  molti dei quali a Palermo eravamo giovani e al primo mandato, discutemmo a lungo su possibili strumenti da mettere a disposizione dei consiglieri perché incrementassero un proprio aggiornamento originale ed autonomo rispetto alla Giunta. Nella visione di Chinnici la dignità dell’Organo Consiliare doveva essere potenziata ed affermata. E ciò valeva anche per i consiglieri di maggioranza chiamati ad essere fedeli ma non supini alle scelte del sindaco nei cui confronti Chinnici fu sempre leale ma mai succube. Non mancarono garbate frizioni, sempre ricondotte nell’alveo istituzionale e nel solco della reciproca stima personale.

Nell’ambito di tale visione fu costituito l’Ufficio Studi e Documentazone del Consiglio Comunale sotto la responsabilità del Vice Presidente vicario Ettore Maltese, storico esponente della Destra,  grande conoscitore del regolamento  del consiglio e stimato anche dagli avversari. E’ scomparso nel 2015. Furono assegnati locali ed arredi in uno dei tanti interpiani del labirintico palazzo di Città, il Gruppo della Rete mi indicò quale componente. Ne nacque un luogo di elaborazione di notevole livello arricchito dal contributo di altissimo livello  del Segretario Generale di allora, Giuseppe Albanese, che nel 2001 sarebbe stato chiamato alla medesima responsabilità dal sindaco di Milano.

Tra le tante iniziative promosse, di particolare rilievo fu il progetto “ Mosaico”  finalizzato a favorire la conoscenza tra i cittadini dello statuto, delle nuove otto circoscrizioni/municipalità  e del sistema dei trasporti urbani, elementi tutti legati da un’intrinseca coerenza progettuale fondata sull’ idea di Palermo come “città di città” con la valorizzazione degli elementi identitari di ciascuna di esse in un rapporto di pari dignità con il centro storico. Un vero e proprio “porta a porta” svolto da giovani volontari muniti di un apposito ed esaustivodepliantdalla grafica efficace, finalizzato a garantire conoscenza ed informazione a tutti cittadini in un’ epoca in cui ancora il sito web del Comune era in gestazione. Seguirono incontri e seminari per i consiglieri comunali appartenenti a tutti i gruppi, aperti anche a giovani funzionari dell’ ente oggi in posizione di grande responsabilità,  e la redazione di un foglio informativo periodico  sulle novelle giuridiche ed amministrative di interesse specifico per amministratori locali, in collaborazione con ANCI Sicilia e con la Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione Locale con sede a Roma.

Il 12 maggio del 1997 fu riaperto il Teatro Massimo, dopo ventitre anni di silenzio, con un concerto diretto nella prima parte da Franco Mannino e nella seconda da Claudio Abbado con i Berliner Philharmoniker e le musiche di Johannes Brahms, alla presenza del Presidente della Camera  Luciano Violante e del ministro della Cultura  Walter Veltroni.  Il teatro era tornato in possesso del Comune di Palermo solo da due anni ma si volle ugualmente celebrare il centenario dell’inaugurazione avvenuta il 16 maggio 1897 con il Falstaff di Giuseppe Verdi. In considerazione dei pochi posti disponibili a motivo dei frenetici lavori ancora in corso di completamento, gli inviti furono limitati ai tanti sottoscrittori privati  che avevano contribuito a finanziare l’opera. Ovviamente molti consiglieri avrebbero voluto essere presenti e serpeggiò qualche malumore ma bastò l’intervento di Giorgio Chinnici per rasserenare gli animi assicurando che la  partecipazione del Presidente del Consiglio Comunale a quell’ evento di portata storica sarebbe stata concretamente rappresentativa dell’intera assemblea.  E’ solo un aneddoto tra i tanti che testimoniano la stima e il riconoscimento  nutriti  da tutti i consiglieri nei confronti di  Giorgio Chinnici.

Nella giornata di ieri, i funerali si svolgono oggi,  moltissimi sono stati i palermitani che hanno reso omaggio al feretro esposto solennemente all’interno di Palazzo delle Aquile tra i Vigili Urbani in alta uniforme, il massimo onore riservato ai consiglieri deceduti durante il mandato, mentre per gli ex tale omaggio è previsto a Villa Niscemi. L’estremo saluto ad un presidente del Consiglio amato e stimato da tutti i cittadini è stato disposto dal  sindaco Leoluca Orlando che così ne ha ricordato la figura: “Giorgio Chinnici ha guidato il Consiglio comunale a metà degli anni ’90, in un periodo in cui era ancora forte nella società civile e nella politica lo scontro fra chi voleva il ritorno al passato di una città governata dalla mafia e chi voleva portarne avanti con difficoltà la liberazione. È stato uno dei protagonisti di quella stagione di riscatto che seguì gli anni bui delle stragi“.

Molti di noi che insieme a  Giorgio abbiamo svolto in quegli anni  il mandato istituzionale, fianco a fianco nelle interminabile sedute notturne dell’approvazione del bilancio durante le quali le attenzioni del Presidente al benessere dei consiglieri non mancarono mai o nel suo ufficio a Palazzo delle Aquile,  arredato con il gusto sobrio e raffinato che gli era proprio, non dimenticheremo il grande privilegio di avere condiviso con lui quella che è già passata alla storia cittadina come la stagione più fertile e generativa  dell’Amministrazione Comunale. In tanti confidiamo che Palermo troverà presto un modo adeguato per ricordare la figura di Giorgio Chinnici,  perpetuandone la memoria anche ai cittadini dei tempi che verranno.

Luigi Sanlorenzo

Palermo 1956. Di formazione filosofica, economica e scout ne ha declinato i valori nell’ambito delle analisi strategiche, delle dinamiche del cambiamento e dello sviluppo delle risorse umane, secondo gli indirizzi di Humanistic Management. Ha ricoperto incarichi di responsabilità e di consulenza presso istituti di credito e società multinazionali e ha rivestito cariche istituzionali negli anni ‘90 al Comune durante la Primavera di Palermo e sino al 2017, nell’Università degli Studi di Palermo, sino al 2015. Ha insegnato nei licei, nelle Università di Palermo, di Messina e di Macerata, presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ISIDA e CERISDI di cui è stato consulente del presidente. In qualità di titolare di Studiofor Management Education ha progettato e diretto per oltre dieci anni altrettanti master professionalizzanti in Direzione del Personale. E’ stato presidente regionale Sicilia e consigliere nazionale dell’Associazione Italiana Formatori (AIF, MIlano) e presidente della Commissione RYLA del Distretto Rotary 2110 Sicilia e Malta. Pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Sicilia, collabora con riviste specialistiche della formazione e del management e con quotidiani online. Tra i più noti esperti italiani di leadership, è presidente dell’associazione senza scopo di lucro P.R.U.A. (Progetto Risorse Umane per l’Autonomia) fondata a Palermo nel 2001.Dal 2022 è Direttore della rivista Nuovi Approdi dove riporta anche i suoi articoli precedentemente pubblicati da LoSpessore.com

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